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October 23, 2010

Wi-fi libero in Italia: deluse le speranze, il provvedimento può attendere

Wi-fi libero in Italia: deluse le speranze, il provvedimento può attendere

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Il Ministro dell’interno Roberto Maroni

Il logo Wi-Fi

sabato 23 ottobre 2010

Aveva acceso grandi speranze l’affermazione fatta balenare da Renato Brunetta, secondo cui la decisione del governo sulla liberalizzazione del Wi-fi era ormai da considerarsi imminente. L’aveva solennemente promesso il ministro, a margine del convegno veneziano sulla competitività economica ‘”Sfida Europa 2020″, organizzato dall’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione: il prossimo consiglio dei ministri (quello 22 ottobre 2010 n.d.r.), aveva assicurato il ministro, il governo si occuperà della cosa.

Ne sarebbe dovuta scaturire l’abrogazione o la sostanziale modifica di norme restrittive della libertà di esercizio e di accesso al servizio wi-fi, contenute nel famigerato art. 7 del decreto Pisanu sulla sicurezza (decreto legge 144/2005), che rende l’Italia un unicum tra i paesi sviluppati, per quanto riguarda la libertà e la diffusione di opportunità nell’accesso alla rete.

In realtà non è stato così: il problema non rientra per ora tra le priorità del Paese e il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto discuterne del 22 ottobre non lo ha nemmeno posto all’ordine del giorno, deludendo le attese e smentendo l’esternazione di Brunetta.

Una scheda PC card Wi-Fi per portatile

Un hotspot della Toronto Hydro fornitrice di energia elettrica e acceso wi-fi

Eppure la decisione di abolire il regime restrittivo sul wi-fi stava registrando nel tempo un’inconsueta convergenza bi-partisan, con concordi prese di posizione provenienti da esponenti del centro-sinistra e del Popolo delle Libertà, concretizzatesi anche nella proposizione di ben due disegni di legge, d’iniziativa congiunta di parlamentari da entrambi gli schieramenti. Una convergenza che lasciava intravvedere rapidi sviluppi alla vicenda e la plausibile prospettiva di un intervento legislativo promosso direttamente dal governo.

Non è solo un’esigenza politica, ad animare le critiche alla norma, ma anche la brutale valutazione tecnica della sua inutilità, secondo le parole con cui si è seccamente espresso Fabio Mini, esperto strategico, già al vertice della forza KFOR della NATO per la pace in Kosovo: “Questa legge non è necessaria. Chi fa terrorismo non si ferma davanti al primo scudo di carattere informatico. Non si può limitare la circolazione sul web solo perché si ha un’inefficienza strutturale. Il sistema, inoltre, spesso si ingolfa, vengono raccolte un sacco di informazioni e nessuno le filtra”.

Si sussurra nei corridoi che a opporsi alla modifica del decreto Pisanu, e a spingere per il rinvio dell’esame, sarebbe proprio un autorevole membro di quel governo, l’attuale ministro dell’interno Roberto Maroni.

Un emendamento dell’Onorevole del PDL w:Roberto Cassinelli proponeva l’introduzione dell’accesso anonimo come regola generale, potendo la polizia obbligare all’autenticazione determinate persone o Internet Point. La proposta conteneva anche l’idea di omologare dei lettori USB di smart card compatibili con tutti i documenti dotati di banda magnetica e chip, come i nuovi passaporti e la patente europea,e una procedura snella di identificazione tramite invio via SMS al cellulare di una chiave di sessione “usa e getta”, essendo comunque obbligatoria la registrazione di un documento di identità al momento di attivazione di una SIM.

Nel computo degli interessi c’è anche chi fa notare come non debbano trascurarsi gli enormi interessi di cui sono portatori gli operatori dei servizi telefonici, e del giro d’affari del mercato dell’internet mobile delle cosiddette “pennette”, che proprio dalla normativa restrittiva traeva molto del suo vigore.

Così, mentre altrove si fa strada la consapevolezza che l’accesso alla rete internet sia da considerare tra i diritti della persona, e mentre i provvedimenti restrittivi diventano sempre più prerogativa di sistemi anti-democratici o totalitari, l’Italia mantiene in vigore una normativa di retroguardia, che non trova nemmeno pallide analogie nelle legislazioni avanzate delle nazioni più progredite e che relega il Paese a una posizione retrograda che non ha mancato di far sentire il suo peso nell’accumulo di un gap digitale e culturale nell’accesso libero e ubiquo alla rete: solo 4 mila sono gli hotspot pubblici disponibili sulla penisola, una vera miseria se confrontati con i 30mila access-point della Francia e con i 28 mila della Gran Bretagna.

La contestata normativa era nata sull’onda degli attentati alla metropolitana di Londra del 2005, in uno slancio di rigore che non aveva invece nemmeno sfiorato la Gran Bretagna, bersaglio e vittima di quegli attentati. Eccessi di rigore simili sono alieni perfino alle legislazioni di paesi in cui l’allarme terrorismo rimane sempre acutissimo e sentito dall’opinione pubblica: l’accesso libero non è stato mai toccato negli Stati Uniti, pesantemente colpiti e minacciati dal terrorismo internazionale. Una normativa restrittiva è estranea perfino a uno stato come quello di Israele, in cui la convivenza quotidiana è pesantemente condizionata da strettissime misure di sicurezza per il perdurante elevatissimo grado di allarme contro l’azione terroristica.


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September 23, 2007

Il ministro Amato: «Vietare il velo è una scelta integralista»

Il ministro Amato: «Vietare il velo è una scelta integralista»

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domenica 23 settembre 2007

Giuliano Amato

Il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha dichiarato ieri, sabato 22 settembre 2007, che «Vietare il velo vuol dire imporre un’ideologia imperialista occidentale. Non si può rifiutarsi di credere che il velo islamico è in certe occasioni sinonimo di prevaricazione contro le donne ed in altri espressione di identità».

Poi si è pronunciato sull’immigrazione: «Chiudersi all’immigrazione equivarrebbe a certificare il declino dell’Italia. Bisogna, invece, attivare politiche di integrazione, in primis quella sulla casa» aggiungendo poi, (in risposta a Frattini, che ha auspicato un’alta immigrazione di lavoratori qualificati): «C’è la tendenza a parlare solo di immigrazione qualificata, ma non possiamo scegliere di far venire in Italia solo ingegneri o dottori: sarebbe una scelta di declino demografico, culturale e politico. Conservare la nostra identità senza aggiunte – sostiene – significa conservare una diversità declinante».

Risponde l’ex ministro di Forza Italia Giuseppe Pisanu: «Si deve distinguere nettamente l’immigrazione regolare, fenomeno necessario e positivo, da quella clandestina, che è l’aspetto patologico da combattere. Non dimentichiamo che gli immigrati clandestini sono i responsabili principali dell’aumento della delittuosità complessiva in Italia». È poi Amato a ribattere che però «non è il clandestino ad avere un dna che lo induce a delinquere in misura maggiore rispetto all’immigrato regolare, ma, in quanto illegale, è sottoposto al ricatto di chi lo controlla e si avvale del suo stato di irregolare. E non ci può essere integrazione se c’è illegalità».

Ribatte anche Frattini: «La sicurezza è uno degli aspetti della politica migratoria, ma l’immigrazione non è un problema di sicurezza, bensì di legalità: se le regole vengono violate c’è l’obbligo di rimpatrio».


Fonti

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