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January 13, 2012

FreeBSD 9 dedicato alla memoria di Dennis Ritchie

FreeBSD 9 dedicato alla memoria di Dennis Ritchie

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venerdì 13 gennaio 2012

Dennis Ritchie (maggio 2011)

Da ieri è ufficialmente disponibile la versione 9.0 di FreeBSD, il sistema operativo libero che costituisce una delle alternative al più popolare Linux. La nuova versione è dedicata alla memoria di Dennis Ritchie, considerato uno dei padri del sistema operativo Unix, scomparso nell’ottobre del 2011.

Oltre all’aggiornamento dei desktop enviroment GNOME e KDE, rispettivamente alle versioni 2.32.1 e 4.7.3, sono state introdotte modifiche allo stack TCP/IP, aggiornato il supporto per i file system NFS e ZFS ed inseriti i driver relativi alle periferiche USB 3.0. Dalla versione 9 è possibile installare FreeBSD anche sulla Sony Playstation 3.

La dedica completa, presente nell’annuncio ufficiale, è la seguente:

« The FreeBSD Project dedicates the FreeBSD 9.0-RELEASE to the memory of Dennis M. Ritchie, one of the founding fathers of the UNIX[tm] operating system. It is on the foundation laid by the work of visionaries like Dennis that software like the FreeBSD operating system came to be. The fact that his work of so many years ago continues to influence new design decisions to this very day speaks for the brilliant engineer that he was.
May he rest in peace. »


Fonti[]

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October 13, 2011

Ubuntu 11.10 è stato rilasciato

Ubuntu 11.10 è stato rilasciato – Wikinotizie

Ubuntu 11.10 è stato rilasciato

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giovedì 13 ottobre 2011

Screenshot di Ubuntu 11.10 in lingua esperanto

La nuova versione di Ubuntu, la 11.10, è stata rilasciata questo pomeriggio. Un messaggio nella mailing list da parte di Kate Stewart ha avvisato gli utenti di tutto il mondo dell’effettivo caricamento della nuova versione sui server sparsi in tutto il mondo.

La quindicesima versione della distribuzione di casa Canonical è dedicata all’ocelot, o gattopardo. Le principali modifiche sono state le integrazioni di GNOME 3 in Ubuntu, il supporto dei programmi a GTK3 e l’aggiornamento del kernel Linux alla versione 3.0.

In più, Oneiric Ocelot è la prima versione ad essere rilasciata senza la versione classica di GNOME: infatti in automatico, se le potenzialità del computer non lo permettono, Ubuntu carica la versione 2D di Unity, che era già approdato nella versione precedente (11.04, Natty Narwhal) affiancato a GNOME2. Degni di nota sono l’aggiunta di Déjà Dup per fare i backup dei file e la sostituzione di Evolution con Thunderbird e del login grafico GDM con LightDM. Rimossi invece PiTiVi e Synaptic, sostituito dalla nuova versione 5.0 di Ubuntu Software Center, a cui sono state fatte aggiunte per la gestione dei pacchetti, oltre che migliorie grafiche.

Uscendo dalla distribuzione originaria, Muon Software Center è diventato il gestore di applicazioni predefinito per Kubuntu, Ubuntu Studio è passato all’interfaccia grafica Xfce e Lubuntu diventa una derivazione ufficiale.

Otto giorni fa Mark Shuttleworth, CEO di Canonical, ha annunciato che la futura versione di Ubuntu, la 12.04, si chiamerà Precise Pangolin e sarà una LTS, Long Term Support, ovverò avrà un supporto maggiore delle altre versioni.


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May 7, 2009

Pontedera: primi test per il robot spazzino

Pontedera: primi test per il robot spazzino

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giovedì 7 maggio 2009

Dustbot, il robot spazzino

Il robot spazzino Wall-e del recente film della Disney sta per entrare in funzione anche nel mondo reale. Sabato 9 maggio avverrà la presentazione ufficiale al pubblico di Dustbot, questo è il nome del robottino, a Pontedera, comune della regione Toscana. Proprio a Pontedera, dove hanno sede i laboratori della Scuola Sant’Anna di Pisa nei quali il robottino è stato progettato, si sostituirà presto agli operatori ecologici nella raccolta della spazzatura porta a porta.

Wikinotizie è andata in anteprima a curiosare sui test che in questi giorni vengono fatti in piazza a Pontedera e ha raccolto alcune informazioni in esclusiva. Il robottino è ancora “nudo”, ovvero senza i coperchi amichevoli che lo rivestono e gira quasi nell’indifferenza delle persone che passano o siedono nelle panchine nella piazza. Nessuna folla di curiosi o gente che si accalca per vederlo muovere.

Questo nuovo modo di raccolta dei rifiuti non sostituisce risorse umane ma ne migliora la qualità del lavoro. «Ci saranno sempre persone che lavorano ma lo faranno diversamente» ci tiene a precisare uno degli ingegneri. Non più per strada a raccogliere i sacchi ma dietro ad un computer a gestire le eccezioni e programmare i robottini. Anche la differenziazione della spazzatura sarà sempre a carico delle persone che potranno selezionare il tipo nell’interfaccia del robot. Lui sa dov’è il cassonetto e la va a scaricare.

«Il riscontro delle persone è stato buono e c’è poca diffidenza sebbene sia le prime volte che vengono fatte prove in strada», ci spiega Gabriele Ferri, uno dei responsabili del progetto. Ancora però non è in grado di dirci quando sarà possibile utilizzarlo realmente perché dipende dalla volontà dei comuni. Questi sono solamente test per capire le problematiche. Per esempio in questi giorni molto spesso è andata via la rete. «Tutti i punti dove deve andare sono dati da remoto e se la rete va giù il robot non si muove più. Oltre a questo non abbiamo rilevato altri problemi».

In questo progetto Dustbot andrà solamente nelle zone a traffico limitato dove appunto la raccolta porta a porta può essere un problema. Ha inoltre il vantaggio di raggiungere il cittadino 24 ore su 24. Per scansare gli ostacoli è dotato di laser scanner e di cinque sensori ultrasonici con cui “vede” quello che ha intorno. Ha inoltre delle mappe gps e delle boe quando il gps non funziona. «Il costo di questo primo prototipo è di 20-25 mila euro ma è molto abbattibile su larga scala e si potrebbe arrivare a 6-7 mila euro l’uno» dicono i responsabili.

Una curiosità per gli appassionati: Dustbot monta come sistema operativo Linux Ubuntu oltre ad avere diversi microcontrollori della ST.


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September 15, 2008

Rilasciata la versione 0.9.2 di VLC

Rilasciata la versione 0.9.2 di VLC – Wikinotizie

Rilasciata la versione 0.9.2 di VLC

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lunedì 15 settembre 2008

Logo di VLC

È stata rilasciata oggi la versione 0.9.2 di VLC media player, dopo due anni di lavoro, per Windows, Linux e Macintosh.

La nuova versione utilizza la libreria grafica multipiattaforma Qt 4, che è disponibile per le versioni di Linux e Windows. Le nuove icone sono più grandi e più visibili, ed utilizzano una colorazione bianco-grigia, mentre la barra del volume è colorata con varie tonalità, che vanno dal blu al rosso, passando per il verde e che variano a seconda del volume. Le precedenti icone risultavano più discrete, e di colore nero.

Le maggiori novità di questa release, oltre agli elementi grafici, sono:

  • Miglioramento della compatibilità con i più importanti codec, sia audio che video
  • Controlli disponibili anche in modalità fullscreen (schermo intero)
  • Possibilità di vedere i video di YouTube e servizi simili, direttamente sul player, senza aprire una finestra del browser


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September 11, 2008

Rilasciata la prima Release Candidate di OpenOffice3

Rilasciata la prima Release Candidate di OpenOffice3

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Screenshot del Writer di OpenOffice 2.4.1 su Ubuntu

giovedì 11 settembre 2008

Dopo molti mesi di sviluppo, il team di OpenOffice, rilascia la prima Release Candidate (RC) di OpenOffice3. Le novità portate da questa nuova release sono tante, tra cui la compatibilità con ODF 1.2 e ai formati di Microsoft Office 2007. Da questa versione c’è la possibilità di modificare file PDF con OpenOffice Draw.

La lista completa delle innovazioni portate con OpenOffice3 è consultabile nel changelog.

OpenOffice è una suite di programmi per l’ufficio, come Microsoft Office. OpenOffice, contrariamente al prodotto dell’azienda di Redmond, è multipiattaforma (gira su tutti i sistemi operativi), il codice sorgente è disponibile a tutti ed è gratuita (Microsoft Office costa da € 457 per la versione standard a € 778 per la Ultimate – IVA esclusa).


Fonti

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May 16, 2008

Scoperta prevedibilità nel generatore di numeri casuali della versione Debian di OpenSSL

Scoperta prevedibilità nel generatore di numeri casuali della versione Debian di OpenSSL

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venerdì 16 maggio 2008

Una importante falla di sicurezza è stata scoperta nel generatore di numeri pseudo-casuali (PRNG) della versione Debian di OpenSSL. OpenSSL è uno dei più usati software di crittografia, che permette la creazione di connessioni di rete sicure attraverso i protocolli chiamati SSL e TLS ed è incluso in molti programmi per computer famosi, come il browser web Mozilla Firefox e il server web Apache. Debian è una delle più usate distribuzioni GNU/Linux, sulla quale sono basate altre distribuzioni, come Ubuntu e Knoppix. Il problema interessa tutte le distribuzioni basate su Debian che sono state utilizzate per creare delle chiavi crittografiche dal 17 settembre 2006. Il bug è stato scoperto da Luciano Bello, un gestore di pacchetti Debian argentino, e annunciato il 13 maggio 2008.

Questa vulnerabilità fu causata dalla rimozione di due linee di codice dalla versione originale della libreria di OpenSSL. Queste linee servivano alla libreria per raccogliere alcuni dati di entropia, necessari al fine di inizializzare il PRNG utilizzato per creare le chiavi private, sulle quali sono basate le connessioni sicure. Senza questa entropia, l’unico dato dinamico utilizzato era PID del software. In Linux il PID può esser un numero tra 1 e 32’768, che è una gamma di valori troppo limitata se utilizzata per inizializzare il PRNG e causa la generazione di numeri prevedibili. Quindi ogni chiave generata può esser prevedibile, con solamente 32’767 possibili chiavi per una data architettura e lunghezza della chiave, e la segretezza delle connessioni di rete create con queste chiavi è completamente compromessa.

Queste linee vennero rimosse come “suggerito” da due strumenti di audit (Valgrind e Purify) utilizzati per trovare vulnerabilità all’interno del software distribuito da Debian. Questi strumenti avvertirono i gestori Debian che qualche dato veniva utilizzato prima della sua inizializzazione, cosa che normalmente può portare a un bug di sicurezza, ma non era questo il caso, come scrissero gli sviluppatori di OpenSSL il 13 marzo 2003. Ad ogni modo questo cambiamento fu erroneamente applicato il 17 settembre 2006, quando venne rilasciata al pubblico la versione 0.9.8c-1 di OpenSSL di Debian.

Nonostante il gestore Debian responsabile per questo software abbia rilasciato una patch per correggere questo bug l’8 maggio 2008, l’impatto può essere molto grave. Infatti OpenSSL è comunemente utilizzato nel software per proteggere le password, per offrire privacy e sicurezza. Ogni chiave privata creata con questa versione di OpenSSL è debole e deve esser rimpiazzata, incluse le chiavi di sessione che vengono create e utilizzate solo temporaneamente. Questo vuol dire che ogni dato cifrato con queste chiavi può esser decifrato senza un grande sforzo, nonostante le chiavi vengano utilizzate (ma non create) con una versione della libreria non difettosa, come quelle incluse in altri sistemi operativi.

Per esempio un qualsiasi server web funzionante su un qualsiasi sistema operativo potrebbe utilizzare una chiave debole creata su un sistema vulnerabile basato su Debian. Qualsiasi connessione cifrata (HTTPS) a questo server web effettuata da un qualsiasi browser può esser decifrata. Questo può esser un serio problema per quei siti che richiedono una connessione sicura, come le banche o i siti web privati. Inoltre, se qualche connessione cifrata è stata registrata in passato, questa può essere decifrata alla stessa maniera.

Un altro problema serio è per i software di sicurezza di rete, come OpenSSH e OpenVPN, che vengono utilizzati per cifrare il traffico al fine di proteggere le password e fornire l’accesso a una console amministrativa o a una rete privata protetta da firewall. Questo può permettere agli hacker di ottenere l’accesso indesiderato a computer, reti o dati privati che abbiano attraversato la rete, anche se non è stata utilizzata una delle versioni di OpenSSL affette.

Lo stesso discorso può essere applicato ad ogni software o protocollo di rete che utilizzi SSL, come POP3S, SSMTP, FTPS, se usati con una chiave debole. È il caso di Tor, software utilizzato per offrire anonimato forte sul TCP/IP, dove approssimativamente 300 di 1’500-2’000 nodi hanno utilizzato una chiave debole. Con il 15-20% di nodi Tor deboli, c’è una probabilità dello 0,34-0,8% circa di costruire un circuito che abbia tutti e tre i nodi deboli, col risultato di una perdita completa dell’anonimato. Inoltre il caso in cui solo un nodo debole venga impiegato può facilitare alcuni tipi di attacco all’anonimato. Anche i servizi nascosti, una sorta di server pubblici anonimi, sono affetti. Ad ogni modo questo problema è stato prontamente corretto il 14 maggio 2008.

Lo stesso problema ha colpito anche i remailer anonimi come Mixmaster e Mixminion che utilizzano OpenSSL per creare le chiavi del remailer per i server e le chiavi del nym per i client. Anche se attualmente non è stato diramato alcun annuncio ufficiale, almeno due remailer hanno cambiato le loro chiavi perché erano deboli.


Fonti[]

Wikinews

Questo articolo, o parte di esso, deriva da una traduzione di Predictable random number generator discovered in the Debian version of OpenSSL, pubblicato su Wikinews in lingua inglese.

Collegamenti esterni[]

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April 16, 2008

Paolo Didonè: sviluppi e prospettive del software libero in Italia

Paolo Didonè: sviluppi e prospettive del software libero in Italia

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Semolo75, Aeternus

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mercoledì 16 aprile 2008

Paolo Didonè

Paolo Didonè è il presidente di Assoli (Associazione per il software libero). Gli inviati di Wiki@Home lo hanno incontrato il 29 marzo 2008 a Piazzola sul Brenta in occasione di una giornata promozionale su GNU/Linux organizzata dal locale circolo culturale La Roggia.

Intervista[]

Il mondo del software libero[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Cos’è Assoli, l’associazione che presiedi, e quali sono i suoi scopi?

Didonè: L’Associazione per il software libero, detta anche Assoli, è un’associazione composta esclusivamente da volontari, che si occupa della diffusione del software libero, della sua promozione, si occupa di fare informazione sul software libero, quindi partecipare ad eventi, eccetera, e poi ultimamente ha cominciato abbastanza insistentemente a fare tutta una serie di iniziative di sensibilizzazione verso i cittadini, la politica e quant’altro.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Quanti sono i vostri soci? Come sono distribuiti geograficamente in Italia? Ci si lamenta molto nella nostra associazione (WMI) che la maggior parte dei soci provengono dal nord Italia, e mi chiedo se lo stesso accade anche da voi.

Didonè: Sì, noi siamo una sessantina di soci attualmente, non ricordo il numero esatto, e siamo distribuiti nel nord e centro Italia; al sud credo che abbiamo solo un socio, a Bari. Al sud purtroppo non ci sono tantissime realtà, o meglio, sì ci sarebbero queste realtà… so che per esempio, per quanto riguarda il software libero, a Napoli credo che ci siano 5 LUG addirittura, c’è un Hacklab molto forte a Cosenza, ci sono una serie di altre realtà. La difficoltà credo che sia soprattutto nel fatto che organizzare delle cose al sud è un po’ più difficile, nel senso che c’è molta attività al nord nell’organizzare le cose, a Milano, a Padova, a Bologna, anche a Roma, tutto sommato ce la fai semplicemente, mentre andare a organizzare qualcosa a Cosenza, se non ci sono delle persone in loco che lo fanno, diventa più difficile, e quindi poi ne risente anche la partecipazione all’associazione e tutte queste cose.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Della tua associazione si è parlato molto in occasione del ricorso che avete presentato al TAR del Lazio contro un bando del Ministero del Lavoro. Puoi riassumere il caso e come si è conclusa questa vicenda?

Didonè: Innanzitutto faccio un appello: smettetela di chiederci di fare ricorsi, perché non siamo uno studio legale (sorride). A parte la battuta, noi ci siamo imbattuti tempo fa in una gara d’appalto del Ministero del Lavoro che sostanzialmente aveva bisogno di aggiornare il software, e ha fatto questa gara d’appalto illegittima, dove chiedeva software di una certa marca, specificando il tipo di software, senza fare quello che prescrive la legge, in particolare il Codice dell’Amministrazione Digitale, cioè senza fare prima un’analisi comparativa. Cosa vuol dire? Vuol dire che se io mi devo comprare una bicicletta, guardo un po’ in giro, vado nei negozi, vedo che prezzi ci sono, so che mi serve una bicicletta, non è che dico “mi serve quella marca, quel prodotto specifico”; vado un po’ in giro, vedo in base ai costi, in base alle funzionalità, al colore, a tutte queste cose, e scelgo una bicicletta e la compro. Tanto più se sono un’amministrazione pubblica devo fare un’azione del genere: il Codice dell’Amministrazione Digitale obbliga la pubblica amministrazione a fare questa analisi comparativa e poi fare una scelta in base a criteri tecnico-economici. Non è stata fatta dal Ministero. Quindi noi abbiamo chiesto al TAR di fermare il bando, questo non ci è stato concesso subito; poi, quando siamo entrati a discutere il merito della questione, il Ministero ha ritirato il bando, quindi non abbiamo il TAR che dice “sì, la questione da voi posta è vera”, non abbiamo queste parole, però abbiamo un fatto molto importante, ossia, cosa molto inusuale, che il TAR ha condannato il Ministero al pagamento delle spese legali, che è un segnale neanche troppo implicito che dice che il Ministero aveva torto. Ora, la notizia non è ancora pubblica, te la dò in anteprima: il Ministero, non si sa bene perché, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato, ricorso che abbiamo appoggiato anche noi (non so il termine tecnico), e quindi purtroppo tra diversi anni se ne riparlerà per vedere come finirà. Però il primo segnale forte da parte del TAR è un segnale che ci dà sicuramente ragione, e quindi questa benedetta analisi comparativa va fatta, c’è poco da fare: lo dice la legge e si deve fare.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Ho letto che il processo è stato molto dispendioso in termini economici. Come ne è uscita l’associazione?

Didonè: Dunque, noi abbiamo lanciato una pubblica sottoscrizione, dalla quale abbiamo ricavato una somma non grande, ma insomma sicuramente ci ha dato una mano, e ne approfitto per ringraziare ancora una volta tutti quelli che ci hanno supportato concretamente in questa iniziativa. Avevamo diversi legali che ci hanno dato una mano a titolo assolutamente gratuito, pro bono come dicono loro. Poi i bolli e queste cose che si devono per forza pagare le abbiamo pagate, sono quasi 3000 euro che abbiam pagato di tasca nostra e, in qualche modo insomma, un po’ le donazioni, un po’ questo, ce l’abbiamo fatta. Poi fortunatamente il TAR ha condannato il Ministero al pagamento delle spese, quindi il Ministero ci ha fatto un bel bonifico; non ha coperto esattamente tutte le spese, ma insomma siamo rientrati abbastanza bene da questa cosa. I soldi che abbiamo raccolto, quindi, come avevamo promesso, li abbiamo destinati a Debian. I soldi che non abbiamo speso son lì, e sono a disposizione di tutti per fare altre azioni di questo genere, non per forza un ricorso, ma per supportare tutte le attività dell’associazione. Se mi permetti di fare un piccolo inciso: sul nostro sito e sul sito di Debian c’è scritto che noi ci mettiamo a disposizione tecnicamente per raccogliere le donazioni che vengono fatte al progetto Debian. Ora, noi negli anni abbiamo raccolto un po’ di soldi, ce li abbiamo tutti in cassa, alcuni credo siano stati spesi, ma molto pochi; c’è un problema organizzativo, più dalla parte di Debian che nostro, per attingere a questa cassa off-shore estera che hanno che siamo noi, loro sanno perfettamente quanti soldi hanno perché ogni anno gli facciamo tutti i conti del caso, quindi mi appello agli sviluppatori Debian italiani: se organizzate delle cose, sappiate che i soldi ce li abbiamo noi e si possono spendere.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: In Italia, ci sono molte associazioni a carattere locale che perseguono fini simili a quelli di Assoli, mi riferisco ai FSUG e ai LUG. Quali sono i rapporti tra l’associazione che presiedi e queste realtà locali?

Didonè: Oltre a questi che hai citato tu, c’è anche una realtà molto importante che è ILS; più giovane ma c’è poi anche un’altra realtà molto importante che è il PLIO (Progetto Linguistico Italiano OpenOffice.org), e poi sicuramente ce ne sono mille altre. Si fa un gran parlare da molto tempo di una più stretta organizzazione e coordinamento con altri tipi di realtà sia in base al territorio, sia in base al tema delle iniziative… anche Wikimedia la metto nel grande calderone di queste realtà con cui si potrebbero mettere delle cose assieme. Si fa troppo poco, quello sì, per mille motivi… io ho chiaramente le mie idee, non stiamo qui troppo a scendere nel dettaglio. Si fa troppo poco e si dovrebbe fare di più. Adesso scadono i due anni del mandato dei nostri organi collegiali, che verranno rinnovati a breve, probabilmente nel corso della conferenza sul software libero che viene tenuta a Trento, se riusciamo ci organizziamo lì in una stanzina a fare la nostra assemblea; io con altri soci stiamo elaborando un piano di riorganizzazione della nostra associazione, delle sue attività, anche per venire incontro a questo tipo di questioni. Quello che vogliamo fare è creare delle presenze più concrete sul territorio, su tutto il territorio, quindi anche al sud (già stiamo contattando alcune persone con le quali avevamo avviato alcuni discorsi di questo tipo tempo fa), e si spera che in questo modo si riesca a collaborare un po’ di più, in primo luogo coi LUG e i FSUG che sono presenti sul territorio, e quindi dare tutto l’appoggio che possiamo da una parte, e chiedere tutto l’aiuto che hanno bontà di darci dall’altra parte, per le singole attività e per tutti questi progetti; e poi avviare tutta una serie di collaborazioni tematiche, quindi la collaborazione con il PLIO che è comunque una realtà nazionale però si occupa di un settore ben specifico, collaborazioni che si potrebbero anche ragionare, pensare, progettare con Wikimedia e con altre realtà del genere. Insomma, il nostro futuro è un po’ questo, vogliamo sicuramente far sempre di più, se riusciamo a trovare le forze, ma riuscire anche a fare un po’ di più con gli altri, riuscire un po’ di più a coordinarci molto di più, perché non ha senso che ci sia tutta una serie di realtà che fanno tutte non dico le stesse cose ma insomma, sicuramente moltiplicano inutilmente molti sforzi.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Quali sono le ragioni che vi hanno spinto a ritirare l’affiliazione con la Free Software Foundation Europe?

Didonè: In realtà non ne farei un caso, nel senso che è un’azione tecnica, fondalmentalmente. Qui bisogna fare un po’ di storia. La nostra affiliazione nasce prima che aprissero il capitolo italiano di Free Software Foundation Europe. In Italia si parlava al tempo di alcune cose importanti tipo la prima commissione UE, tutte queste cose qua. Per portare la voce anche di quest’altra realtà non c’era nessuno, e si è stabilito di aderire a questo programma di affiliazione che aveva la Free Software Foundation Europe, che poi si è un po’ sgonfiato nel tempo, nel senso che la Free Software Europe doveva stabilire un rapporto di comunicazione molto stretto con queste realtà, che all’inizio c’è stato, poi è andato un po’ scemando; nel contempo è nata la presenza italiana di Free Software Europe, prima con l’associazione vera e propria, poi con una serie di persone che erano nel team di Free Software Europe, penso ad esempio all’ex presidente Stefano Maffulli, e poi una serie di altre persone che sono entrate; adesso Stefano è uscito, si è dato ad altre cose, ma le altre persone che sono entrate, forse si fanno un po’ poco sentire, ma sono sempre lì. Quindi è un fatto più che altro tecnico. Poi, per carità ci sono state anche un po’ di polemiche sul grado di democraticità di un’associazione piuttosto che l’altra: la Free Software Foundation Europe accoglie i soci del team più che altro per cooptazione, mentre la nostra associazione è di stampo del tutto diverso, ogni socio che entra, quando ci sono le elezioni, che ne so, del presidente, può dire “mi candido io” e se prende i voti viene eletto. Assoli aveva un impianto un po’ simile a quello di Free Software Europe all’inizio, ma adesso è stato assolutamente spazzato via.

Paolo Didonè parla di software libero a Piazzola sul Brenta.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Che rapporti ci sono oggi con associazioni analoghe alla vostra operanti in Europa e nel resto del mondo?

Didonè: Beh, questo è un fatto molto importante sul quale stiamo discutendo da molto, molto tempo, e stiamo finalmente cominciando a fare qualcosa, anche se è molto difficile. Noi siamo entrati in contatto all’inizio, chiaramente, con la Free Software Foundation, poi con Free Software Foundation Europe, e di conseguenza poi nel resto del mondo con altre realtà tipo Hipatia che è molto forte soprattutto in America Latina. Si tratta di discussioni, coordinamenti, molto poco concreti, perché di iniziative insieme se ne sono fatte sempre molto poche. Abbiamo cominciato invece a lavorare con delle realtà soprattutto europee, tipo FFII (Foundation for a Free Information Infrastructure, fondazione per un’infrastruttura dell’informazione libera), famosa per aver condotto egregiamente la battaglia contro i brevetti sul software negli scorsi anni: è recentissima, di un paio di settimane fa, la pubblicazione congiunta di uno studio che abbiamo fatto con FFII France. Tramite anche questo, stiamo entrando abbastanza in contatto con April e con altre associazioni francesi, e adesso stiamo lanciando un’iniziativa tematica sulle elezioni politiche italiane: ne avevamo fatta una simile nel 2006, poi l’hanno fatta molto meglio i francesi alle scorse elezioni politiche, e adesso noi copiamo noi stessi e i francesi, e la riproporremo la settimana prossima. Non è che con questo c’entrino molto i francesi, ma insomma anche questo è servito per instaurare un dialogo con i francesi per coordinarci, prenderci un po’ le misure per poi fare delle altre cose insieme nei prossimi mesi. E poi, anche in Spagna… insomma, stiamo cercando di coordinarci, perché chiaramente gli interessi e le questioni non sono solo italiane, sono assolutamente globali, quindi non ha senso star qui nel nostro piccolo orticello a far le cose.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Come sono la situazione e la diffusione del software libero oggi, in Italia e nel mondo?

Didonè: Io ci lavoro anche col software libero, quindi ho anche questo punto di osservazione. Io ho visto negli ultimi dieci anni una forte crescita della diffusione del software libero. In Italia forse un po’ meno, ma in Italia non è il software libero a non essere molto diffuso, è il software, è l’informatica, sono le tecnologie. Però anche qui si stanno facendo dei passi egregi. Non voglio fare degli esempi che sarebbero parziali, ma ho visto sia nel settore privato, sia anche a casa delle persone… L’altro giorno ero al bar a bere un caffè, è arrivato un mio amico, che mai avrei pensato, e, facendo riferimento all’iniziativa di oggi, in cui ci siamo trovati qui a parlare di software libero, mi ha detto: “guarda, ho installato Linux in ditta da me perché volevo provare, e sono rimasto a bocca aperta”. È un esempio che mai avrei pensato di poter portare. Se ne sta parlando molto nella pubblica amministrazione anche in Italia; non se ne sta facendo molto, ma insomma, se ne sta facendo. In Italia poi abbiamo delle leggi che hanno cominciato a considerare il software libero; abbiamo il CNIPA che è l’autorità per il software nella pubblica amministrazione, che ha un suo osservatorio Open Source, che ha al suo interno delle persone molto valide che se ne occupano; è stata istituita per la seconda volta la Commissione Open Source… Insomma, anche da parte della politica qualche interessamento c’è. Chiaramente per noi è ancora troppo poco, si potrebbe fare di più; il nostro ruolo è anche questo: star lì a dire che non basta, e a spingere a fare di più.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Hai già detto qualcosa rispondendo alle precedenti domande, ti chiedo ora se hai altro da aggiungere riguardo i progetti futuri di Assoli?

Didonè: Beh, intanto questo progetto di cui abbiamo già parlato, che sarà visitabile al sito http://elezioni.softwarelibero.it, è un progetto che sostanzialmente si pone l’obiettivo di sensibilizzare la classe politica e in particolare i candidati alle prossime elezioni e strappare loro una qualche promessa, anche se poi sappiamo che le promesse elettorali sono quel che sono però noi poi torneremo, come siam tornati l’altra volta, a chiedere a questi che ci rendano conto di come sono andate a finire le cose. A fianco a questa, vogliamo lanciare una grande petizione per avere anche il polso di quanto è diffuso l’interesse per il software libero, far sì che i cittadini dicano “sì, io se devo scegliere voto più volentieri un candidato che si interessa al software libero, piuttosto di uno che proprio non gliene frega punto”. Quindi, noi con questo speriamo di raggiungere dei bei numeri anche da presentare al mondo politico quando sarà ora di andare lì a chiedere conto di queste cose, a fare delle proposte, potendo dire che c’è tanta gente che è interessata alla cosa, quindi è importante che tutti firmino e facciano firmare la mamma, la zia, ecc. E poi è anche una buona occasione per andare da qualcuno che non si interessa più di tanto del software libero, fare due chiacchiere, spiegargli un po’ la questione, con la scusa di questa petizione fargli cliccare due bottoncini sul web, però intanto spiegargli e mostrargli le cose.
Poi, altre iniziative che abbiamo in cantiere… abbiamo tutta una serie di iniziative di dialogo con le istituzioni, sono un po’ monotematico purtroppo, ma ci stiamo occupando molto di queste cose ultimamente, non sono vere e proprie iniziative pubbliche però sono stati instaurati dei tavoli di discussione diciamo con diverse realtà in Italia, un po’ in tutto il centro-nord (manca anche qui, colpevolmente, il sud) e poi stiamo preparando in realtà un altro paio di iniziative, però è un po’ troppo presto per descriverle. Comunque basta andare sul nostro sito.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Cosa ne pensi della versione 3 della GPL, che è stata rilasciata recentemente, che ha suscitato alcune polemiche?

Didonè: Partiamo dall’assunto che la GPL non è importante ma è fondamentale. È la licenza principe, l’artifizio tecnico se vogliamo, per il quale il software libero esiste. La GPLv3 ha innanzitutto dei grandi meriti, nel senso che è stata fatta un’azione collettiva di revisione di questa licenza che credo non abbia pari in passato, non c’è mai stato un così grande coinvolgimento per revisionare quello che, sì, è una licenza, ma è un po’ il biglietto da visita, la carta delle intenzioni del movimento. Poi chiaramente si parla di una licenza, scritta in legalese, quindi si deve rapportare tutto un po’ alla difficoltà della materia. Sono state introdotte, aggiornando appunto la GPL, delle questioni molto importanti per quanto riguarda per esempio i brevetti e il DRM. Se vuoi si può discutere su come sono stati approcciati gli argomenti, però io credo che alla fine si sia raggiunto come sintesi un ottimo compromesso. Queste e altre cose andavano per forza inserite in una licenza scritta nel 2007. Quindi io lascerei un po’ da parte le polemiche che poi alla fine si sono anche spente: Torvalds stesso, che all’inizio aveva molto criticato la GPLv3, con le ultime revisioni è sceso a molti più miti consigli. Io credo che abbiano fatto un buon lavoro, tanto è vero che quando noi siamo andati all’audizione della Commissione Open Source a portargli delle proposte, una delle proposte era proprio che il software libero rilasciato per le pubbliche amministrazioni sia rilasciato con GPLv3. Quindi io lascerei proprio da parte queste polemiche e andrei avanti con questa GPLv3, che tutto sommato è fatta bene, e poi insomma, a me appunto piace molto come è stata fatta.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: La prossima domanda riguarda il software libero in Italia nel mondo accademico. Qual è il rapporto tra l’università, gli enti di ricerca e il software libero? Qual è il loro ruolo nella diffusione del software libero?

Didonè: Paradossalmente, questo è un discorso molto difficile. Dico paradossalmente perché il software libero è nato negli ambienti accademici, di fatto, ha mutuato dall’accademia tutta una serie di modi di fare. Il paradigma della ricerca scientifica, che è quello di imparare quello che hanno scritto gli altri e da lì proseguire, è un po’ anche il paradigma del software libero: riusare quello che è stato fatto e partire da lì per proseguire e migliorare senza reinventare ogni volta la ruota, senza chiudere questa ruota in delle stanze chiuse e inaccessibili, quindi insomma, da lì nasce. Dico paradossalmente perché l’università in Italia non viaggia in buone acque, non ha soldi di fatto. Questo discorso è importante perché molto spesso lo scopo dell’università passa dal trasmettere conoscenza a quello di – sempre trasmettere conoscenza per carità – però monetizzare anche un po’ quello che viene fatto, la ricerca, ecc. Il fatto che ci sia questa foga a brevettare qualsiasi cosa, dispiace quasi che non si possa in Europa brevettare il software perché sennò brevetterebbero anche i programmini che fanno fare agli studenti ai corsi di base… Quindi quando tu vai a dire che è quasi naturale che il software prodotto dall’università, in particolare in ambito di ricerca e nell’ambito educativo, sia naturalmente messo a disposizione degli altri, e quale migliore modo di farlo che renderlo software libero? Ecco, quando fai questi discorsi sembra un po’ che tu voglia rompere le uova in qualche paniere… Insomma io lo vedo come un discorso assolutamente naturale, purtroppo non lo è. Questo è un aspetto.
Altri aspetti sono estremamente positivi: nelle università italiane si fa sicuramente tanto software, tanto software libero, c’è una grossa partecipazione dal punto di vista tecnico soprattutto. E poi anche loro sono enti pubblici con tutti i problemi relativi, quindi è una situazione piena di chiaroscuri. A me meraviglia che non sia naturale la scelta del software libero in questi ambiti.

Progetti Wikimedia[]

Paolo Didonè con Semolo75 e Aeternus.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Conosci i progetti promossi dalla Wikimedia Foundation?

Didonè: (pensoso) Wikimedia Foundation? Wikipedia? (sorride) Beh, Wikipedia come non conoscerla? So che a latere fate tante altre cose, ma se adesso mi interroghi prendo un brutto voto perché non conosco nel dettaglio tutti gli altri impegni e iniziative che avete. Non ti so fare l’elenco… Poi andando in giro, trovo spesso i tuoi colleghi (di Wikimedia Italia n.d.r.), mi mostrano, mi fanno vedere… quindi vederli li ho visti, quando utilizzo la rete sicuramente poi ci capito e li utilizzo, ecc.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Cosa ne pensi?

Didonè: Sono iniziative molto belle, e poi mi sembra un gruppo qui in Italia molto orientato alla concretezza, che non fa mai male, il fatto stesso che facciano delle dimostrazioni lo vedo sicuramente in modo positivo.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Hai mai contribuito a Wikipedia, o a uno degli altri progetti, e in quali pagine?

Didonè: A Wikipedia, qualcosina sì, poco, non mi sono mai messo… devo aver fatto un po’ di correzioni, ma scrivere una pagina, no. Devo aver corretto o aggiunto qualcosa per esempio nella pagina di Piazzola sul Brenta, per esempio. Però io quando per lavoro faccio formazione anche, in alcuni corsi di base, per esempio quando abbiamo fatto la migrazione su a Bolzano, abbiamo fatto molta, moltissima formazione, e ho fatto molta formazione di base: una delle cose che chiaramente mostravo sia ai tecnici, sia ai docenti, era Wikipedia. Wikipedia perché mi piaceva anche molto vedere lo stupore quando gli mostravi che potevi modificare le pagine e nessuno era lì col mitra che ti sparava. In particolare, se mi dai un minuto, ti racconto un aneddoto molto carino: c’era una scuola cattolica di suore, le Marcelline di Bolzano, molto simpatiche. Stavamo mostrando loro questa Wikipedia (in realtà lo stava facendo un mio collega, non io) e per fargli fare una prova gli abbiamo fatto creare la pagina delle Marcelline. Allora, cerca Marcelline, viene fuori che c’è una pagina, perché è un ordine molto complesso, delle Marcelline di Milano ma non c’erano loro. Allora gli abbiamo fatto aggiungere il link al sito della loro scuola, e mentre parlavamo poi mostriamo che c’è anche la possibilità di vedere la cronologia delle modifiche… Vai a mostrargli quella pagina, e vediamo che quattro minuti dopo di noi qualcuno aveva preso il link che noi avevamo messo molto banalmente una riga sotto, era andato lì a correggere, a mettere un elenco non ordinato nella pagina delle Marcelline. Ti puoi immaginare la reazione di queste suore, già prima erano stupite di questa cosa e poi quasi mi svenivano lì.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Come giudichi un progetto in cui una persona possa scrivere liberamente su un argomento enciclopedico? Lo giudichi democratico o anarchico? O cosa?

Didonè: Bah, io banalmente lo giudico bene… Non credo sia anarchico, perché poi il fatto che esistano degli strumenti per far sì che non si sviluppi il caos, e questi strumenti sono banalmente la possibilità che viene data non solo a chi fa le modifiche ma a tutti gli altri di andare a fare la stessa modifica, o di correggere, o di togliere se uno scrive una bestemmia o se scrive un’inesattezza… Già solo per questo motivo penso che non si possa parlare di anarchia. Poi so che voi siete molto ben sviluppati, avete una serie di persone che dedicano molto tempo anche poi alla verifica della qualità, per far andare avanti la cosa e per evitare appunto fenomeni di anarchia, quindi credo che di anarchia non si possa parlare.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Quali sono secondo te le potenzialità di un progetto del genere?

Didonè: Le potenzialità credo che siano evidenti, di fronte agli occhi di tutti, cioè quando mai nel mondo hai visto un’enciclopedia, che è un’istituzione quasi sacra nel mondo del sapere, dell’istruzione… tutti impariamo a vedere questa enorme massa di libroni sugli scaffali scritti dalle menti più brillanti di tutti i tempi, e poi scopri che si può sostanzialmente aprire il computer e andarsela a fare questa enciclopedia. Da una parte, c’è chi può dire: “Ma come? Studiosi da tutto il mondo che scrivono quelle dieci righe per scrivere qualcosa, chi sono io per farlo?” Dall’altra parte, pensi però che se vai sull’enciclopedia a cercare una voce che interessa a te e a pochi altri, non c’è. Su Wikipedia invece c’è, su Wikipedia anche la cosa che interessa a uno ha la dignità di esserci. Io credo insomma che sia questa un po’ la grandezza di un progetto del genere. Sommati tutti questi interessi particolari, viene fuori un progetto che non ha pari nel mondo e nella storia. Senza volere ingrandire, ma io credo che sia così. Che prospettive ha? Sempre meglio, sempre di più, sempre in più lingue, sempre più voci nelle varie lingue, sempre più cultura che viene trasposta lì. Perché poi la cultura di un popolo che sparirà tra 100 anni rimarrà su Wikipedia, di fatto. Sostanzialmente si sta creando la grande memoria storica e culturale di questi tempi e dei tempi avvenire. Io credo che sia un po’ questa la prospettiva secondo cui vada vista, non la querela del sindaco, quelle sono veramente piccolezze e banalità… La grandezza di un progetto del genere è proprio questa: la possibilità di tutti di riversare cultura là dentro, che è la prima volta che succede nel mondo e nella storia.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Quali secondo te i punti deboli?

Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

Didonè: Guarda, io ho pensato tante volte a una cosa di cui probabilmente avrete già discusso tra di voi tante volte. Io ho pensato: se vado a cercare la pagina di un certo argomento, io vado a leggere quella inglese e trovo una descrizione, dei contenuti; vado a leggere quella italiana e trovo magari dei contenuti che non sono gli stessi… Non dico uno giusto e uno sbagliato, o cose del genere. Secondo me sarebbe bello riuscire a inserire dei meccanismi per trasferire la cultura che c’è già da una parte nell’altra. Per esempio, io vado a vedere la pagina di Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam, vado sulla Wikipedia inglese e trovo 180 mila pagine, vado in quella italiana e magari ne trovo trenta (dico pagine per dire quantità di informazione). Ora, c’è evidentemente meno informazione da una parte che dall’altra. Non c’è un metodo per, non dico per tradurre pari pari perché poi diventa semplicemente un esercizio meccanico, non c’è un metodo per assicurarsi che il più possibile la ricchezza di contenuti che c’è da una parte venga poi trasferita all’altra? Anche perché tante volte diventa una moltiplicazione di sforzi: perché uno dovrebbe scrivere una pagina di Eddie Vedder quando c’è già? Immagino voi avrete affrontato tante volte questo tipo di argomenti… Se vuoi, questa è l’unica questione che mi fa un po’ riflettere quando ragiono su Wikipedia.

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December 4, 2007

Renzo Davoli: software libero e libertà intellettuale

Renzo Davoli: software libero e libertà intellettuale

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di piero tasso

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martedì 4 dicembre 2007
Wiki@Home ha intervistato Renzo Davoli, attivista del software libero, che ci ha parlato del mercato informatico e di libertà intellettuale

Microbiografia

Renzo Davoli è docente di informatica all’Università di Bologna, dove insegna tra l’altro Sistemi Operativi; ma è anche un hacker, attivista del software libero e sostenitore dell’Intellectual Liberation Front [1], e l’autore della petizione “Liberalizzazione nel campo del Software per Personal Computer” LiberaSw [2].

Incontro con l’hacker

Renzo Davoli allo stand di Wikimedia Italia, al Festival della Creatività

Abbiamo incontrato Davoli il 27 ottobre in occasione del Festival della Creatività di Firenze, dopo che aveva preso parte ad un ciclo di interventi dedicati ai saperi liberi, nell’ambito del Linux Day che ricorreva quel giorno. E così ne abbiamo approfittato per sottoporgli tutte le nostre curiosità…

Intervista

La petizione

W@H: liberasoftware è una petizione che mira ad aprire il mercato informatico al software open source…

Davoli: liberasoftware è una petizione che mira semplicemente a mettere tutti gli attori su un pari livello; attualmente c’è una posizione dominante di mercato e questa non è una cosa che dico io, ma l’ha detta recentemente anche una corte europea sanzionando Microsoft per la posizione dominante che ha sul mercato; e questa posizione si deve anche alla impossibilità pratica da parte degli utenti, dei cittadini – io non li chiamo consumatori perché è un termine che io non accetto – di acquistare un personal computer con il sistema operativo o comunque con il software che vogliono, oppure senza software.
Questo lo si può vedere nella vita di tutti i giorni, non è che occorra fare degli studi di mercato, basta che ogni persona faccia un minimo di analisi nella sua vita, veda le pubblicità che arrivano a casa, veda la pubblicità sui giornali, entri in un centro commerciale. Il cittadino vedrà che non ha possibilità di comprare altro che macchine non solo col sistema operativo Windows, ma in questo momento con quel preciso sistema operativo Windows Vista: se uno vuole XP o è fanatico di Windows 2000 perché ha una applicazione che non vuole aggiornare, non può, e questo lede le libertà personali dell’individuo. Infatti la petizione si chiama liberalizzazione, perché non vincola nessuno, non voglio che qualcuno sia obbligato (sarebbe contro il mio ideale di libertà) a fare qualcos’altro, ma non deve essere obbligato per nulla.
Come funziona la petizione: nel momento in cui si acquista un computer in realtà si stipulano due contratti: uno è un normale contratto di vendita, di un bene fisico come può essere la vendita della macchina, della casa, di un libro; l’altro è un contratto di licenza d’uso del software (sistema operativo, applicativi eventualmente installati) ma è un contratto del tutto separato. Il primo è un contratto di vendita, il secondo è un contratto assimilabile ad un servizio, una locazione, quindi è giusto che il cittadino sappia quanto del prezzo che sta pagando è dovuto per ottemperare al primo contratto e quanto al secondo.
Avendo i prezzi separati il cittadino può quindi scegliere di acquistare solo l’hardware senza il software. Dal punto di vista operativo questo è facile da realizzare: un commento che fanno le case produttrici di hardware è quello di dire “attualmente la maggior parte della nostra clientela vuole quel software specifico, perché devo scontentarla dando una macchina priva di software?” o nell’altra obiezione dicono “se io metto sul mercato macchine con Windows Vista, Windows Xp, Linux Ubuntu, Linux Debian… ho magazzini pieni di materiale invenduto”.
Io non voglio nulla di tutto questo, se vogliono continuare a vendere macchine con sistema operativo pre-installato lo facciano se lo ritengono conveniente; ma un codice di attivazione messo dentro una busta chiusa può fare in modo che l’utente eviti di acquisire la licenza d’uso di un software che non vuole semplicemente scegliendo di non aprire la busta e restituendola al venditore. In questo modo il cittadino non può usare il software, perché non riesce a digitare la chiave di attivazione, quindi non potendolo utilizzare non ne usufruisce, può non pagare la licenza d’uso. E così il fornitore dell’hardware invece accontenta la sua clientela… diciamo più numerosa.
La terza regola della petizione è la regola più complessa, ce n’è una versione nella petizione un po’ complicata, dice che se c’è scritto un prezzo un’altra azienda può comperarne un certo numero di copie da installare su altri computer: serve per fare in modo che uno non scriva “zero” perché se uno scrivesse “zero” un’altra ditta potrebbe dire “dammi un milione di copie a costo zero”. Effettivamente il software un costo, la licenza d’uso, ce l’ha in qualche modo, e quindi deve essere esplicitato. Nella proposta di emendamento che il gruppo politico di Rifondazione Comunista ha messo in piedi per la “Bersani” c’era un’altra regola che lo legava ai prezzi di mercato delle licenze, ma il concetto è lo stesso: l’idea è di mettere un prezzo che sia credibile.
Per il cittadino, se passassero le richieste della petizione, cambierebbe solo che quando riceve la pubblicità a casa o va al supermercato nei cartellini o nelle indicazioni del prezzo del personal computer ci sarebbero due diversi prezzi, messi anche per differenza: “guarda questo portatile, costa 700 euro di cui 100 di software”, facendo così è tutto semplicemente più chiaro, si mira alla chiarezza. Non solo: sarebbe un beneficio per le aziende e per le scuole che vogliono usare altri tipi di software perché sarebbero abilitate a farlo. Sarebbe un bene per la conoscenza locale, perché si potrebbe divulgare altri tipi di software, dei quali il grande pubblico non ne conosce l’esistenza, nella situazione attuale. Le aziende italiane che commercializzano elaboratori poi potrebbero avere un vantaggio competitivo per fare il business verso gli altri paesi dell’Unione in zona Schengen, perché sono tanti gli utenti anche in altri paesi che stanno aspettando una simile normativa. Tanto è vero che proposte simili alla mia petizione sono state fatte (a mia conoscenza) in Spagna, in Francia e in Germania, ed ora c’è una proposta anche a livello europeo.
Questa esigenza è una esigenza che è un po’ sentita in tutta l’Unione.

W@H: ma quindi è anche realistico che venga applicata e fatta propria dal Governo, oppure è più una speranza?

Davoli: allo stato attuale io ho parlato con diversi parlamentari, avendo conforto nel supporto della proposta; proprio ieri qui a Quifree.it ho parlato con un consigliere del Sottosegretario Beatrice Magnolfi (sottosegretario alle riforme e innovazione nella pubblica amministrazione, ndr). Mi diceva che era molto ben disposta a fare quanto di sua competenza per supportare la proposta.
Lasciatemi essere un po’ cattivello… i politici hanno due piani di lavoro, quello di ciò che dicono e quello di ciò che fanno, quindi io aspetto a gridare gatto quando sarà nel sacco, però i presupposti della prima ora ci sono; d’altronde è importante fare notare ai politici che a tutt’oggi 9.300[3] persone si sono espresse a favore… E si sono espresse non a caso: se si va sul sito della petizione e si guardano i commenti si vede il perché e quali sono le motivazioni che portano a supportare questa proposta.
9.300 persone che non sono i ragazzini che non vogliono il costo di ricarica del cellulare, sono persone che hanno un peso politico, possono anche condizionare l’opinione delle persone vicine, delle persone attorno, possono avere rilevanza politica anche in elezioni, quindi è la nostra arma di ricatto per avere risposte, anche se il meccanismo elettronico della petizione del sito petition online non ha valore strettamente legale, non è una proposta di legge, non è una cosa istituzionale, però un buon numero di persone ha un peso politico in ogni modo, perché son le regole della democrazia.

W@H: le prime 7.000 adesioni sono arrivate in tempi abbastanza brevi, poi per arrivare a 9.000 ci son voluti più mesi: ci sono idee per provare a rilanciare l’iniziativa?

Davoli: come in tutte queste cose uno dei problemi è che veniamo censurati, diciamo la parola giusta. Se questa cosa ha una forte eco nei tam tam dei blogger, nei tam tam dei siti, non riesce però ad emergere sui canali della stampa e televisione, sui media convenzionali, e la mia ipotesi a tal proposito è che la sponsorizzazione forte che fanno le case di software proprietario su questi media vieti di fatto loro di pubblicare opinioni alternative. Alla prima ora, siccome è una esigenza concreta e sentita, il popolo della rete – quello che legge continuamente le notizie, che sta attento e si vuole informare, in particolar modo quelli che hanno più conoscenze tecniche – ha risposto al primo colpo; adesso, man mano, stiamo prendendo tutte le persone che assumono consapevolezza nonostante la censura da parte degli organi di comunicazione di massa.
Non abbiamo fretta, vedo che il trend è sempre monotono crescente, i nuovi che si iscrivono mi mandano indicazioni, supporto, quindi vuol dire che ci credono. Adesso penso che manifestazioni come questa, il Linux Day che c’è oggi, possano dare una mano. Io credo molto nel tam tam mediatico sulla rete, credo molto nel fatto che la rete ci renda tutti protagonisti, non spettatori. Wikipedia è proprio l’esempio classico, il campione da usare per far vedere questo fenomeno.

W@H: Nel dipartimento di informatica dove insegna, quanto è importante il software libero? Viene usato e promosso anche dagli altri docenti?

Davoli: il Dipartimento di Scienze dell’Informazione dell’Università di Bologna è da sempre stato legato al software libero. È un dipartimento che è cresciuto da pochi anni, come tutti i dipartimenti di informatica; il corso di laurea esiste dal 1987, ed è una scelta quella del software libero che è stata condivisa volontariamente dalla totalità dei docenti. I nostri laboratori, anzi, il nostro laboratorio, che è uno, è in pratica totalmente basato su software libero, e abbiamo alcune macchine col software proprietario usate dai laureandi che devono fare qualche studio specifico. Ma a partire dal primo anno tutti i nostri studenti lavorano con macchine basate sul software libero.
Questo perché? perché noi siamo consapevoli che non possiamo dare delle conoscenze informatiche per fede o senza poter dire allo studente che ha maggiore curiosità “no, non puoi guardarlo, non puoi andare a capire, a smontare per vedere come è fatto, per capire come funziona”. Per avere la conoscenza uno deve poter soddisfare tutti i suoi bisogni conoscitivi avendo la possibilità di accedere alle fonti; e questo va bene per tutte le scienze e anche per l’arte. Sarebbe impossibile dire ad uno studente di arte: “parla del Masaccio ma non puoi andare a vedere da vicino il quadro”.
La visita ai musei per gli studenti d’arte è fondamentale; se uno studia ingegneria meccanica deve aver visto un motore, non può aver solo sentito parlare di un motore. Chi studia informatica deve poter smontare concettualmente e logicamente le componenti che sta studiando. E questo è stato il motivo di una scelta, che portiamo avanti praticamente da sempre, perché anche prima dell’avvento di Linux noi utilizzavamo già GCC come compilatore, poi quando è arrivato Linux abbiamo installato GNU/Linux.

La libertà intellettuale

piero tasso intervista Renzo Davoli
27 ottobre 2007

W@H: Passando al tema della libertà intellettuale [1]; volevo farle una premessa che è anche una provocazione: il diritto d’autore è nato per difendere gli scrittori, artisti ed editori, che vedevano “bruciare” il loro lavoro da altri editori senza scrupoli che stampavano versioni non autorizzate (l’ha fatto anche Le Monnier in Italia), limitando l’iniziativa editoriale a causa dei mancati guadagni e degli investimenti sprecati; è nato quindi per difendere la nascita dell’editoria da azioni considerate piratesche.

Adesso cos’è cambiato rispetto all’epoca?

Davoli: è cambiato che nel mezzo c’è stata la rivoluzione digitale, noi possiamo rappresentare la conoscenza in numeri, in formato digitale. Perché gli editori, gli scrittori etc avevano bisogno di difendere la loro conoscenza? La loro conoscenza era legata ad atomi, quindi per poter leggere un libro non si poteva comprare o ricevere semplicemente il testo, le parole del libro: bisognava comprare il pezzo di carta; quindi l’editore andava a difendere un suo investimento: aver dovuto impaginare il libro, averlo dovuto stampare, avere degli invenduti in un magazzino, avere un trasportatore che doveva trasportare la carta, e così si potrebbe dire per i CD e così via.
Ma qual è l’opera d’arte? Domandiamoci questo, perché molto spesso si confonde il supporto con l’opera. L’opera d’arte non è il libro, non è il CD, ma è il romanzo, è la poesia, è la musica, quindi attualmente cosa è cambiato? È cambiato che potendo trasformare questo in un numero, una canzone piuttosto che un testo, ha assunto la stessa natura, ha ripreso la sua vera natura, che è quella di numero; “Promessi sposi”, piuttosto che “Per Elisa” di Beethoven, piuttosto che… che ne so… “l’Infinito” di Leopardi, sono come Pi greco. Ora, se io racconto Pi greco, spiego che cosa è o ne scrivo una rappresentazione, quello non ha un costo. Il costo marginale, quello della copia in più, è diventato nullo. Quindi tutti i metodi di protezione che c’erano risultano in realtà inutili. Occorre ripensare tutto in quest’ottica. In futuro si riuscirà a codificare di tutto: gli odori, i sapori, le sensazioni, le sensazioni tattili, ma mettiamoci d’accordo, si capisce benissimo con una statua: la statua è un’opera d’arte, se io guardo la statua dal vivo assumo delle sensazioni perché posso vederla in un certo modo, posso ammirare tanti aspetti del dipinto nel museo, altra cosa è l’immagine del dipinto. Mi piace citare la statua di Magritte, “Ceci n’est pas une pipe” – questa non è una pipa… è l’immagine della pipa.
In fondo la fotografia o il quadro è l’immagine dell’opera d’arte, anche nella musica l’MP3 non è l’esibizione dal vivo, ma è l’immagine dell’opera d’arte.
Quindi è cambiato che abbiamo costi marginali nulli (il costo marginale è il costo per produrre una copia in più, ndr). A questo punto l’artista ha altri canali per essere remunerato, tant’è vero che molti artisti lo fanno e che molti trovano più conveniente questa metodologia. Quali canali possono avere? l’esibizione dal vivo: chi scrive dei libri, siccome non ha costi materiali, se molti leggono il libro per lui è un pro perché avrà molti lettori nel prossimo libro, potrà fare conferenze, oppure se scrive dei romanzi li può pubblicare ad un prezzo che sia equo. Ad esempio se invece che avere le librerie, che hanno scaffali pieni di libri, uno potesse dire, in un negozio dotato di una stampante veloce locale “voglio una stampa di quel libro lì”, potrebbero avere degli introiti dati dalla vendita dei libri cartacei. Io stesso leggo un sacco di documenti su rete, anche manuali tecnici, ma se ho bisogno di consultarli spesso, se sono particolarmente importanti, me li stampo. E fra la noia di stare a stampare, rilegare, ed avere qualcuno che mi fa questo servizio, potrei trovare conveniente prendere questo servizio.
L’altro giorno cercavo un brano musicale che posseggo in un CD, ma avendo tre figli in giro per casa mi è capitato che il CD non fosse al suo posto, ed io avrei dato volentieri un euro per avere quel brano musicale, anche fosse stato libero.
Da quando ci sono le copie in rete molte opere hanno avuto maggiore interesse, non hanno avuto un danno. Io faccio sempre l’esempio di Adobe Photoshop: Adobe Photoshop è un programma che se fosse stato pagato da tutti al suo prezzo reale, non lo conoscerebbe nessuno. Adobe Photoshop, lo dico con cognizione di causa, deve la sua fortuna alle copie abusive.
Allora domandiamoci bene che cos’è al giorno d’oggi questa cosa che erroneamente viene chiamata pirateria. Non è pirateria, non ha nulla a che vedere con questo. La pirateria ha a che fare con dei beni materiali: se un pirata prende una cosa ad una persona, l’altro non ce l’ha più. Qui stiamo parlando di scambio di conoscenza: è vero, la copia abusiva fatta contro il volere dell’autore è una cosa cattiva, fatta male. Ma è come non pagare il biglietto sull’autobus, uno riceve un servizio e non paga il biglietto. Se poi a fianco c’è un autobus messo a disposizione dal comune gratuito ed io ho deciso di prendere l’altro è mio libero arbitrio.
Però non sono qui a dire: “copiate e violate le regole degli autori!”, no, è cambiato il mondo, bisogna cambiare le regole, ostinarsi a proteggere le opere digitali come si proteggeva la carta, il supporto CD, non ha più senso nel mondo d’oggi.

W@H: Lei prima, nel suo intervento al Festival della Creatività, parlava del fatto che le università ed i centri di ricerca si tarpano le ali chiudendo con brevetti le loro produzioni di conoscenza; ma l’alternativa del lasciarle libere è realistica? ci sono casi in cui la libertà intellettuale e quindi la libera circolazione delle informazioni ha consentito importanti risultati nella scienza?

Davoli: nella scienza è ancora più palese questa contraddizione, potrei dire tutti, tutti i veri risultati scientifici sono nati dalla libertà di trasferimento della conoscenza. È proprio una contraddizione dire “crea conoscenza senza poter accedere alla conoscenza degli altri”. Newton parlava di “salire sulle spalle dei giganti”, ma se uno non li conosce i giganti potrà salire solo sulle spalle dei nanetti, avrà poca possibilità di guardare oltre. Il problema sta alla radice, l’idea è “come si finanzia una università?”. L’Università deve essere un ente commerciale che fa mercanteggiamento delle sue idee? Questo metodo può valere per una università totalmente privata, una università finanziata solo con contributi di aziende e studenti.
Ma nell’università, quella di Stato, quella vera, quella libera, il mio stipendio vien pagato dallo Stato italiano. Questo è il mio codice etico: se io prendessi il mio lavoro e lo chiudessi in favore di una azienda, mi sentirei di commettere interesse privato in atti d’ufficio. Potrebbe anche essere interesse del mio Ateneo in atti d’ufficio, ma in realtà io avrei usato soldi dei contribuenti per favorire questa o quella azienda. Non lo trovo corretto.

W@H: …ci son professori che si lamentano che se lasciassero libere le immagini del microscopio, le loro dispense etc, rischierebbero di vedersele copiate da istituti privati di preparazione agli esami universitari o comunque da altri docenti…

Davoli: chiunque pensi che un istituto del genere faccia un servizio alla conoscenza secondo me sbaglia, ma è mia opinione personale. I lucidi delle mie lezioni sono liberamente disponibili, a mia conoscenza altre due università stanno usando i miei lucidi per fare lezione e non ci trovo nulla di male, anzi, vado orgoglioso di questo.
Ma torniamo al problema del finanziamento della ricerca… tutte le università hanno bisogno di studiare i risultati presenti in letteratura per produrne di nuovi. Se non lo facessero ci sarebbe il problema che sprecherebbero risorse a fare ricerca su ciò che è già conosciuto altrove e non lo sanno. È una grave mancanza pubblicare un risultato che esiste già nella scienza e si viene quasi derisi come ricercatori a farlo. Occorre quindi conoscere, e questa conoscenza a tutt’oggi costa sempre di più, perché a causa delle chiusure (in questo caso parlo più del diritto d’autore sulle opere, sulle riviste scientifiche) le università pagano sempre di più per accedere agli articoli pubblicati.
Ma questo è un male, perché usiamo soldi che dovrebbero esser dati alla ricerca non per fare avanzamenti scientifici ma per foraggiare gli editori, che prendono la chiusura di una università contro la chiusura dell’altra: l’università A ha bisogno degli articoli dell’università B e viceversa, e ci guadagnano due volte. Ma è completamente “fesso”! Se l’università A e l’università B avessero pubblicato liberamente quelle cose non avrebbero speso per l’articolo dell’altro, ma non avrebbero nemmeno guadagnato per l’articolo che hanno dato fuori. Alla fine considerato che questo fenomeno riguarda una università contro tutte le altre avrebbero tutte risparmiato più del mancato guadagno. A questo punto è un debito per l’università quel diritto d’autore, e lo stanno scoprendo: negli ultimi anni c’è stata una statistica in proposito, non vorrei sbagliarmi coi numeri, ma negli ultimi dieci anni è aumentato del 250% il costo delle riviste scientifiche, per l’università; è spaventoso, sono tutti soldi che in realtà stiamo sottraendo all’avanzamento scientifico.

W@H: lei in alcune sue presentazioni terminava chiamando a raccolta le persone per aprire un Fronte di liberazione intellettuale…

Davoli: non è né una associazione, né un partito; chi vuole aderire deve solo dire che aderisce ed operare, non importa contarci, non importa fare manifestazioni o altro, l’importante è che vengano divulgate delle idee. Io parlo nel sito di ecologia della conoscenza: cos’è l’ecologia della conoscenza?
Quando si parla di ecologia si parla di cose necessarie per la sopravvivenza del genere umano. Per esempio nessuno avrebbe dovuto abbattere l’ultimo albero dell’isola di Pasqua, perché ciò ha rovinato l’ambiente e quindi non ci sono più state le condizioni per vivere in quell’ambiente.
Bene, preservare la conoscenza, soprattutto la creatività, è un obiettivo principale. Noi abbiamo un bene prezioso che è la creatività umana. Se ognuno di noi ha un certo potenziale di creatività occorre che lo coltivi e che soprattutto non lo sprechi. Oggi c’è una forte limitazione della libertà intellettuale, che è il vero diritto: la proprietà intellettuale non esiste, la proprietà è tutta un’altra cosa, è per le cose materiali, è un diritto assoluto sulle cose materiali, ma che non si applica alla conoscenza… infatti quelli che erroneamente vengono chiamati diritti di proprietà intellettuale sono dei diritti temporanei con forti limitazioni e quindi si dovrebbero chiamare “deroghe alla libertà intellettuale”.
Dicevo: le deroghe alla libertà intellettuale oggi producono gravi danni perché sprecano (in questo non sono ecologiche) la creatività umana. Perché si spreca la creatività umana? Per tanti motivi: prima dicevo, ci sono ricercatori che non conoscono l’uno il risultato dell’altro, e quindi impegniamo un ricercatore a studiare nuovamente ciò che ha già studiato l’altro: abbiamo sprecato energia creativa.
Ancora: “l’effetto babele”; se due ricercatori non possono comunicare, non c’è libera comunicazione, succede che il ricercatore A chiama un certo concetto in un modo e il ricercatore B lo chiama in un altro, va a finire che creano dei linguaggi scientifici diversi per dire la stessa cosa.
Ancora una volta si perde energia creativa.
Maggiore efficienza: se c’è conoscenza, possibilità di comunicazione, si ha libera concorrenza e si selezionano naturalmente le soluzioni migliori eliminando la falsa scienza. Con la libera circolazione delle idee c’è la libera concorrenza, in realtà le limitazioni alla libertà intellettuale creano dei monopoli, delle chiusure, quindi evitano la libera concorrenza, sia fra le idee, sia dal punto di vista economico.
A tutt’oggi, tra l’altro, i meccanismi di limitazione generano contese, quindi anche dal punto di vista economico molte delle risorse che dovrebbero essere destinate alla ricerca, all’innovazione, vanno ad avvocati, a meccanismi per la litigiosità. Vedete, tutte queste sono energie sprecate.
L’umanità ha davanti a sé delle sfide grosse da affrontare: e non si possono affrontare accumulando degli egoismi, limitando la conoscenza a piccoli orticelli. Abbiamo bisogno di avere una libertà di divulgazione della conoscenza affinché possiamo tutti assieme arrivare a delle soluzioni. I combustibili fossili stanno finendo, l’ambiente naturale ha forti problemi; io faccio sempre quest’esempio: siamo tutti qui a gioire per il fatto che una nazione ha aumentato il PIL di una certa misura ed è più brava perché l’ha aumentato più di quell’altra. È riconosciuto che già con i sistemi industriali attuali il pianeta non regge, quindi è inutile che ognuno nel suo piccolo egoismo di nazione tenti di rubare l’ambiente agli altri, perché questo è quello che fa. Dovrebbero tutti insieme tentare di salvare il salvabile anche a costo di ridurre i PIL; alla fine il PIL andrà ridotto. Tutto sta a vedere se lo ridurremo d’accordo ed in maniera diciamo concordata oppure se sarà il tracollo a farcelo ridurre. E l’opinione pubblica ne deve essere informata, ci deve essere libera circolazione della conoscenza e gli scienziati devono poter lavorare assieme per trovare soluzioni vere.
La singola azienda non ha interesse a risolvere i problemi dell’umanità, il suo interesse è solo far contenti gli azionisti e far quadrare i bilanci, avere il massimo utile. L’unione di tanti egoismi non ha mai creato un altruismo, quindi occorrono delle regole forti dall’alto. Abbiamo visto Kyōto, Kyōto faceva una limitazione minimale ma nessuno l’ha accettata perché son tutti volti a pensare al loro piccolo egoismo aziendale o nazionale.
Perché parlo di questo che sembra scorrelato? perché nell’informazione abbiamo esattamente gli stessi problemi; sono proprio in rapporto diretto, da matematico stavo dicendo biunivoco, fra il mondo dell’ecologia come è conosciuto oggi, ed il mondo dell’ecologia della conoscenza.

Wikipedia

W@H: ora parlerei di Wikipedia, di come lei la valuta; in particolare avevo notato che nei suoi discorsi la cita spesso, parlandone bene… La utilizza molto? in quale lingua? Perché la preferisce rispetto ad una enciclopedia cartacea o ad una digitale?

Davoli: Wikipedia la uso quotidianamente, è una fonte come ne esistono tante altre, ho scritto una volta un articolo “Wikipedia, storia di un miracolo imperfetto”[4]: è imperfetto, ha degli articoli che sono solo abbozzati, degli altri contengono errori, ma come ne ha ogni altra fonte. Non è che la fonte cartacea o le altre fonti siano immuni da difetti. L’ha dimostrato Nature in un articolo, ha preso un certo numero di lemmi scientifici dalla Britannica e da Wikipedia in lingua inglese ed ha scoperto otto errori gravi, ma erano metà per uno[5].
La uso principalmente in lingua inglese, talvolta cerco qualcosa in italiano ma prevalentemente in inglese perché è un riferimento utile anche per argomenti tecnici su materie che non sono le mie, o su materie anche di informatica che sono marginali al mio studio.
Perché si usa? perché è comoda, perché uno ce l’ha attaccata alla scrivania, incorporata nella macchina in quanto passa dal cavo di rete o dal collegamento wireless che tutti abbiamo. La preferisco a quella cartacea perché c’è, la preferisco a quella cartacea poi anche per un motivo affettivo, diciamo così… perché è nata fuori dai canoni comuni. “La storia di un miracolo”: ma qual è il miracolo? far vedere al mondo che non occorrono enormi investimenti per accumulare conoscenza, perché la conoscenza non è appannaggio di pochi saggi che siedono nel comitato di redazione dell’enciclopedia Britannica; l’intelligenza, grazie a Dio, è una caratteristica diffusa a tutto il genere umano. E quindi accumulare l’intelligenza di tante persone collegate in rete fa in modo che possiamo avere un rapido accumulo di lemmi che fanno una enciclopedia. Questa è la storia del miracolo. Va migliorato, bisogna stare attenti, occorre divulgare l’etica dell’accesso ad un wiki: io non oserei mai mettere mano a dei contenuti che mi riguardano, su Wikipedia, perché trovo giusto così. Invece so che si son dovuti studiare dei meccanismi tecnici per evitare che persone del congresso americano giocassero a cambiare i propri dati ed i dati dei propri diretti avversari.

W@H: … sì, cose simili son successe anche in Italia…

Davoli: sì, occorre divulgare l’etica, ed occorre una forma di governance, è quella la sfida per il futuro di Wikipedia, ed anche qualche commentino che arriva a Wikipedia viene da quel punto di vista, che consenta da un lato di lasciare la libertà, dall’altro di evitare speculazioni sulla libertà. Molto spesso mi son detto “mi metto a scrivere degli articoli su Wikipedia”, ma devo dire che da professore universitario, nonostante che Wikipedia sia questo progetto cooperativo, mi sento un poco a disagio a scrivere, mi piacerebbe che ci fosse un comitato di redazione a cui sottoporre il mio articolo in modo da chiedere “ma è coerente? va bene per quella che è la vostra linea editoriale? è troppo approfondito?” o anche collaborare con colleghi. Quando penso di scrivere la prima pagina su un argomento anche che conosco bene, la sensazione è “chi sono io per poter dare la visione base di Wikipedia su un argomento?”
So che invece nel mondo ci sono persone che al contrario si sentono di dare opinioni di base sull’argomento pur non avendone le competenze… il mondo è bello perché è vario!
Però la sfida che secondo me ha Wikipedia davanti è quella di bilanciare e trovare la maniera di lasciare la libertà che l’ha resa grande, mentre al tempo stesso deve riuscire a limitare gli abusi.
Io penso che ci siano tanti problemi a questo mondo, ma la mia speranza è che la maggior parte delle persone operi correttamente, quindi secondo me Wikipedia dovrebbe studiare dei meccanismi tecnici che consentano una autocorrezione, in modo che ci sia una sedimentazione della conoscenza, basata anche sulla misurazione della qualità da parte degli utenti stessi che certificano la qualità.
Quindi Wikipedia deve rimanere libera, ma deve fare in modo che sia la comunità stessa ad espellere quel rumore che qualcuno non competente o con malignità ha inserito. Non deve essere un controllo calato dall’alto se no diventerebbe una enciclopedia in rete, gratuita ma non più libera, quindi una Britannica su rete. Non è questo Wikipedia, perderebbe la sua natura.

W@H: come giudica il fatto che un suo studente potrebbe prendere gli appunti dalla sua lezione e passarli su Wikipedia? Sia dal punto di vista del riconoscimento del suo lavoro, sia dal punto di vista della qualità di ciò che viene inserito.

Davoli: io non ho problemi alla divulgazione delle lezioni, tant’è vero che tutte le mie lezioni sono disponibili in streaming su rete, in versione real time, in diretta. So che vengo anche registrato ed una persona (studente o no) può rivedere le mie lezioni dopo, quindi non c’è alcun tipo di problema sulla segretezza di quello che dico a lezione.
Dall’altra parte lo studente è libero di mettere i suoi appunti dove vuole, l’importante è che lo studente non dica che sono i miei appunti, in quel caso farebbe a mio avviso una cosa scorretta e penso anche sanzionabile, perché mi attribuirebbe la paternità intellettuale di qualcosa che non è mio. Se scrive “questi sono i miei appunti della lezione di Davoli” è libero di farlo.
Poi sarà cura di altri studenti, di altre persone, la mia se capita e se ho la possibilità di farlo, andare a correggere se ha introdotto eventuali errori.
Quindi non c’è nulla di male, lo facciano, mi piace l’idea.

W@H: dal punto di vista della qualità sarebbe un valido modo per contribuire? Garantirebbe informazioni corrette?

Davoli: assolutamente, se c’è una comunità. Il bello è la comunità: se c’è il singolo studente che prende la lezione, la mette lì e nessuno la consulta, ed il primo che li andrà a vedere otterrà un contenuto di una qualità relativa.
Ma se c’è una comunità si crea la qualità. Lo fanno i miei studenti all’interno del corso di laurea usando strumenti come wiki locali oppure newsgroup, si passano appunti, si passano informazioni; quelli del master hanno un wiki; alla fine la comunità, che è alla base di Wikipedia, genera qualità. Se qualcuno ha scritto una corbelleria l’altro la corregge, è il teorema del software libero.
I detentori del software proprietario vengono a raccontarci, o vanno a raccontare ai poteri decisionali pubblici o anche privati, che il software libero è pericoloso perché tutti sanno come è fatto, allora uno brutto e cattivo potrebbe andare a cercare l’errore nel programma e sfruttarlo. Ma è vero anche il contrario, anzi è maggiore l’effetto contrario: siccome tutti sono in grado di guardarlo, tutti sono in grado di correggere se ci sono eventuali errori. Se uno prende la lib SSL, la libreria che fa la crittografia in Linux, lì tutti sappiamo come è fatta, da anni la usiamo, è ritenuta sicura, è usata da tanti, se c’è un problema viene aggiornata prontamente. Quella è molto più sicura di ogni altra cosa proprietaria, che può avere tantissimi errori di cui nessuno sa l’esistenza e tra l’altro il primo che ne scopre l’esistenza e non lo racconta agli altri ha il passepartout per entrare, per forzare i sistemi di protezione.
La comunità è la qualità; è la vostra chiave di lettura, è la nostra del software libero, e bisogna farlo capire agli utilizzatori di Wikipedia e del software libero.

W@H: l’ultima domanda era appunto se ha senso applicare il sistema di controllo e verifica tipico del software open source anche a settori molto influenzati dalle opinioni personali come un’enciclopedia?

Davoli: l’enciclopedia è molto vasta, dipende dai contenuti. Per i contenuti scientifici c’è una qualche forma di verificabilità del risultato – ancora grazie a Dio abbiamo Galileo che ci insegna il metodo sperimentale. Alcuni scienziati devo dire che l’hanno dimenticato: pubblicano articoli con risultati basati su software proprietario, l’esperimento non è ripetibile, non è verificabile, quindi per me non è scienza, però questo alcuni non lo reputano un problema…
Comunque, in campi dove c’è la verificabilità questo è più facile, il problema è quando andate a pubblicare degli articoli sull’enciclopedia dove entrano in ballo l’emotività, problemi politici piuttosto che problemi religiosi o anche più brutalmente sportivi.
La pagina di una squadra di calcio può esser soggetta ai tentativi di cambiare dei contenuti per motivi che non hanno nulla a che vedere con la conoscenza.
È difficile, io non ho la panacea… l’unica chiave è andare a vedere caso per caso, o classe di problemi per classe di problemi, come risolvere questo tipo di conflitto. Non penso possa esistere la soluzione globale, sicuramente la comunità di Wikipedia è una comunità che ha a cuore il progetto, quindi è una garanzia. Andiamo ad interrogarci sullo scopo delle persone che vengono a scrivere su Wikipedia, e diamo un peso agli interventi in funzione del grado di collaborazione. Se uno nella vita ha scritto molte pagine per Wikipedia e ha corretto errori con azioni non successivamente contestate da altri, appare strano che vada poi a far perdere di valore il progetto, sarebbe dire che sta screditando un po’ se stesso.
Invece chi è un utente estemporaneo può anche darsi che sia semplicemente il tifoso che vuole scrivere insulti alla squadra avversaria perché la partita non ha avuto il risultato voluto.
Forse questa può essere la chiave: per citare la Costituzione (art.53, ndr) occorre in Wikipedia “valutare la capacità contributiva”, là parlavano delle tasse, qua parliamo di conoscenza, che il cittadino della rete può dare a Wikipedia.

W@H: Grazie mille

Davoli: Grazie a voi.


Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

Note

  1. 1,0 1,1 vedi anche www.copy4love.org
  2. vedi il sito della campagna (cliccare qui se non funzionante) e la pagina di raccolta firme su petition online
  3. 9.300 adesioni a fine ottobre; al 2 dicembre sono oltre 9.700, vedi qui
  4. L’articolo su UNIBO Magazine
  5. vedere in proposito l’articolo apparso su Nature.com il 15 dicembre 2005 [1]

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October 27, 2007

Italia: il Linux Day 2007 coinvolge 118 città

Italia: il Linux Day 2007 coinvolge 118 città

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sabato 27 ottobre 2007

Un momento del Linux Day 2006

Per il settimo anno consecutivo l’associazione Italian Linux Society organizza il Linux Day. L’evento, in onore del sistema operativo Linux creato da Linus Torvalds, si svolge in 118 città. Il giorno dedicato al pinguino Tux inizia a meno di ventiquattr’ore dall’uscita di Leopard.

Da Nord a Sud oggi è la giornata del software libero e open source, protagonista indiscusso dei seminari, delle discussioni e delle dimostrazioni pratiche che riempiranno le scuole e le università italiane. Quest’anno non mancano nemmeno gli “install party”, per permettere agli utilizzatori di Microsoft Windows di caricare sulle proprie macchine una delle tante distribuzioni Linux. La più nota è senza dubbio Ubuntu, la cui versione 7.10 (ottobre 2007) è è stata lanciata da qualche giorno. Non mancano nemmeno le alternative, ad esempio Mandriva, anche questa aggiornata di recente alla versione 2008.

A Milano si organizzano due eventi, uno preparato dall’OpenLabs che si protrarrà fino a domenica, l’altro dai LUG LeoLinux, LUG Bocconi e MiLUG. L’associazione culturale LIFOS è invece presente a Cinisello Balsamo. Qui il giornalista Paolo Attivissimo terrà una conferenza sui Digital rights management.

In Toscana il Linux Day sarà affiancato dalla seconda edizione del Festival della Creatività, avviato a Firenze il 25 ottobre e che terminerà domani.

Anche a Genzano di Roma, come a Milano, due differenti LUG propongono i loro programmi, a cui si aggiunge quello della capitale. Il Linux Day viene anche festeggiato a Napoli, Reggio Calabria e Palermo.

L’elenco delle città in cui si svolge il Linux Day è disponibile nel sito ufficiale della manifestazione.

Fonti[]

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October 23, 2007

Avviata la seconda fase del progetto \”Linux in the slum\”

Avviata la seconda fase del progetto “Linux in the slum”

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martedì 23 ottobre 2007

Dall’agosto del 2007 ad oggi due associazioni no profit italiane, OsES ed AfrikaSì, hanno collaborato e sono giunte alla seconda fase dell’iniziativa “Linux in the Slum”, avviata il primo ottobre di quest’anno.

Con questo progetto, facente parte dell’iniziativa “Linux aids people” promossa dalle stessa OsES, si pone l’obiettivo di aumentare l’alfabetizzazione in Africa e di colmare il digital divide nei paesi in via di sviluppo, usando il sistema operativo creato da Linus Torvalds.

AfrikaSi ha installato ad agosto tre personal computer Compaq nella “AfrikaSì Nursery School” nello slum Deep Sea di Nairobi. Oltre alla piattaforma hardware, l’associazione ha fornito il software open source installando sulle macchine la distribuzione Linux Ubuntu e, tra le altre cose, gli applicativi OpenOffice.org e The GIMP.

Fonti

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