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September 12, 2012

Cina: donna picchiata da funzionari pubblici per non aver pagato una multa

Cina: donna picchiata da funzionari pubblici per non aver pagato una multa

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mercoledì 12 settembre 2012

Il poco edificante episodio reso noto oggi, documentato da un video amatoriale, proviene da un mondo diverso rispetto a quello della dissidenza politica, e offre uno spaccato sul microcosmo amministrativo della sconfinata repubblica cinese e sull’arroganza prevaricatrice dei pubblici poteri. Esso rivela anche un modo singolare di interpretare il potere amministrativo, attraverso strattonate, calci e pugni.

La vittima di questo increscioso episodio di violenza di gruppo è una donna dall’apparente età di venti o trent’anni, da una provincia della Cina orientale, destinataria di una multa irrogatagli, sembra, per aver reciso un fiore in un giardino pubblico. L’importo della sanzione era di mille yuan, l’equivalente di circa 120 euro al cambio valutario, ma la donna non aveva provveduto al pagamento. A causa di questo, si era vista tagliare l’alimentazione della rete elettrica della sua abitazione. Per chiedere ragioni, o per effettuare rimostranze, si era recata in un ufficio comunale della sua città, portando con sé il figlioletto di pochi anni.

Salite le scale del colonnato di quello che sembra un padiglione d’ingresso, la donna viene affrontata in maniera brusca da un funzionario pubblico che inizia a strattonarla con violenza sotto gli occhi del bambino. Immediatamente si fanno sotto altri dipendenti intervenuti a dare man forte al collega. Si forma così un folto gruppo di persone che inizia a incalzare la donna. In breve tempo, il violento alterco degenera ulteriormente: dagli strattonamenti si passa ai calci e ai pugni. Nel video, la donna, accerchiata, separata dal figlio, appare inerme e incapace di difendersi o sottrarsi alle percosse: barcolla sotto i colpi fino a cadere a terra, sempre sotto lo sguardo del bambino che segue gli spostamenti del gruppo.

Nella squadra dei picchiatori che ha inflitto queste violenze alla donna, oltre a funzionari e dipendenti pubblici, pare vi fosse anche uno degli esponenti politici di spicco della città, il vicesegretario del Partito Comunista Cinese di quel comune.


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April 13, 2008

Tibet-Cina, Dalai Lama: «Mi dimetto se le violenze non cessano»

Tibet-Cina, Dalai Lama: «Mi dimetto se le violenze non cessano»

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domenica 13 aprile 2008

La guida spirituale dei buddhisti, il Dalai Lama, annuncia da Seattle, tappa del viaggio negli Stati Uniti: «Se la violenza in Tibet diventa fuori controllo mi dimetto».

«Se la violenza si aggravasse al punto da non poter essere più controllata» dice Tenzin Gyatso, «la mia unica opzione sarebbe quella di dimettermi. Se la maggioranza della gente si macchierà di nuove violenze allora lascerò».

«La violenza è totalmente sbagliata»: il Dalai Lama approva le proteste senza violenza contro l’operato della Cina in Tibet, e verso la fiaccola olimpica. In conclusione la guida del Buddhismo chiede l’autonomia del Tibet, ma dice: «È sempre più difficile adesso fare altre concessioni alla Cina oltre a quelle già fatte».

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March 15, 2008

Tibet: monaci in rivolta a Lhasa, molti morti

Tibet: monaci in rivolta a Lhasa, molti morti

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sabato 15 marzo 2008

Un gruppo di monaci buddhisti, in un’immagine di archivio

Da lunedì i monaci buddhisti di Lhasa, capitale del Tibet, sono in rivolta contro la Cina e il governo (nominato da Pechino) che governa il Tibet. La ribellione cade nel periodo del 49° anniversario della rivolta tibetana contro Pechino, e soprattutto all’approssimarsi delle Olimpiadi, che si svolgeranno ad agosto proprio in Cina.

La protesta dei monaci, iniziata senza uso di violenza, è degenerata ieri: secondo testimoni, per le vie della città si sentono spari, mentre la polizia cinese usa i lacrimogeni per disperdere i manifestanti. La polizia cinese, inoltre, ha effettuato decine di arresti, mentre i tre monasteri principali di Lhasa (quelli di Sera, Drepung e Ganden) sono sotto assedio da parte delle forze armate di Pechino.

Inizialmente i testimoni e le agenzie avevano riferito di diversi feriti e di almeno due morti, ma questa mattina il governo tibetano in esilio a Dharamsala è intervenuto sull’effettivo bilancio della rivolta, e ha riferito che i morti sarebbero oltre 100, mentre a Lhasa sarebbe stata proclamata la legge marziale. Ma non c’è accordo su quale sarebbe stata la causa dei decessi: secondo l’agenzia Nuova Cina i morti sarebbero stati tutti causati dai manifestanti, che avrebbero messo a ferro e fuoco la città, mentre la TV cinese ha mostrato le immagini di manifestanti che sfasciavano negozi. Appare tuttavia improbabile che tutti i morti siano stati causati dalla violenza dei manifestanti, senza contare che già in passato la Cina aveva represso nel sangue simili rivolte. Testimoni, infatti, riferiscono che per le strade di Lhasa si assiste al passaggio di carri armati e di blindati, mentre i monaci sono sotto assedio: le autorità cinesi hanno chiesto la resa entro lunedì, in cambio della clemenza.

Secondo le autorità cinesi, la rivolta sarebbe stata organizzata dalla «cricca del Dalai Lama», un’accusa fermamente respinta dal governo in esilio: bisogna infatti ricordare che già in occasione della fuga del Dalai Lama nel 1959, il popolo di Lhasa protesse spontaneamente il proprio sovrano, depistando i cinesi che assediavano il Norbulingka.

Lo scoppio della protesta non è giunta come un fulmine a ciel sereno: il Tibet è sin dall’occupazione fonte di preoccupazioni per Pechino. Già durante l’inizio dell’occupazione, gruppi di tibetani (precedentemente dei banditi) riuscirono a tener testa all’esercito cinese, grazie alla profonda conoscenza del territorio. Il popolo tibetano, inoltre, come un sol uomo, ha protetto la fuga del sovrano verso l’India del 1959, e più volte, anche negli ultimi anni, si ricordano delle proteste tibetane, sia singolarmente (diversi monaci buddisti si sono dati alle fiamme per protesta) sia in grandi rivolte, come quella del 1989, repressa senza scampo dall’uomo che oggi guida la Repubblica Popolare Cinese, il presidente Hu Jintao, che con quell’azione si guadagnò fama di uomo forte e preparò l’ascesa ai vertici del Partito che guida la Cina. In Tibet la polvere continua ad accumularsi, anche grazie al lavoro di sensibilizzazione che il Dalai Lama compie, girando per il mondo e perorando la causa del suo popolo.

Intanto la Cina continua la sua opera di “assimilazione forzata”: il Tibet è meta di moltissimi cinesi, di etnia Han, che vengono “invitati” a stabilirsi nel Paese occupato per integrarlo all’interno della grande potenza cinese. In Cina si studia la storia così come mistificata dalla propaganda: il Tibet è sempre appartenuto alla Cina; non c’è mai stata una guerra di occupazione. All’esterno la Cina aveva presentato la guerra in Tibet come guerra di liberazione dall’influenza britannica, mentre a Lhasa, secondo quanto aveva riferito Heinrich Harrer, testimone diretto degli ultimi anni del Tibet libero, l’esercito inglese a Lhasa era composto da una semplice rappresentanza che comunque risiedeva fuori dalla capitale. Il resto del mondo, intanto, ignorava quel che avveniva sul tetto del mondo: il Tibet, membro fondatore dell’ONU, era stato difeso dal solo El Salvador.

Anche i simboli tibetani non vengono salvati dall’opera di “cinesizzazione”: il Palazzo del Potala, un tempo sacra dimora invernale del Dalai Lama e inaccessibile ai “comuni mortali”, è oggi circondato da negozi non propriamente casti, mentre le comitive dei turisti ne visitano le stanze. L’intera città è stata sconvolta dall’arrivo degli Han, che hanno impiantato in vasti quartieri della città santa banche e ipermercati.

Ultime notizie: mentre i politici esprimono condanna unanime contro queste violenze, e alcuni (es. Boselli, Santanchè e Calderoli) propongono di boicottare i prossimi giochi olimpici (come del resto Beppe Grillo nel suo blog), Marco Pannella al TG2 ha stasera (15 marzo 2008) detto che le autorità cinesi stanno sequestrando ogni sistema audiovisivo a Lasha, dove vi sono rivoltosi, tra cui monaci, asserragliati in un quartiere. Pannella teme che stanotte vi sarà un massacro: «Nel deserto di Lhasa può accadere di tutto e nessuno ne avrà notizia», e chiede l’uso di satelliti spia per sorvegliare la zona. Da notare che in merito, appena pochi giorni fa, gli USA hanno depennato la Cina dalla loro lista nera dei diritti umani.

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