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April 26, 2014

Roma: Istituto Cervantes non presenterà più il libro sulla mafia che cita Berlusconi

Roma: Istituto Cervantes non presenterà più il libro sulla mafia che cita Berlusconi

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Roma, sabato 26 aprile 2014

L’ex presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Silvio Berlusconi

Il libro “Crónicas de la mafia” scritto dal giornalista spagnolo Íñigo Domínguez non sarà più presentato a Roma presso l’Istituto Cervantes, l’istituto culturale dipendente dal Ministero degli affari esteri spagnolo che ha come finalità la promozione e l’insegnamento della lingua spagnola e la diffusione della cultura spagnola e Hispanidad.

L’annullamento della presentazione[]

Il saggio storico in questione, di oltre 500 pagine, racconta la storia della mafia dall’ottocento fino ad oggi e tratta anche alcune pericolose relazioni di Silvio Berlusconi con l’ambiente malavitoso. Pubblicato a gennaio da “Editorial Libros” e oggi alla terza edizione, con 5 000 copie vendute in Spagna, fu presentato un mese fa a Sergio Rodriguez, il direttore del Istituto della sede romana, che decide di organizzare la presentazione per la piccola comunità di spagnoli presenti a Roma. Dopo qualche settimana, invece, la presentazione viene annullata per “motivi tecnici”.

Non ci fu alcun intralcio per quanto riguarda le presentazioni del libro presso gli Istituti di Madrid, Barcellona, Bilbao e Santander.

L’ambasciata spagnola in Italia

Le reazioni[]

Dell’autore[]

Íñigo Domínguez, che lavora in Italia come giornalista del quotidiano spagnolo El Correo dal 2001, con un misto di rabbia e stupore ha detto che non sa spiegare il rifiuto alla presentazione ma da giornalista lo considera un fatto gravissimo. Ammette che c’è un capitolo finale lungo e approfondito su Berlusconi, sulla sua carriera imprenditoriale, sui rapporti con Marcello Dell’Utri e Cosa Nostra ma, aggiunge, che non c’è nulla in più che non si sappia già e nulla che denigri l’Italia. Ricorda, anche, che Berlusconi è stato condannato dai tribunali italiani e che Dell’Utri è agli arresti a Beirut. La cancellazione della presentazione del volume gli è stata recapitata via mail e secondo le fonti del giornalista, che egli stesso dichiara essere affidabili, il caso era finito all’ambasciata spagnola di Roma e che il libro potrebbe essere scomodo a qualcuno. La censura sembrerebbe arrivare direttamente dall’ambasciatore spagnolo in Italia Javier Elorza, secondo il giornalista. Secondo lui, alla base della censura ci sarebbe solo ignoranza e timore poiché poco più di due settimane fa Teodoro Obiang, il presidente della Guinea Equatoriale che ha dei buoni rapporti con le autorità spagnole nel campo petrolifero e che è criticato dalle organizzazioni internazionali per corruzione, abuso di potere e la violazione dei diritti umani, ha tenuto una conferenza all’Istituto Cervantes di Bruxelles senza alcun problema.

Dell’Istituto e dell’ambasciata spagnola di Roma[]

L’Istituto Cervantes di Roma dichiara che la presentazione è solo una questione d’agenda. Mentre Agustín Galán, il portavoce dell’ambasciata spagnola, ha dato la seguente dichiarazione alla stampa iberica:

« L’Istituto Cervantes deve fare promozione culturale. Un libro sulla mafia è controverso, scomodo e il Cervantes non deve entrare in certi argomenti. È come se l’Alliance Française presentasse a Madrid un libro sull’ETA scritto in francese da un giornalista francese »

Già nel maggio del 2012 l’ambasciatore spagnolo a Roma Javier Elorza ha cercato di impedire al Cervantes una presentazione d’un libro che tratta dell’ultimo decennio della dittatura franchista, intitolato “In memoria dell’alba”.


Fonti[]

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September 23, 2009

Prima uscita de \”Il Fatto Quotidiano\”

Prima uscita de “Il Fatto Quotidiano” – Wikinotizie

Prima uscita de “Il Fatto Quotidiano”

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mercoledì 23 settembre 2009

Antonio Padellaro

Questa mattina circa 15.000[1] edicole italiane hanno visto – nel giro di qualche ora – la completa vendita delle 100.000 copie[2] della prima uscita del nuovo quotidiano nazionale intitolato Il Fatto Quotidiano, diretto da Antonio Padellaro.

Il quotidiano ha esordito con in prima pagina il titolo “Indagato Letta” Da dieci mesi e nessuno ne parla dell’articolo di Peter Gomez e Marco Lillo, che collaborano alla redazione del giornale insieme a Marco Travaglio, Furio Colombo, Antonio Tabucchi, Corrado Stajano, Paolo Flores D’Arcais , Massimo Fini e Luca Telese.

Marco Travaglio

Il quotidiano, oltre ad aver programmato per domani di aumentare il numero di copie stampate a 250.000, ha ottenuto la vendita di oltre 28.000 abbonamenti[2] (tra cartacei e digitali).

Fino ad ora il quotidiano, il cui titolo tra l’altro rappresenta un omaggio alla trasmissione di fine anni ’90 di Enzo Biagi – Il Fatto [3] – si è inoltre appoggiato al sito web l’AnteFatto,[4] che ha seguito dall’inizio la nascita del nuovo giornale, definito da Marco Travaglio come indipendente politicamente, finanziariamente ed editorialmente e sottoposto alle leggi di mercato, “un giornale nuovo, libero, tutto nostro. Un giornale eccentrico, rispetto agli altri” che “darà le notizie, le analisi e i commenti che gli altri non danno, o nascondono“.[5]


Fonti

Note

  1. adnkronos, fonte cit.
  2. 2,0 2,1 ANSA, fonte cit.
  3. Paese ad mafiam, su voglioscendere.it
  4. l’AnteFatto
  5. Abbonatevi a Il Fatto, su voglioscendere.it

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May 9, 2009

Intervista a Giovanni De Mauro: la lettura innovativa di Internazionale

Intervista a Giovanni De Mauro: la lettura innovativa di Internazionale

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Sannita

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9 maggio 2009

Wiki@Home intervista Giovanni De Mauro, fondatore e direttore di Internazionale, settimanale di informazione. Nato giornalisticamente ne L’Unità, dove comincia a lavorare come grafico nel 1983 a soli diciott’anni, passa in seguito alla cronaca di Roma e infine agli esteri. Nel 1993 fonda Internazionale.

L’intervista[]

La rivista[]

W@H: Come è nata Internazionale?

De Mauro: È nata nel 1993. Io ed altri tre amici, con i quali abbiamo fondato il giornale, ci siamo ispirati ad un giornale francese che si chiama Courrier International, che usciva già da qualche anno ed esce tuttora. Il Courrier è stato un po’ il modello a cui ci siamo ispirati, nonostante il suo taglio e la sua impaginazione siano diverse dalle nostre.

W@H: Nel mondo esistono altre riviste che raccolgono il meglio della stampa estera. Esiste una collaborazione tra voi e queste riviste? Esiste un network?

De Mauro: Esiste soltanto una collaborazione informale, di scambio di informazioni, di “buon vicinato”, ma non esiste una rete ufficiale.

W@H: In Italia non sembra esserci un grande interesse per la politica estera. Come è riuscita Internazionale ad emergere in questo panorama editoriale?

De Mauro: In realtà, non sono convinto che non ci sia un grande interesse per la politica estera o comunque per gli esteri – tanto che, in qualche modo, il successo di Internazionale dimostra il contrario. Credo che ci sia piuttosto una scarsa attenzione da parte di alcuni mezzi di informazione riguardo gli esteri.

W@H: Soprattutto televisivi o anche cartacei?

De Mauro: Direi soprattutto televisivi. Mi sembra che la carta stampata sia messa un po’ meglio, da questo punto di vista.

W@H: Qual è il vostro pubblico tipo? Vi rivolgete soprattutto ai giovani – dal momento che all’ultimo Festival di Internazionale a Ferrara hanno partecipato tantissimi giovani – oppure il vostro target è più variegato?

De Mauro: Sicuramente i nostri lettori sono particolarmente giovani, soprattutto rispetto agli standard degli altri giornali. Diciamo che sono lettori, da questo punto di vista, abbastanza “straordinari”.

W@H: Ritiene che sia l’argomento “politica estera” che li interessi particolarmente?

De Mauro: Non credo, perché poi in realtà Internazionale pubblica articoli usciti sulla stampa straniera, però non si occupa esclusivamente di politica estera. Chi la compra, magari, la compra anche per l’oroscopo, per le vignette, per gli articoli di cultura, le recensioni…

W@H: O per vedere come la stampa estera parla di noi.

De Mauro: O per vedere come la stampa estera parla di noi, certo. Credo che chi compra Internazionale, lo compra perché gli piace questo giornale e perché forse gli riconosce una certa diversità rispetto ad altri mezzi di informazione.

L’Italia e l’estero[]

W@H: A proposito, la vostra rivista dedica ampio spazio a come gli stranieri ci guardano “da fuori”. Ma le notizie dall’Italia interessano davvero l’opinione pubblica degli altri Paesi oppure è soltanto uno sguardo superficiale su uno dei tanti Paesi esteri?

De Mauro: L’Italia interessa abbastanza, direi, per tutta una serie di ragioni. Intanto, ci sono molti italiani nel mondo, il che significa che ci sono italiani o persone di origine italiana che lavorano nei giornali stranieri e che hanno una sensibilità diversa rispetto al nostro Paese.
Poi, l’Italia certamente è un Paese molto amato, affascinante, ricco di storia e di cultura, dove molti stranieri sono venuti o vogliono venire in vacanza. Non è un Paese che lascia indifferenti gli stranieri. E parliamo soprattutto del resto dell’Europa occidentale, del Nord America, di questi Paesi insomma.

W@H: Dal suo punto di vista, questi giornali come ci vedono? Colgono la complessità italiana, magari anche aspetti che noi non riusciamo a cogliere, oppure si cade nei soliti cliché?

De Mauro: Guardi, è difficile generalizzare. Eviterei di cadere, appunto, nel cliché del giornalista straniero che ci azzecca sempre o non ci azzecca mai. Ci sono bravi giornalisti stranieri e pessimi giornalisti stranieri, ci sono giornalisti stranieri corretti, che ogni tanto scrivono articoli belli e ogni tanto scrivono articoli un po’ banali… Come dire, sono rappresentativi della varietà del mondo dell’informazione, degli stili e della capacità di approfondimento. Su questo argomento, non me la sentirei francamente di generalizzare.
Una cosa possiamo però dire senza ombra di dubbio: l’attenzione a come gli stranieri guardano il proprio Paese è una caratteristica esclusivamente italiana. In nessun altro Paese del mondo un articolo uscito su un giornale straniero provoca quello che regolarmente provocano da noi gli articoli usciti sulla stampa straniera sull’Italia.

W@H: Quasi come se avessimo paura di fare brutta figura all’estero.

De Mauro: No, come se fossimo molto insicuri oppure molto sicuri ma molto interessati a quello che altri dicono di noi. C’è in questo una responsabilità dei mezzi di comunicazione italiani – ed in qualche modo anche di Internazionale, per carità – nell’amplificare certe reazioni. Però in Francia, in Spagna, in Germania, nel Regno Unito, ma anche in India, in Giappone, eccetera, non esiste che quello che scrive un giornale straniero provochi quello che da noi regolarmente succede. Le critiche, le osservazioni, gli articoli di costume non è che colpiscano più di tanto.

W@H: Torniamo un attimo sull’apparente scarso interesse sugli esteri. È più una conformazione dei giornalisti oppure è il “mercato dell’informazione”, chiamiamolo così, che chiede poca informazione dall’estero e molto più commento politico e molta più cronaca interna?

De Mauro: Credo che ci sia proprio una forma di miopia da parte degli organi di informazione che scelgono di occuparsi poco di esteri. La sua ipotesi avrebbe senso se ci fosse la controprova, se i giornali vendessero tantissimo. Però non è così: i giornali si occupano prevalentemente di politica italiana, in modo molto autoreferenziale, codificato, cifrato, con un linguaggio da addetti ai lavori, ma vendono sempre meno.
Non ci vuole un gran genio né del giornalismo, né del marketing per capire che qualcosa non va, che le due cose non vanno bene insieme. Mi riferisco soprattutto a chi fa i giornali, l’allusione ironica è a loro. Io credo che i giornali italiani, in particolare i quotidiani, non soddisfano il bisogno di informazione dei lettori.

W@H: Si parla anche molto poco di Asia, Africa, America latina. Tutti ambiti che invece andrebbero tenuti d’occhio, perché la Cina, al contrario, sta portando avanti una forte azione diplomatica ed economica in questi Paesi. E poi abbiamo tantissimi italiani e discendenti di italiani in America meridionale, ad esempio…

De Mauro: Da questo punto di vista, in Italia tutti i mezzi di informazione (carta stampata, televisione, eccetera) sono fermi al Muro di Berlino. Noi sappiamo tutto degli Stati Uniti, sappiamo un po’ delle cose politiche, del gossip politico da alcuni Paesi europei e neanche tutti – Spagna, Francia, Regno Unito, Germania e direi basta per l’Europa continentale. L’Europa dell’est non ne parliamo, magari un po’ di Russia, poi fine. E un po’ di Cina, molto stereotipata: “la tigre cinese”, “l’assalto cinese”. Tutto poco approfondito, insomma. E poi, tutto il resto non esiste.

W@H: Al contrario di quello che fa, ad esempio, la BBC, che dedica parecchi speciali a India, Pakistan, Cina…

De Mauro: Beh, ogni Paese, specialmente in Europa, ha delle ragioni storiche che motivano queste attenzioni. L’attenzione della BBC ai Paesi del Commonwealth è data da ragioni storiche scontate… Però lei giustamente citava la quantità enorme di italiani in America latina, alcuni andati lì anche recentemente, eppure questo non ci spinge a considerarla. Oppure ancora le nostre ex-colonie, che non ci interessano minimamente.
Però è vero che nel resto del mondo c’è un interesse piuttosto regolare e diffuso rispetto a quello che succede altrove. Basti pensare alla distribuzione dei corrispondenti dei giornali italiani: in Italia, i grandi giornali non hanno nemmeno un ufficio di corrispondenza in America latina e, se ci sono, sono composti da collaboratori “volanti”… Non parliamo poi dell’Africa, del Nordafrica, dell’Estremo Oriente. la Repubblica e Il Sole 24 Ore hanno un solo corrispondente in Cina o in India…

W@H: Ci sono anche motivi economici o di difficoltà tecniche, secondo lei, dietro questa scarsità di corrispondenti?

De Mauro: No. Credo che sia soltanto una questione di miopia e di pigrizia intellettuale.

Crisi ed evoluzione del giornalismo[]

W@H: Recentemente avete dedicato numerosi articoli alla crisi del giornalismo cartaceo, anche se il dibattito sta andando avanti da anni. Bill Gates ha dichiarato tempo fa che di qui ad un decennio la forma cartacea sparirà ed i giornali saranno pubblicati solo in forma web. Come ritiene che possa evolvere la formula giornalistica nei prossimi anni? La formula del New York Times di aprire gli archivi fino ad una certa data resisterà nel tempo? Oppure ancora da ragione ad Arianna Huffington quando dice che la forma cartacea resterà viva finché non si esaurirà l’attuale generazione di lettori?

De Mauro: È difficile dire che cosa succederà. C’è stata un’intervista, un paio di anni fa, all’editore e proprietario del New York Times – che è stata in parte anche riportata male sugli altri mezzi di informazione – in cui lui dice “Io non so che forma avrà il New York Times fra cinque anni e non mi importa”.
Poi è stata interpretata male questa sua affermazione, alcuni hanno scritto che non sarà cartaceo, ma lui ha detto che non sa e non gli importa che forma prenderanno i giornali. Il punto è che sopravviva il giornalismo e su questo credo che non ci siano dubbi. In una forma o nell’altra, il giornalismo non è in crisi. Ad essere in crisi è la forma, in particolare la carta stampata. Ma è una espressione, è solo una delle manifestazioni del giornalismo.

W@H: Abbiamo visto proprio con il recente terremoto dell’Aquila come le versioni online dei giornali più importanti (Corriere della Sera, la Repubblica…) si siano basate soprattutto sui social network per ottenere notizie. Per stessa ammissione di Repubblica, le prime notizie sono giunte tramite Twitter e Facebook. È una evoluzione del giornalismo degli inviati?

De Mauro: Secondo me, no. È un fatto interessante sotto un certo punto di vista, però Twitter e Facebook in questo caso hanno soltanto prodotto delle informazioni giornalisticamente interessanti, ma non sono considerabili manifestazioni giornalistiche interessanti.
Cerco di spiegarmi meglio: sono stati un sensore che i giornalisti che hanno potuto utilizzare per decodificare gli avvenimenti in corso. È stata in un certo senso anche una forma di notizia, ma molto simile a quello che può capitare a molti di noi. Se qualcuno di noi chiama un proprio parente a L’Aquila e gli chiede cosa è successo, lui ti risponde e ti da informazioni in tempo reale o comunque pochi minuti dopo la scossa, tutto ciò è definibile giornalismo? No, piuttosto è informarsi su quello che succede nel resto del mondo. Non lo definirei giornalismo, però è un nuovo modo di produrre materiale informativo.

Wikipedia e dintorni[]

W@H: Come ha conosciuto Wikipedia? E cosa ne pensa?

De Mauro: Guardi, come l’ho conosciuta non me lo ricordo. Si perde nella notte dei tempi la prima volta che sono andato su Wikipedia… Io uso tantissimo la rete, la posta elettronica, navigo molto e vado molto a caccia di cose interessanti. D’altronde, penso faccia anche parte del mio mestiere, non lo faccio solo per diletto. Quando è nata Internazionale nel 1993, non c’era il web e neanche la posta elettronica, riservata ai soli ambienti economici e scientifici, quindi ogni tanto faccio lo sforzo di ricordare anche cos’era fare Internazionale a quell’epoca e devo dire che era davvero tutto molto diverso, imparagonabile ad oggi…
Ecco, non so come ho scoperto per la prima volta Wikipedia, ma ne penso tutto il bene possibile. Sono uno di quelli convinti della “saggezza della folla”, che esistano i lati positivi di una intelligenza collettiva, soprattutto nella capacità di autocorreggersi rapidamente. Ogni volta che trovo un aggiornamento o una correzione o un update in tempo reale, resto sempre piacevolmente stupito e sorpreso. Non penso sia immaginabile un altro modello per una idea come la vostra.

W@H: Ha mai contribuito su Wikipedia o su un progetto correlato?

De Mauro: No, credo di non essere nemmeno registrato.

W@H: Wikipedia e gli altri progetti correlati rilasciano i propri contenuti secondo una licenza GFDL, che consente di riutilizzarla gratuitamente anche a scopi commerciali. Cosa ne pensa? Appoggia la scelta di questa licenza o secondo lei dovrebbe essere più restrittiva?

De Mauro: In generale sul copyright, sono uno di quelli che pensa che bisogna trovare dei modelli radicalmente nuovi, diversi, che più che ascoltare le ragioni di chi produce contenuti (musica, testi, immagini…) bisogna trovare il modo per permettere che la loro produzione continui e sia retribuita sempre più e meglio, perché questo garantisce che sempre più persone abbiano voglia di produrre contenuti.
Bisogna mettere nelle condizioni chi oggi ha 18 anni di pensare di poter vivere producendo contenuti di qualità. L’unico modo per farlo è retribuirli e – credo questo sia possibile grazie alla rete – retribuirli sempre di più, sempre meglio. Non ne faccio una ragione di tutela del copyright: non credo che con la digitalizzazione delle informazioni si possa ancora pensare al copyright nello stesso modo in cui lo si è pensato dieci, venti, trenta, cinquanta, cento anni fa. Non ha senso, è ipocrita pensarla come se esistessero ancora soltanto i libri stampati.
Nell’attesa che si trovi un sistema che ancora non c’è per retribuire questi contenuti, ognuno deve fare quello che più si sente di fare. È giusto che chi intende far pagare i propri contributi li faccia pagare, ma deve anche rendersi conto che in questo modo sta limitando l’accesso e la diffusione.

W@H: Non esiste solo Wikipedia, ma anche Wikimedia Commons, Wikibooks, Wikizionario, Wikinotizie (su cui poi verrà pubblicata quest’intervista), Wikiquote, Wikisource, Wikiversità… Li ha mai visitati? Cosa ne pensa?

De Mauro: Sì, ne ho visitati alcuni e mi sembrano interessanti. Certo, Wikipedia resta, come dire, “la madre di tutti i wiki” e questo probabilmente anche dal punto di vista della ricchezza dei contenuti, del numero di lingue, della precisione dell’identità del progetto. Gli altri però mi sembrano esperimenti interessanti e trovo giusto provare a declinare l’idea di Wikipedia su altre idee e progetti.

W@H: Da una ricerca di Nature è risultato che le voci prodotte su Wikipedia (la cui comunità è risultata essere, da un recente sondaggio svolto, in ampia parte composta da ragazzi compresi fra i 18 ed i 26 anni) sono paragonabili, in termini di qualità, a quelle prodotte dalla Encyclopædia Britannica (prodotta invece da esperti). Lo giudica un caso fortuito?

De Mauro: Lo giudico positivamente. È un dato di fatto d’altronde, mi sembra difficile contestarlo. Mi sembra assolutamente ragionevole, anzi mi sorprende che ci si possa sorprendere. Se ci si sorprendesse, sarebbe come affermare che le capacità intellettuali dipendano dall’età anagrafica, ma così non è.

W@H: Oltre alle potenzialità di Wikipedia, vede anche dei potenziali punti deboli?

De Mauro: No, non vedo punti deboli significativi che non siano quelli di cui si parla tante volte, ad esempio la possibilità che possano essere inserite informazioni sballate e che possano rimanere per un tempo sufficiente per essere replicate in rete prima che qualcuno se ne accorga. Non vedo cose specifiche che altri non vedono.

Conclusione[]

W@H: Ultima domanda. Lei ha cominciato a lavorare giovanissimo. Ha anche fondato una rivista quand’era giovanissimo, in totale controtendenza rispetto all’impostazione tutta italiana, per cui se non hai meno di 40 anni non vieni considerato. Cosa consiglia ad un giovane che vuole approcciarsi al mondo del giornalismo, soprattutto in questi anni?

De Mauro: Beh, è difficile, a maggior ragione in questi anni di grande chiusura, di grandi difficoltà economiche per i quotidiani ed i giornali. In genere, quello che mi sento di consigliare è, per chi ha mezzi e possibilità, di andare all’estero e fare una esperienza importante. È fondamentale, secondo me, così come è fondamentale sapere l’inglese, molto ma molto bene, al punto di essere in grado di scriverlo bene. Credo che sia una carta, uno strumento di cui se ci si dota non ci si pente mai, un investimento che, anche a costo di sacrifici, sia importante fare.

W@H: Può essere utile magari imparare anche una seconda lingua straniera?

De Mauro: Bisogna essere realistici su questo. Sarebbe bello che, oltre all’inglese, si conoscano altre lingue, anche regionali. Ma oggi la lingua di comunicazione e di lavoro, in ambito accademico, giornalistico, professionale è l’inglese. Chi lo padroneggia molto bene ha sicuramente una marcia in più rispetto a chi non lo padroneggia o lo padroneggia con difficoltà. Se poi ci si vuol mettere un’altra lingua, perché no, però mi concentrerei più sull’inglese.

Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

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April 19, 2009

Fumetti: a Poppi mostra di Sauro Ciantini autore di Palmiro

Fumetti: a Poppi mostra di Sauro Ciantini autore di Palmiro

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di DracoRoboter

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domenica 19 aprile 2009

Dopo un certo iato Wiki@Home riparte con un reportage sul campo dedicato ai fumetti. Vi promettiamo altri articoli sull’argomento. Stay tuned.

Sauro Ciantini

A Poppi (Arezzo), uno dei più bei borghi medioevali italiani, si è svolta la mostra retrospettiva del fumettista Sauro Ciantini autore di Palmiro. Attorno a questo evento si è radunata la gente del fumetto, sopratutto online, italiano. Tra i presenti Cius di Quiff, Lido Contemori, Gab di Ludwig, Giuseppe Scapigliati (Scap di Vincenzina) oltre a Max Olla appassionato fumettista tra i promotori della mostra e di una delle vetrine presenti in rete sull’argomento.

Palmiro è un papero molto sfortunato che vive con sofferenza la lontananza da una fidanzata pare bellissima ma traditrice. Il fumetto fu pubblicato su Cuore, Comix ed altre pubblicazioni di fumetti, ed ebbe un discreto successo. Il senso della mostra è ricordare questo fumetto ed il suo autore, che in un’altra nazione diversa dall’Italia avrebbe potuto avere un successo paragonabile a quello che solo Silver ha in Italia.

Negli Stati Uniti i Syndicate raccolgono e distribuiscono strip che vengono pubblicati in decine, se non centinaia, di giornali in tutto il mondo. In Italia invece si vende quasi solo satira di parte in vignette che campeggia nelle prime pagine dei principali quotidiani italiani. Non c’è la cultura, o la volontà, di avere la pagina dei fumetti come succede nella gran parte dei giornali internazionali, anglosassoni e spagnoli in prima istanza.

Grazie a internet questa arte minore, o considerata tale, ha avuto un risveglio. Si contano migliaia di web comic, molte delle quali anche italiane. Sono da citare, tra le altre e a personale giudizio del reporter, Eriadan, Makkox e Inkspinster di Deco.

Max Olla, durante la presentazione della mostra, ha intrattenuto gli astanti, molti dei quali disegnatori e sceneggiatori di strip, facendo una domanda imbarazzante: cosa è una striscia? Gli autori non sono riusciti in realtà a fornire una buona definizione. Olla che ha sostenuto che questa è la tipica mancanza di coscienza italiana e ha sostenuto che la striscia è semplicemente un prodotto di intrattenimento giornalistico, ovvero un prodotto che ha come sede naturale i giornali quanto l’articolo di spalla, il cruciverba e le previsioni del tempo. Solo in Italia pare non essersi diffusa questa pratica. Colpa storicamente, afferma Olla, del Corriere dei Piccoli che fin dall’inizio ha relegato le strisce in un ambito di nicchia. Le strisce venivano vendute come prodotti solo per bambini, privati (nel 1908) della loro anima, ovvero dei balloon, censurati e semplificati per andare incontro alle esigenze particolari del pubblico a cui erano diretti.

Note[]

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October 28, 2007

Antonio Serra: il futuro del fumetto

Antonio Serra: il futuro del fumetto – Wikinotizie

Antonio Serra: il futuro del fumetto

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Intervista vincitrice del Premio W@H 2007/08.
vincitore Utente:Torsolo

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Torsolo, Marcok

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domenica 28 ottobre 2007

L’autore di Nathan Never Antonio Serra, nell’ultima parte dell’intervista rilasciata in esclusiva per Wikinotizie il 5 ottobre, ha discusso con noi sul futuro del fumetto, sul destino del genere fantascientifico e ci ha fornito alcune anticipazioni sui nuovi progetti di casa Bonelli.

Vedi la prima parte dell’intervista

Il futuro del fumetto

Serra autografa un fumetto di cui è autore

W@H: Passando ad un’altra domanda, pensi che il fumetto abbia un futuro?

Serra: Alla domanda diretta: “il fumetto sopravviverà nel futuro?” la risposta è sì… ma in un museo! Dobbiamo immaginare il futuro del fumetto come il teatro…

W@H’ Temevamo come la lirica…

Serra: Anche… Il fumetto è qualcosa che non può essere cancellato, che non sparirà nel nulla e che esisterà sempre per gli appassionati. Per le persone che avranno ancora voglia di seguirlo, ma anche di creare nuove pubblicazioni, materiale originale.
Ma il successo, quello vasto, quello in cui tu puoi pensare di avere un pubblico di migliaia o milioni di persone, è una prospettiva totalmente irrealistica. Primaria ragione è che un fumetto bisogna leggerlo, ma leggere oggi costa sempre più fatica. Io stesso, che sono del mestiere, a volte mi devo imporre di farlo dicendo: “Devo leggerlo! Mamma mia, non posso accendere la televisione?”
Secondo me le prospettive di mercato diverranno ristrettissime, di nicchia.
Al contrario, le prospettive creative del fumetto, un medium che ha ormai ottenuto un riconoscimento culturale, sono ottime. Si potranno sviluppare un sacco di cose nuove, come è stato per il teatro: la sperimentazione, la ricerca! Sono sicuro che verranno prodotte storie splendide. Ma che non venderanno 800mila copie come vendeva Dylan Dog.
E tutto ciò indipendentemente dalla qualità: è proprio un fatto strutturale.

W@H: Ma è la tecnologia che uccide il fumetto?

Serra: In parte questo restringimento del mercato può essere causato dal cambiamento del nostro rapporto con la tecnologia, i videogiochi ad esempio. Il fatto è che ogni cosa ha il suo tempo. Il segnale, secondo me, viene dalla pubblicazione dei fumetti in abbinamento editoriale ai quotidiani. In compagnia dei classici della poesia e della letteratura, Dante, Virgilio, Manzoni, che ormai, purtroppo, nessuno più legge, chi trovi in edicola? Tex! Insieme ai cadaveri, non insieme ai vivi. A colori, ma insieme ai morti.
E così ho detto ciò che non dovevo dire.

W@H: Aspettiamo Manzoni a colori, allora. Ma questo non trasformerà l’industria che prima hai descritto in qualcosa di più personale, più attuale, più artistico, più sperimentale?

Serra: Può darsi. Ma poi Shakespeare lo devi sempre mettere in scena, ovvero il classico devi mostrarlo. Quindi secondo me ci saranno entrambi questi aspetti. Sia un’evoluzione artistica sia un’evoluzione di quello che io ho definito prodotto industriale (anche se è artigianale). Io non penso che certi personaggi moriranno. Li vedo piuttosto cambiare, adattarsi.

W@H: Beh, tornando all’esempio del teatro, nonostante esista da migliaia di anni non è morto con l’avvento di cinema e televisione, no?

Serra: Il fumetto invece ha solo un centinaio di anni e quindi potrebbe darsi che ci stiamo sbagliando e che sia una forma espressiva che non interessa a nessuno. Io voglio però immaginare che il fumetto sia qui per rimanere anche in formule diverse da quelle che sono attualmente conosciute.

La fantascienza

Gruppo al completo

W@H: Ancora una domanda forse a sfondo pessimistico, ora non sui fumetti ma sulla fantascienza. Avendo tu scritto il primo fumetto Bonelli di SF volevamo avere un’opinione sul futuro del genere fantascientifico.

Serra: Purtroppo in questo caso è facile rispondere: la fantascienza è morta. Qui sono sicuro: la tecnologia l’ha uccisa.
Persino mia madre non percepisce più come assurde le cose che prima erano fantascienza. Perché c’è il telefonino, il computer, l’iPod, il televisore ultrapiatto. È magia? No, è la tecnologia che ha vinto.
Inoltre è cambiato il mondo, un mondo che nel dopoguerra aveva idee straordinarie, che andava sulla Luna (ed io sono tra quelli che credono che sulla Luna ci siamo andati per davvero). Se qualcuno oggi proponesse di andare sulla Luna si sentirebbe rispondere “E perché? Ma chi se ne frega…”. Non produce soldi, quindi non interessa a nessuno. Non c’è più lo spirito dell’esplorazione.

W@H: Però stiamo mandando una sonda su Plutone…

Serra: Sì, e una nella fascia asteroidale… tra l’altro si tratta di una sonda con motore ionico. Io l’ho dovuto leggere nelle notizie del notiziario interno dell’UAI [Ndr Unione Astrofili Italiani], poi ho aperto i giornali e mi sono detto “lanciano una sonda con motore ionico! La fantascienza come ce la immaginavamo che diventa realtà, il sogno della mia vita, il primo episodio di Spazio 1999, ce l’abbiamo fatta!”… e sui maggiori quotidiani non c’è una riga! Una ricerca accurata, ad onor del vero, ha prodotto 5 righe di trafiletto con su scritto “lanciata la sonda Dawn”. Una notizia che in altri tempi sarebbe stata su tutte le prime pagine si riduce alla terza o alla rubrica scientifica.
Nel mio mondo, di quando io ero ragazzo, nel Corriere dei Piccoli e dei Ragazzi e nel giornale della mattina era pubblicato lo schemino dell’Apollo, la sonda, il LEM, come pure erano rappresentati i palazzi del futuro, la tecnologia del futuro, cosa faremo domani… Un futuro che veniva visto come qualcosa di luccicante e bellissimo.
Purtroppo ci siamo arrivati e ci siamo accorti che invece è una schifezza e che non ci possiamo fare niente. Non si può sperare che cambi. Il primo film che ha affermato ciò è stato Blade Runner, che è fondamentale proprio per questo.
È il primo film che si chiede: ma i palazzi vecchi, nel futuro, dove li metteremo? Mentre in tutti i film precedenti che rappresentavano il futuro le città erano bellissime, splendide, con palazzi nuovi e scintillanti astronavi, in Blade Runner il palazzo vecchio è ancora lì, fatiscente, sporco, pieno di poveri e di disgrazie e disgraziati. E il mondo è uno schifo. Naturalmente aveva ragione il film tratto da Dick 🙂 in cui però si parla delle colonie su altri pianeti. Mentre qui non c’è nessuna colonia: in cambio abbiamo invece la morte, la guerra, la distruzione in casa.

[NdR: Tutti osservano un minuto di silenzio per la morte della fantascienza]

Pubblicare fumetti online

Intervista a Serra 5 ottobre, la registrazione

W@H: Il tuo rapporto con la tecnologia: è compulsivo come si racconta… o di più?

Serra: Di più, questa è una risposta semplice, di più! [Serra indica la stanza, in cui sono disseminati 5 o 6 computer, oltre a un numero imprecisato di consolle e periferiche]

W@H: Cosa ne pensi dei fumetti online? Hai mai pensato, magari con uno pseudonimo, di pubblicare sulla rete quello che disegni?

Serra: Quello che disegno io sono solo scarabocchi, non seguono una storia precisa. Per quanto riguarda i fumetti online, ne ho letti diversi, anche perché ogni tanto mi vengono segnalati da amici e colleghi. Ho letto lavori molto buoni e ho visto lavori molto ben disegnati. Purtroppo spesso le due cose sono separate: ci sono fumetti ben scritti e non molto ben disegnati e viceversa.
Segnalo, per fare pubblicità a questo progetto, La Rosa sepolta, che è un fumetto sulla resistenza italiana, veramente ben scritto (anche se, purtroppo, non è altrettanto ben disegnato, e chiedo scusa alla giovane autrice che s’impegna enormemente e che ha un ottimo senso della narrazione). Però è un bellissimo prodotto, pubblicato a puntate e c’è la tensione, perché tra una puntata e l’altra passano settimane e gli autori devono realizzare tutto da soli, senza una redazione a supportarli 🙂
Ho visto i miei amici e collaboratori ampliare enormemente la propria azione attraverso internet. Non sarebbe possibile senza la rete, che è un ampliamento straordinario delle possibilità per entrare in contatto con culture e situazioni del tutto diverse.
Detto ciò rimane il problema di cui parlavamo prima: la pubblicazione online dei fumetti commercialmente non “paga”. È vero che teoricamente posso imporre il pagamento di 10 centesimi per scaricare il file, proteggerlo con vari sistemi [NdR: i DRM], ma la cosa in pratica non funziona.

W@H: Invece il nuovo disco dei Radiohead è stato distribuito in questo modo: te lo do gratis e poi mi paghi se ti piace.

Serra: I fan daranno sicuramente dei soldi, ma non mi sembra funzioni dal punto di vista veramente commerciale. Io seguo i siti di simulazione di volo, dove ogni tanto compro dei modelli di aeroplani per il flight simulator pagando piccole cifre. A me fa piacere, li acquisto volentieri, ma sono sicuro che c’è modo di aggirare questa cosa in un attimo. E queste persone che hanno creato i modello 3D la strumentazione di volo e quant’altro sicuramente ci rimettono, mi dispiace e so che è una situazione molto difficile.

W@H: Dunque il problema è in sostanza lo sfruttamento commerciale.

Serra: Io pago sempre [NdR: lo shareware], non lo dico per vantarmi ma solo per rimarcarlo e credo di essere un’eccezione alla regola. Mi piace molto questa idea, la trovo bella e valida. Sono però certo che aggiungere delle protezioni non serve, non garantisce gli autori, e le protezioni si possono sempre bypassare.
Questo vale anche per i fumetti online: trovo ancora difficile pensare ad una pubblicazione di questo tipo. Quindi non lo vedo, almeno per il momento, come un promettente sviluppo commerciale-economico, quanto piuttosto una possibilità fantastica di presentare il proprio lavoro e nuove idee originali, che altrimenti un editore non prenderebbe in considerazione.
Pubblicare online il proprio fumetto, per un autore, significa oggi farlo conoscere. Se si tratta di un’idea nuova e originale, si diffonderà attraverso il tam tam della rete, e alla fine verrà stampato. Il fatto che sia già online non riduce il successo di un fumetto su carta, perché è diverso avere tra le mani un libro, con i suoi colori e la sua rilegatura: io credo che questo sia ancora un valore che può spingere le persone all’acquisto.

Novità e anticipazioni

W@H: Puoi darci qualche anticipazione sui nuovi progetti a cui stai lavorando?

Serra: Sto lavorando a due cose nuove. La prima che uscirà in edicola è una nuova testata di Nathan Never, una testata che vive di vita propria rispetto a quella principale e punta a rivolgersi ad un pubblico nuovo. Si chiamerà “Universo Alfa” e sarà una testata-contenitore, in cui saranno pubblicate tutte le avventure del mondo di Nathan Never che finora non siamo riusciti a raccontare. I protagonisti saranno numerosi e non sarà Nathan. È un semestrale e il primo numero esce a novembre 2007.
La seconda novità, la cui uscita è prevista per novembre del 2008, sarà invece una miniserie, nello stile di queste nuove che Bonelli sta presentando.
Per ora non ha un titolo definitivo: il titolo provvisorio di lavorazione è “Padrone del Mondo“. È una nuova serie ambientata tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, e sarà caratterizzata da una rielaborazione delle tematiche tipiche dei romanzi di Giulio Verne.

W@H: Sarà qualcosa di simile allo steampunk?

Serra: Non sarà steampunk, è bene chiarirlo. Lo steampunk è una cosa moderna, noi invece facciamo proprio Giulio Verne! Lo steampunk descrive una versione alternativa, adattata, del mondo moderno attraverso l’utilizzo di una tecnologia retrò. Invece quella a cui stiamo lavorando sarà una storia ambientata nell’Ottocento, con personaggi e azioni davvero compatibili con quel periodo storico.

W@H: Come mai questa novità delle miniserie proprio nella Bonelli, legata a serie decennali?

Serra: Perché non si vende. Dal punto di vista economico non si può pensare di rischiare quando si mette in produzione una serie completa. Una nuova serie, per andare in edicola ogni mese, ha bisogno di avere alle spalle quasi due anni di produzione già pronti. Significa che quando arriva il fumetto in edicola e, mettiamo, otto mesi dopo si scopre che è un flop colossale, l’editore ha altri due anni di pubblicazioni da mandare in edicola, a zero guadagno o in perdita colossale.

W@H: Potrebbe capitare che invece prolunghi la miniserie perché il successo arriva dopo un anno? La serie tv originale di Star Trek dopo tre anni dovette chiudere, ma grazie ai fan è poi continuata per quarant’anni, fino ad oggi.

Serra: No, non dopo un anno: il primo anno poteva essere un test nei confronti del pubblico, ma oggi non più, differentemente dal passato. Non è ancora successo nei fumetti un fenomeno del genere, anche se non mi sento di escludere del tutto che in futuro possa accadere.
Per funzionare, l'”effetto nostalgia” deve agire su tanti fattori, è un fenomeno complesso. Perché quello di cui stiamo parlano è proprio un “effetto nostalgia”, che però è un po’ lontano dal nostro mondo del fumetto. Qui da noi l’editore scommette su una durata: un anno, un anno e mezzo al massimo, 12-18 numeri, cioè una lunghezza sulla quale, nel caso peggiore, le perdite non possono raggiungere livelli tali da danneggiare la casa editrice. È una scelta giustificata.
Le ultime uscite sono miniserie oppure albi speciali. Le uscite speciali in realtà sono proprio speciali, cioè non sono dei progetti che hanno un piano editoriale a lunga scadenza, ma proprio degli “one shot”, mentre invece le miniserie sono un progetto vero e proprio, anche se dev’essere un progetto, come dire, “ristretto”, proprio perché oggi non si può rischiare.

I diritti d’autore e le licenze libere

W@H: Parliamo delle licenze libere e del diritto d’autore. I diritti sulle tue opere scadranno a 70 anni dalla tua morte. Ritieni che sia giusta, adesso come adesso, una normativa del genere oppure pensi che la si possa rivedere? I tuoi nipoti potranno ancora godere del controllo sui tuoi personaggi. Non ti piacerebbe riuscire a vedere coi tuoi occhi, che so, delle storie apocrife di Nathan Never? Pensiamo ai romanzi apocrifi di Sherlock Holmes…

Serra: Beh, ci ho anche pensato ma tanto non ho figli, quindi… 😉
Internet è un formidabile veicolo di informazioni e di conoscenza, e grazie alla diffusione delle licenze libere si stanno facendo cose molto interessanti, ma a rischio di risultare antipatico, penso che sia giusto che il diritto d’autore venga tutelato. Credo queste cose vadano prese cum grano salis, come dicevano i latini.
Io mi conosco: se venisse da me un giovane autore, tra vent’anni (o magari tra dieci minuti…), chiedendomi il permesso di fare degli apocrifi di Nathan Never, io gli direi di sì… ma questo permesso non lo posso dare perché il personaggio è attualmente legato all’editore con un contratto. Però mi divertirei, mi divertirei tantissimo come mi sono divertito a leggere tutti gli apocrifi di Sherlock Holmes. [NdR: indicando con un gesto vago gli apocrifi di Sherlock Holmes, infilati da qualche parte nella sua straripante libreria]
Penso tuttavia che sia giusto che ci sia una forma di ereditarietà nel diritto d’autore. Entro certi limiti, però: forse 70 anni sono tanti.
L’idea che sta sotto [NdR: alla pubblicazione online ndr] mi piace, penso che sia servito a diffondere tantissimo molte cose anche su Internet. Sulla questione di inserire protezioni e con questo ricavare soldi penso che sia una battaglia persa, persissima, perché è ovvio che la gente vuole la roba tutta, ora e gratis. E vincerà questo nuovo approccio, non c’è speranza. Però, obiettivamente, come persona che è titolare di alcuni diritti d’autore sarebbe stato bello guadagnarci qualcosa. Comunque pazienza: devo mangiare, non di più. 🙂
Per un’opera, come Wikipedia, creata ad hoc non ci sono problemi, ma per le opere che già esistevano, o comunque che sono state regolamentate dall’inizio in un’altra maniera, io starei attento.
Ammetto che è un argomento estremamente difficile, molto … come dire, ambiguo in qualche maniera, difficile da risolvere.

A proposito di Wikipedia

libreria dettaglio

W@H: Conosci Wikipedia? La usi?

Serra: La uso tutti i giorni, almeno 300 volte al giorno!

W@H: Lo sapevi che su Wikipedia esistono due portali sui fumetti, uno sui fumetti americani ed europei, l’altro sui manga?

Serra: Consulto poco la wiki italiana, lo ammetto. La sensazione è che le voci siano abbastanza essenziali, spesso corte, ma è anche vero che arrivare alla follia degli americani non è possibile…

W@H: Dunque tu consulti di più la Wikipedia in inglese?

Serra: Decisamente sì, anche perché per i lavori che faccio oltre i fumetti (articoli ecc.) di solito il materiale è straniero, raramente mi serve materiale italiano. Parlo principalmente dei fumetti americani DC Comics e Marvel.
Un’altra wiki che consulto spesso è Memory Alpha [Ndr: ospitata su Wikia], un sito tutto dedicato a Star Trek. Quello è fantastico: si può cercare una cosa qualunque e l’informazione ci sarà. In un dettaglio tale che non basta una vita per leggere tutto. Mi è capitato, magari alla sera o nottetempo, mentre riguardo alla tv una replica di Star Trek: Voyager o di Deep Space Nine di andare a curiosare su Memory Alpha per risolvere qualche dubbio e ho sempre avuto risposta!

W@H: Il trucco è che i fan di Star Trek sono tantissimi e appassionati. Difatti anche all’interno della Wikipedia in lingua italiana ci sono oltre . Ed esiste un intero portale italiano sulla fantascienza. Ne eri a conoscenza?

Serra: So che esiste, ma temo di averlo visitato una sola volta. Non sono un frequentatore assiduo, mi spiace, mentre ho dei colleghi molto più assidui da questo punto di vista. Anche perché se non per lavoro guardo poco le cose di SF e di fumetti: come hobby ho gli aeroplani e amo molto disegnare. Campo in cui la tecnologia ha fatto miracoli: poter disegnare senza attendere che la pittura asciughi e in pochissimo spazio, quello di una tavoletta grafica, ha ampliato di molto gli spazi di libertà. Frequento ad esempio il forum online del programma di disegno che utilizzo.
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W@H: Disegni solo per diletto o anche per mandare schizzi ai disegnatori?

Serra: Entrambi. [Ndr: accarezzando un grande schermo tattile da disegno]

W@H: Hai davanti una potenziale carriera da disegnatore quindi?

Serra: No, sono un disegnatore scadente, infatti tutto ciò che faccio viene immediatamente distrutto, e comunque non segue una storia. Lo faccio solo per diletto e per compiacere la mia compulsività.

W@H: Tornando a Wikipedia, oltre che consultarla, hai mai provato a modificare, correggere o scrivere qualcosa?

Serra: Per la verità no. So che si può fare, ho visto come funziona l’interfaccia però non l’ho mai fatto, anche se leggendo la tua biografia ti viene la tentazione di farlo. Però no… Va benissimo, la voce su Antonio Serra di Wikipedia è “vera”. Punto.
Più che editare una voce già esistente, ogni tanto m’è venuta voglia di scrivere una voce mancante. Quando trovo un link in rosso a volte mi accorgo che ne saprei abbastanza sull’argomento mancante da poter scrivere qualcosa, dato che leggo parecchio su cinema, i fumetti e altri argomenti che fanno parte del mio mestiere. Insomma non mi sento di poter fare l’enciclopedico, nonostante sia qui adesso a dimostrare il contrario, con tutte queste parole al vento… 🙂

W@H: Dunque su Wikipedia non hai mai trovato scritte grosse cavolate?

Serra: No, francamente no. Come tutti sapete Internet è una miniera di informazioni anche false. Quando scrivo degli articoli e faccio ricerche, mi baso sulla mia conoscenza, sulla mia biblioteca con i miei libri, certo, ma molto anche sul web. Di solito faccio una ricerca incrociata su siti che conosco. E Wikipedia è uno di questi.
Quando si compiono ricerche bisogna stare attenti, perché l’informazione falsa spesso non è palese, ma è tra le righe. Non di rado me ne accorgo perché, mentre sto leggendo, nella mia memoria scatta qualcosa che mi dice “non è andata così!”.
Ad esempio, qualche tempo fa stavo scrivendo una voce per un’enciclopedia sui Difensori, un gruppo di supereroi della Marvel, e facendo ricerche sulle origini dei Difensori trovo un sito italiano dettagliatissimo, dove però, secondo me, c’erano scritte solo cazzate terrificanti. Dopo di che faccio un controllo incrociato e capisco anche da dove era nata la leggenda urbana che ha innescato la falsa informazione. Me lo ricordavo in quanto li avevo letti.
Sui fumetti, a volte, nei siti italiani mi capita di rimanere deluso, mentre su siti americani c’è una precisione micidiale. Su un sito americano troverò annotazioni di ogni tipo con una precisione straordinaria, che arriva fino all’indicizzazione delle singole vignette nell’albo, una follia! Tutte le volte che invece cerco una cronologia italiana delle uscite, tipo quelle dell’editoriale Corno che ha stampato i fumetti della Marvel, non si trova nulla, devo andare a memoria. Io me la ricordo la cronologia della Corno, però… era veramente il n. 2 degli albi dei supereroi quello con Warlock… o era il 4? Chi se lo ricorda?! Non trovo da nessuna parte la certezza su questo dato. L’unico modo sarebbe andare a scavare in cantina… e non ve lo consiglio proprio!

W@H: Da quello che possiamo capire ora le tue ricerche le fai sempre online?

Serra: Ormai sempre online, moltissimo online, incrociando più dati possibili e cercando di trovare l’informazione più affidabile, ma basandomi anche su una personale idea di buon senso… che può darsi sia del tutto sbagliata, quindi può darsi anche che alla fine si scrivano delle sciocchezze.
Proprio per la sua caratteristica di essere editabile, su Wikipedia almeno lo vedi se un’informazione è contestata: c’è un bell’avviso in cima alla voce. Nelle pagine di discussione gli utenti di Wikipedia sono capaci di “menarsi” per un’informazione, e tu puoi leggere tutto, compresa la discussione, così potrai formarti la tua opinione e alla fine prenderai la tua posizione a ragion veduta.

W@H: Dunque leggi anche le pagine di discussione…

Serra: Qualche volta sì, mi è capitato di beccare qualche discussione.

W@H: Ad uno di noi, mentre cercava di sistemare la voce su Nathan Never, è capitato di prendere una “legnata” tremenda da un altro utente, per avere scritto che il personaggio di Sigmund era balbuziente… mentre non è più così!

Serra: Sigmund Baginov non balbetta più da dieci anni. Anche in questo caso si è trattato di una richiesta interna, dell’editore.

W@H: Oltre a Wikipedia esistono molti altri progetti legati a Wikimedia con finalità leggermente diverse. Ad esempio questa intervista viene realizzata per Wikinotizie…

Serra: Che è una specie di giornale?

W@H: Esattamente. Inoltre c’è Wikimedia Commons, che contiene due milioni di file multimediali, più che altro fotografie…

Serra: Libere?

W@H: Sì.

Serra: Ma vorrei farvi io una domanda: chi ve lo fa fare? O meglio non a voi, perché posso capire che ci sia una passione, un’idea etc, ma non c’è niente da guadagnare?

W@H: Beh, noi ci divertiamo 🙂

Serra: Questa risposta mi accontenta al 100%.

W@H: Ognuno di noi ha un lavoro ma usa parte del suo tempo libero su Wikipedia e progetti affini. Non hai mai pensato di correggere una voce di Wikipedia? O essere il primo a scrivere a voce su un dato argomento, solo per la soddisfazione?

Serra: Per poter fare qualcosa del genere avrei bisogno di più tempo! Il lavoro che faccio mi prende gran parte del tempo e mi accompagna anche fuori dall’ufficio. Ci sono giorni in cui riesco a produrre pochissimo, altri in cui non dormo e lavoro in continuazione. La parte creativa non smette mai di lavorare. Anche questa intervista diventerà una parte del mio bagaglio e magari entrerà in qualche storia!

W@H: Se ce la segnali magari la leggeremo 🙂

Serra: Sarebbe bello avere il tempo da dedicare a queste cose alla propria passione e vi invidio (beati voi!)

W@H: Visto quanto sei attento alla tecnologia, sai cos’è l’open source? Lo utilizzi?

Serra: Io uso programmi di pittura, di disegno artistico, che fanno parte del mio hobby. Sono programmi proprietari e a pagamento, ma hanno caratteristiche di estensibilità infinite grazie alla loro struttura aperta: è possibile inserirci nuovi pennelli, nuovi colori… Io uso tantissimo questi prodotti, che sono disponibili gratuitamente. La stessa cosa vale per i simulatori di volo, l’altra mia passione. C’è gente che produce modelli 3D di aeroporti, edifici, tempo atmosferico, alberelli, aeroplani: è sempre ricchissima l’offerta da questo punto di vista.
È fantastico che ognuno di noi possa condividere la propria passione, la propria idea, attraverso internet. E non solo condividere ma anche espandere, in un modo che altrimenti non sarebbe stato possibile. È chiaro che è una cosa straordinaria. È pur vero che la diffusione dei simulatori di volo ha causato come effetto collaterale la chiusura di negozi di modellismo, e questo è triste. D’altronde l’idea che adesso uno voglia montare un modellino vero è quasi inconcepibile, una pazzia: è molto più comoda e gratificante la simulazione.
Credo quindi che i risultati della cosa di cui parlate [l’open source ndr] siano formidabili: ha una forza dirompente che cambia il mondo, l’ha già cambiato e siamo ancora solo agli inizi di un cambiamento sostanziale. Ed anche solo l’idea di “possedere” l’idea è un concetto che sta diventando vecchio. Io oggi mi posso ancora arroccare in una posizione difensiva, ma non credo che reggerà all’urto.
Credo che ci troveremo davanti ad un mondo in cui si dovrà trovare un altro modo per fare i soldi… anche se non so quale!

W@H: Cosa ne pensi del futuro di Wikipedia?

Serra: Ribadisco: a meno che qualcuno non stacchi la “spina” della rete (c’è qualcuno che pensa che questo sia davvero possibile!), il futuro di Wikipedia è enorme. Se ci sono molte persone come voi, e inevitabilmente ci sono, e creano le strutture e l’organizzazione per farlo, la vittoria del modello è certa.
Serra: Voi siete in contatto con strutture più grosse, immagino. Con gli Stati Uniti? Sanno che esistete? Vi odiate tutti fra di voi?

W@H: Le comunità di Wikipedia sono organizzate su base linguistica, ma noi facciamo parte anche di Wikimedia Italia, che è una organizzazione nazionale riconosciuta dalla controparte americana e… sì, ci odiamo l’un l’altro amichevolmente (altrimenti che struttura sociale funzionante sarebbe? 🙂 )

Serra: La risposta forse è ovvia ma mi soddisfa completamente 🙂 Inoltre, volevo far notare che, benché siate dei volontari non pagati, siete riusciti a costruirvi una spaventosa gerarchia e una burocrazia interna. È meraviglioso! 🙂

W@H: Ehm… ultima domanda. Su Godzilla. Sei notoriamente un appassionato…

Serra: Godzilla è la perfezione assoluta, è fuori discussione! 🙂

W@H: …e su Wikipedia ci sono poche voci su questo argomento. Ci aiuteresti?

Serra: Parliamone. Anche se la voce Mothra, la farfalla gigante, sulla Wikipedia in inglese è fantastica, perfetta! Ci mettiamo una sera e la traduciamo, se volete. Così le Shobijin avranno finalmente un nome in italiano! 🙂 Dovremmo solo decidere quale…
Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

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October 25, 2007

Antonio Serra: come nascono i fumetti made in Italy

Antonio Serra: come nascono i fumetti made in Italy

Da Wikinotizie, le notizie a contenuto aperto
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Intervista vincitrice del Premio W@H 2007/08.
vincitore Utente:Torsolo

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Torsolo, Marcok

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martedì 25 ottobre 2007

L’autore di Nathan Never Antonio Serra, in questa prima parte dell’intervista rilasciata in esclusiva per Wikinotizie il 5 ottobre, ci parla di come nasce un fumetto (di successo), descrivendo molti retroscena del lavoro dello sceneggiatore, e ci svela alcuni aspetti inaspettati: ad esempio di come in Italia si leggano più fumetti che negli USA…

Note biografiche

Antonio Serra (biografia su Wikipedia), classe 1963, è oggi uno dei più noti autori di fumetti italiani e lavora per l’editore Bonelli. Nato ad Alghero, abita a Milano da vent’anni e fa parte della cosiddetta banda dei sardi (con Michele Medda e Bepi Vigna) che nel 1991 ha dato vita (coi disegni di Claudio Castellini) a Nathan Never, il primo fumetto fantascientifico di Bonelli, tuttora pubblicato. Tra i suoi personaggi anche Legs Weaver, che per 10 anni ha avuto una propria testata, diventando una delle principali protagoniste femminili del fumetto seriale italiano.

A casa dello sceneggiatore

Wikipediani a casa di Antonio Serra

Entrare a casa di Antonio Serra è come entrare in una dimensione ibrida tra una fumetteria, un negozio di elettronica, una libreria e il Forbidden Planet, il negozio di Londra in cui puoi trovare i gadget più incredibili della fantascienza. Serra è una persona affabile e cortese. Appare un po’ intimidito a causa della nostra invasione, almeno fino a che non iniziamo a discutere di fantascienza e di fumetti, per non parlare del suo mito, Godzilla. Allora si scatena ed è capace di tenere in mano un (pesantissimo) microfono sostenendo per quasi due ore le nostre domande a fuoco incrociato, senza interruzioni. E dà tutta l’idea di poter continuare per il resto della notte. Parliamo dei suoi personaggi, del presente e del futuro del fumetto, della morte della fantascienza, dell’arte e del mestiere dell’autore, dei nuovi progetti inediti… Verso la fine dell’intervista, si arriva a parlare anche di Wikipedia, le parti si invertono, così è Serra, sempre curioso e attento, a porci delle domande e noi a cercare di rispondere.

W@H

Intervista ad Antonio Serra

Come nasce un fumetto e il successo

Antonio Serra durante l’intervista del 5 ottobre 2007

W@H: Come si crea un personaggio come Nathan Never o Legs? E come si convince l’editore a pubblicarlo?

Serra: Rispondere alla seconda domanda è più impegnativo. Alla prima domanda: “Come si crea un personaggio dei fumetti” posso anzitutto replicare che non c’è una risposta precisa, perché dipende dalla fantasia degli autori. Infatti, come ho già detto più volte, dipende molto dal tempo che si dedica a “concentrarsi” e soprattutto c’entrano molto le letture, le cose che hai visto, le esperienze di una vita, ecc.
La creatività dipende dal mescolare tutte queste cose finché trovi uno spunto che ti sembra nuovo, diverso e originale. Quando dico “nuovo, diverso e originale” sono sarcastico: ricordiamoci sempre della legge di Murphy (degli sceneggiatori) e dell’esistenza di una “legge di Serra” (si chiama così non a caso…) che dice: “se pensi di aver avuto una idea originale un altro l’avrà avuta prima di te”. E se l’idea ti appare geniale ci saranno certamente altri dieci ad averla avuta prima di te! (Sigh!)
Un personaggio dipende molto dal tipo di ruolo che ha l’autore, se cioè si confronta con un editore che si rivolge ad un pubblico generalista (che vuole un prodotto – diciamo – popolare), oppure se ha una idea personale insolita, nuova, creativa, legata alla sua personalità e vuole trovare qualcuno che la pubblichi.

W@H: Sono due cose così diverse?

Serra: Si tratta di due mestieri completamente diversi. Il primo è un lavoro in cui, indipendentemente dai propri gusti, idee e passioni – esempio: la fantascienza – l’esigenza primaria è soddisfare le richieste dell’editore. L’editore ha una struttura produttiva da mantenere e deve pubblicare qualcosa per poter andare avanti. È l’editore, in linea di massima, che dice “voglio una cosa che stia dentro questi schemi” e a quel punto tu intervieni con la tua creatività, personalità e conoscenza. Pertanto il tuo gusto, il tuo piacere personale va fatto rientrare in questo schema predefinito.
E questo è il mio lavoro: Nathan Never, Legs tutti i personaggi che io ho creato stanno dentro questo schema. Bonelli ha il merito indiscusso di riconoscere all’autore la titolarità dei personaggi, cosa non da tutti. Però sono personaggi che io non avrei mai inventato senza l’apporto dello stesso Bonelli. In altri termini se fossi stato completamente “libero” da vincoli avrei probabilmente compiuto delle scelte diverse.
Il secondo tipo di mestiere parte dall’esigenza, che molti dimostrano di avere, di rappresentare anzitutto sé stessi, o comunque una propria idea personale. In questo caso bisogna arrivare dall’editore già con un’idea completa dicendogli: “ho questa idea, diversa, nuova, rivoluzionaria!”. L’editore a quel punto potrà decidere se questa idea gli interessa – e pubblicarla – oppure no.
Dato che ho sempre lavorato per Bonelli, posso dire che lo schema del fumetto classico-avventuroso mi appartiene, fa parte della mia cultura e della mia esperienza di lavoro.

W@H: La creazione del personaggio è una questione di target? Nel senso che l’editore ha quel tipo di target di lettori e quindi…

Serra: Usare la parola “target” è molto complicato, perché in realtà la nostra casa editrice non utilizza alcun tipo di ricerca di mercato: noi ci basiamo sul gusto, in altre parole sul comune sentire, della nostra redazione, e sulla fortuna di avere dei personaggi, come Tex e come Dylan Dog, che hanno un pubblico vasto che ci segue e che è spesso disposto a comprare il numero uno di una nuova serie e magari sceglie poi di seguirla.
Il successo invece è tutt’altra cosa: chi lo ottiene può lavorare già per una grossa casa editrice, che ha un suo pubblico ben stabilizzato, come Bonelli. O può, al contrario, lavorare per una piccola casa editrice che accetta un progetto nuovo ed originale. Il successo è qualcosa che viene deciso dal pubblico, sulla base di avvenimenti che, in linea di massima, stanno al di sopra degli autori, anche al di là della qualità del loro lavoro. Il successo è insomma qualcosa che magari arriva in forza di un contesto culturale adatto, o perché azzecchi l’atmosfera di quel momento.
Questo fenomeno è insondabile. È chiaro che, essendo io un professionista, affermo che c’è sicuramente un grande merito degli autori nel cogliere il successo, ma nel momento in cui ti dovessero chiedere “esattamente come hai fatto?” la risposta non è così chiara.
Com’è che improvvisamente un personaggio come Dylan Dog può arrivare a vendere milioni di copie e ad interessare una intera generazione di lettori? Il successo può anche avere diversi valori: nel campo editoriale quando si vendono ventimila copie è già un successo!
Nathan Never vende ancora circa 70mila copie: dopo quasi vent’anni è ancora un grande successo. Dylan Dog ne vende ancora di più: 150mila, quasi 200mila copie. È un enorme successo, anche se in passato ne vendeva molte di più (è chiaro che parliamo di successi anche un po’ fuori misura). Questo perchè a tutt’oggi in Italia il mercato dei fumetti, nonostante anni di crisi di restringimento, è uno dei più vasti in assoluto. In proporzione al territorio e alla popolazione, credo che l’Italia sia il secondo mercato mondiale di fumetti dopo il Giappone. Nessuno lo dice, eppure è così.

W@H: Stai dicendo che in Italia si leggono più fumetti che negli Stati Uniti?

Serra: In proporzione sì. Bisogna considerare che i fumetti che produce la Marvel, ad esempio, vengono distribuiti in tutti i paesi di lingua inglese: le cifre complessive sono alte, ma dobbiamo fare una proporzione rispetto alla popolazione anglofona. Lasciando da parte il Giappone, l’unica altra nazione al mondo che si avvicina al nostro paese come percentuale di lettori di fumetti è il Brasile, però lì c’è un tipo di fumetto strettamente legato alla loro cultura. Immagino infatti che non abbiate mai letto fumetti brasiliani. Sono personaggi umoristici molto legati ai loro modi di dire, di fare; si tratta cioè di un prodotto strettamente locale. Vende milioni di copie perché il Brasile è sterminato e ha una popolazione enorme, però in realtà noi abbiamo un mercato potenzialmente più vasto, perché offriamo un prodotto teoricamente spendibile anche al di fuori dei confini nazionali.
Malgrado questo, il mercato estero esiste poco: noi italiani esportiamo alcuni dei nostri fumetti, in particolare quelli della Bonelli, però non abbiamo un successo veramente grande. Tranne che in Brasile, dove Tex vende molto.
La Marvel o la DC Comics invece fanno la differenza, non per il venduto ma perché possiedono dei personaggi di enorme popolarità. Tutti, compresa mia madre, sanno chi è l’Uomo Ragno o Batman. Ma da qui a comprare il fumetto di Batman passa un oceano. Batman in realtà, a livello di cifre, vende molto meno di Dylan Dog; malgrado questo è immensamente più popolare e più conosciuto (anche prima dei successi cinematografici). Si tratta di personaggi che vanno a colpire l’immaginario collettivo ed hanno un vantaggio enorme: il costume. Li rende icone riconoscibili a distanza, molto più dei nostri personaggi, che invece hanno un approccio assai più realistico alla narrazione e al contesto storico in cui si muovono.

W@H: Come nasce una sceneggiatura e come si sviluppa il rapporto con il disegnatore che la deve realizzare? Quali sono le fonti di ispirazione a cui attingi?

Serra: Tutto parte da un presupposto: la presenza di una struttura produttiva. Io faccio Nathan Never, un fumetto che esce tutti i mesi, a cui lavora un intero staff di persone: autori, disegnatori, letteristi, grafici… Si tratta di una produzione di tipo industriale. L’input iniziale per scrivere una nuova storia può venire dal disegnatore che mi dice: “Ho finito. Dammi da lavorare!”.
Questo vale anche per un prodotto, come il fumetto, che rimane, malgrado quanto ho detto, artigianale al 100%. La catena produttiva mi impone che un nuovo albo debba uscire e quindi io so di dovermi immaginare storie con una determinata cadenza. Certo, c’è uno staff di sceneggiatori, quindi non sono solo io che devo creare nuove storie, ma comunque devo sempre tirare in ballo nuove idee.
Le fonti a cui attingo sono tante: i ricordi, la visione di un film, la lettura di un libro. Ma nella produzione “seriale” una sceneggiatura nasce soprattutto dalla storia precedente. Perché i personaggi di cui parliamo hanno una propria “vita” nel loro mondo, dove l’evolversi della trama è la logica conseguenza che porta a scrivere la storia successiva.
Questo vale anche per le storie che sembrano autoconclusive: in realtà anche queste hanno una continuità di fondo, di albo in albo. Le uniche che fanno eccezione sono le storie cosiddette “jolly”, che non sono inserite in un contesto così ampio di narrazione e di cui c’è bisogno in casi di emergenza o di ritardo sul lavoro.

W@H: Poi, naturalmente, c’è il rapporto col disegnatore…

Serra: Esatto. Conoscendo da anni i disegnatori della casa editrice, so cosa ognuno di essi realizza bene e quindi creo il soggetto anche in linea con le loro esigenze e le loro sensibilità. Dopodiché si comincia a scrivere la sceneggiatura, lavoro estremamente complesso (per qualche dettaglio in più consiglio di cercare su Wikipedia alla voce Sceneggiatura). Il riferimento che possiamo utilizzare è quello alla sceneggiatura cinematografica: pur essendo diversa ha molti elementi in comune con quella del fumetto.
Io dunque comincio a scrivere e il disegnatore a disegnare. Da notare che, almeno nel mio caso, il disegnatore è molto più veloce dello sceneggiatore: mentre lo sceneggiatore impiega giorni e giorni a concepire una scena, il disegnatore la realizza in qualche ora.
Le singole tavole di sceneggiatura, per me, richiedono un tempo lungo di elaborazione. Per 5-7 giorni mi succede di non scriverne neanche una, per poi produrne magari 7 in un colpo solo! Questo non succede al disegnatore. Si tratta di un meccanismo che insegue lo sceneggiatore in continuazione. Anche perché si scrivono più storie contemporaneamente, in quanto il nucleo degli sceneggiatori è molto più ridotto di quello dei disegnatori: nel caso di Nathan Never il rapporto è 4 contro 40! Nonostante ciò non c’è rischio di confusione, grazie agli appunti e al computer, che consente di tenere il lavoro sotto controllo.
Ritornando al rapporto col disegnatore, questo si stabilisce negli anni, ma per esperienza posso affermare che c’è differenza tra la mente dello sceneggiatore e quella del disegnatore. Nonostante l’attenzione che lo sceneggiatore mette nel descrivere la scena, molto spesso il disegnatore tirerà fuori delle idee diverse.
Questo vuol dire che, a lavoro finito, sarà necessario verificare il coordinamento tra testo e disegni in maniera tale che non ci siano delle discrepanze. Non necessariamente si corregge il disegno, dato che spesso fornisce spunti nuovi e interessanti: in quei casi è la sceneggiatura ad essere adattata.
Nel momento in cui prendo tutte queste decisioni, la mia funzione è cambiata: non sono più lo sceneggiatore, ma piuttosto il curatore redazionale del prodotto, colui che si occupa di mettere a posto tutti i pezzi, tra cui il lettering e molti altri dettagli.

W@H: Ma torniamo alle fonti della sceneggiatura…

Serra: Oltre alle fonti che ho citato in precedenza ve ne sono di più “personali”. Molta dell’esperienza personale entra nella scrittura, soprattutto quando il personaggio è seriale: ha una “vita” che diventa, in buona parte, la tua vita.
Di Nathan Never si dice spesso scherzando che è “schizofrenico”, dato che ha tre autori, tre anime diverse. Ed è vero! Bepi [NdR Vigna], Michele [NdR Medda] e il sottoscritto lo fanno agire in modo diverso. C’è, com’è ovvio, una caratteristica comune di fondo molto forte, ma per noi è molto evidente che ha tre vite. Insomma ognuno dà un taglio distintivo al personaggio.
Aggiungo che le fonti utilizzate dallo sceneggiatore si sono oggi molto arricchite rispetto ad un tempo, ci sono molte più possibilità offerte dalla tecnologia, l’accesso ad internet, i DVD ecc. che ti permettono di spiegare esattamente quale inquadratura vuoi, mostrandola. Un tempo andava descritta nei minimi particolari. Ora basta scaricare un’immagine e mandarla al disegnatore. E dirgli: “Voglio questo, esattamente questo!”.
Grazie alla “frequentazione” dell’immagine insomma il lavoro è molto migliorato. Anche da parte dei disegnatori. La qualità stessa del fumetto è migliorata!
Il background a cui attingo è dunque molto vario. Ma alla fin fine, se mi analizzo, so che comunque starò copiando (nell’ordine):
  1. Giulio Verne, che ho letto da ragazzo e senza il quale non si potrebbe andare avanti…
  2. Devilman, di Go Nagai
  3. I Fantastici Quattro, di Jack Kirby
  4. …e i Thunderbirds, di Gerry e Sylvia Anderson!

W@H: Noi veramente ci aspettavamo Blade Runner…

Serra: Blade Runner è certo uno dei riferimenti del personaggio di Nathan Never, ma nel momento in cui scrivi attingi alle cose più remote della tua memoria, andando a cadere sulle quattro cose di cui ti importava da ragazzo…

Una donna chiamata Legs

W@H: Lo sai che la gente ancora piange per la chiusura di Legs? Legs Weaver è stato il primo personaggio protagonista femminile della Bonelli…

Serra: Sì, per la verità c’era Bella di Bella & Bronco, però quella era una coppia, in realtà.

W@H: In questo caso invece è Legs la protagonista. Era del tutto particolare anche per caratteristiche, come l’omosessualità, del tutto nuove per i fumetti Bonelli. Come mai, dopo un iniziale successo, la testata è stata chiusa e il personaggio è dovuto rientrare nelle storie Nathan Never? Cosa è mancato? Forse il mercato italiano non era ancora pronto?

Serra: Posso dire delle cose che non risponderanno al cento per cento alla questione, temo. Diciamo che, da un lato, è senz’altro vero che c’era un problema di mercato, dall’altro lato invece va detto che, producendo un fumetto popolare, rivolto a un pubblico vasto, certi tipi di argomento non possono essere approfonditi. Quindi noi avevamo una protagonista femminile, estremamente “rozza”, nel senso che aveva un atteggiamento nei confronti della vita diciamo deciso…

W@H: Era anche molto visibile…

Serra: A voler dire così, “squadrata”. Questo fatto avrebbe dovuto portare come evoluzione a un personaggio, non dico solo ultra-violento, ma anche ultra-ironico. Nessuna di queste due formule è praticabile per il vasto pubblico. Perché tu puoi ironizzare, ma allora sei Lupo Alberto, sei…

W@H: Cocco Bill?

Serra: Sì, Cocco Bill. Sei un personaggio buffo, e Legs non era un personaggio buffo, al cento per cento! Dall’altro lato puoi essere drammatico, ma c’è una soglia superata la quale rischiamo di infastidire, offendere presentando un certo tipo di racconti a un dato pubblico. Quindi lì ci si arena, e quello è stato un errore… dal punto di vista creativo, intendo. Perché il personaggio fin da subito ha mostrato la corda. Si era dimostrato subito impossibile osare quello che ci sarebbe piaciuto realizzare, perché ci sono dei limiti reali. Sono quelli di cui abbiamo parlato prima: lavorando all’interno di un preciso schema editoriale, quello che si rivolge ad un pubblico vasto, non puoi permetterti di sbordare troppo né da una parte, né dall’altra. Legs pretendeva di farlo da tutti e due i lati! Una pazzia che solo io potevo pensare.

W@H: Nelle storie di Nathan Never però il personaggio di Legs c’è ancora.

Serra: Sì, Legs ritorna. È ancora viva, certo. Però il personaggio oggi, come leggerete anche nelle prossime storie, è prettamente realistico. Non ha nulla di… voglio dire, è lei nel carattere e nel modo di fare, ma non ha nulla delle caratteristiche che avrebbe dovuto avere il prodotto secondo le nostre idee iniziali. Peraltro, le caratteristiche attuali saranno sicuramente più gradite al pubblico. Posso dire di essere scontento, ma ovviamente il pubblico, il cliente ha sempre ragione. Non ci sono dubbi.

L’arte e il mestiere dell’autore

W@H: Ma allora è arte o è mestiere? O tutt’e due le cose? O nessuna delle due?

Serra: Guarda, con me cadete male, perché per me è mestiere: tanta rabbia, stanchezza e così via. Dopodiché… è arte? Questo è un discorso veramente da non affrontare, non so come dire…

W@H: Complicato?

Serra: Sì, ma perché secondo me è anche strettamente personale. Tu puoi scegliere di appenderti in casa un Van Gogh, come poster s’intende, oppure un poster di Masamune Shirow, perché questo per te è arte! L’arte è veramente qualcosa che giudichi nell’emozione che ti offre e nel modo in cui tu ti poni. Quindi io preferisco pormi il problema di soddisfare i lettori, di offrire delle storie che piacciano e che divertano, che siano gradite.
Questo a volte diverge dalla mia idea personale di storia piacevole e divertente. Per me, la storia più divertente di tutte sarebbe sempre una: I Fantastici Quattro e i Thunderbirds contro Godzilla. E si può ripetere all’infinito. Io non ho problemi, infatti lì ho 36 film di Godzilla [NdR: indicando un ripiano stracarico di DVD]: li posso rivedere all’infinito e non mi annoio mai. Quando vanno giù i palazzi io mi diverto. Non posso però pretendere che tutto il resto dell’umanità si diverta con questo… e quindi Godzilla 2000 me lo tengo lì, o Godzilla Final Wars me lo tengo lì e me lo guardo. In silenzio.”

W@H: Arte o non arte, il fumetto ne ha fatta di strada: un tempo era considerato roba di scarto, mentre adesso è riconosciuto il suo valore culturale.

Serra: È cambiato, ma attenzione! Il fumetto…. No. Non dico questa cosa. Andiamo avanti. Non dico questa cosa perché è pericolosissima!”

W@H: Nathan Never è un fumetto decisamente longevo. Che cosa pensi della serialità dei fumetti? È un valore o un problema?

Serra: La serialità in assoluto è un valore, non ho dubbi. Il vero problema della serialità è che quando ci innamoriamo di un personaggio – televisivo, dei fumetti o cinematografico – il nostro desiderio primario è che rimanga sempre uguale. È una tendenza che abbiamo tutti, anch’io. Me ne rendo conto: a volte faccio l’ipercritico nei confronti del mio pubblico e mi lamento dicendo: “Ma perché non vogliono che Nathan Never si evolva?”; altre volte, quando vedo i personaggi degli altri che cambiano, penso: “Che stronzata! Ma perché l’hanno fatto?”

W@H: Dopodiché ognuno ha il proprio modo di vederlo “uguale a se stesso”. Perché uno spesso dice: “Io mi ricordo quelle puntate lì…

Serra: Esatto. In realtà anche i personaggi “uguali a se stessi” cambiano nel tempo e nella cultura. Per fare un esempio, l’ultimo film di 007 è stato un enorme successo, e tutti hanno detto: “Ecco 007!” E io dico: “No.” Nel senso che anche a me è piaciuto tantissimo, perché questo James Bond più o meno c’entra qualcosa con quello dei libri, finalmente, cosa che non era mai successa al cinema. Questa riscoperta da zero è una delle caratteristiche di quest’ultima fase di alcuni eroi: Batman Begins, lo stesso 007 e tanti altri.
È come se dicessero agli spettatori: “Tutto quello che c’era prima è stato un equivoco: ricominciamo da adesso e ricominciamo bene! Sono cattivi! Sono violenti! Sono incazzati! Sono moderni! Sono di oggi! Uccidono spietatamente e quindi VI PIACCIONO!” Va bene, però in realtà questo spesso si rivela semplicemente un modo per tornare alle vere origini del personaggio. È difficile immaginare oggi che effetto fece la prima storia di Batman, alla fine degli anni trenta. Però l’effetto era lo stesso, è questa la verità.
Anche 007. Proviamo a leggere Casino Royale: è un libro di una violenza, di un cinismo e di una spietatezza incredibili. Quest’ultimo film, in fondo, per quanto ci sembri cattivo, in molti punti si limita a sfiorarlo. Per noi è difficile immaginare che cosa possa aver provato il lettore negli anni cinquanta, quando Fleming pubblicò il libro.
Perché questo personaggio divenne famoso al punto tale che furono ricavati dei film? Noi diamo per scontato che Bond sia sempre stato un prodotto cinematografico, ma non è andata così: furono scritti dei romanzi, che produssero un tale successo, un tale sconvolgimento, da far nascere un’industria massiccia, che si è trascinata fino ai giorni nostri. Quei libri dunque devono avere cambiato qualcosa.

W@H: Come la storia di Psycho: quando il film è uscito sconvolgeva, adesso uno lo vede e dice… beh, è sempre un bel film, però oggi non fa lo stesso effetto…

Serra: Psycho possiede ancora un aspetto che sconvolge: la protagonista muore a metà del film… ed è una cosa che non si può più fare, perché quel maledetto l’ha fatta e – accidenti! – ci ha fregato l’idea per l’eternità!
Però certamente, è difficile oggi come oggi, calarsi, tornare indietro nel tempo e dire: “Accidenti! Ma questa roba sfondava! Apriva una porta nuova all’epoca.” Noi oggi lo rifacciamo in qualche maniera, ma sostanzialmente cerchiamo solo di ripetere un effetto che c’è già stato. Questo è quello che voglio dire. Che poi i personaggi negli anni si disperdano un po’, si adeguino, è inevitabile.
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Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

(continua: 2a parte dell’intervista)

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October 16, 2007

Antonio Serra: novità dal mondo dei fumetti Bonelli

Antonio Serra: novità dal mondo dei fumetti Bonelli

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Intervista vincitrice del Premio W@H 2007/08.
vincitore Utente:Torsolo

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Marcok, Torsolo e altri

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martedì 16 ottobre 2007

L’autore di Nathan Never, intervistato per Wikinotizie, ha concesso alcune anticipazioni sui nuovi progetti che usciranno in edicola.

Antonio Serra durante l’intervista del 5 ottobre 2007

Il celebre autore italiano di fumetti Antonio Serra, noto soprattutto per Nathan Never, ha rivelato in anteprima alcuni nuovi progetti con la casa editrice Bonelli, nel corso di una lunga intervista per Wikinotizie realizzata nell’ambito del progetto Wiki@home.

A novembre 2007 è prevista l’uscita in edicola del primo numero di Universo Alfa, una testata semestrale ambientata nel mondo fantascientifico di Nathan Never, ma che vedrà altri, numerosi protagonisti. Sarà una testata contenitore in cui verranno pubblicate «tutte le avventure del mondo di Nathan Never che finora non siamo riusciti a raccontare».

Ma la vera novità è attesa per novembre 2008. Sarà una miniserie di fumetti “alla Giulio Verne”, il cui titolo provvisorio di lavorazione è Padrone del mondo. Serra ha iniziato a lavorare a questo nuovissimo progetto due anni fa e ce l’ha descritto come una serie ambientata tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, caratterizzata da una rielaborazione dei temi tipici dei romanzi di Jules Verne. Insomma tornano i Voyages extraordinaires senza i quali l’autore di fumetti italiano dichiara che «non potremmo andare avanti». Serra ha anche precisato che «non sarà steampunk! Lo steampunk descrive una versione alternativa, adattata del mondo moderno attraverso l’utilizzo di una tecnologia retrò. Invece quella a cui stiamo lavorando sarà una storia ambientata nell’Ottocento, con personaggi e azioni compatibili con quel periodo storico».

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L’intervista completa

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February 7, 2007

RCS acquista Recoletos

RCS acquista Recoletos – Wikinotizie

RCS acquista Recoletos

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7 febbraio 2007

La RCS ha annunciato oggi l’offerta per l’acquisizione dell’azienda editrice spagnola Recoletos, per 1,1 miliardi di euro.

Recoletos è l’editore del primo giornale sportivo spagnolo, Marca, e del giornale finanziario Expansion.

Con l’acquisizione, il gruppo del Corriere della Sera diventa il leader dell’editoria spagnola, in quanto già detentore del controllo su Unedisa che pubblica El Mundo.

Il fatturato estero di RCS sale al 40% per un valore complessivo di circa 2 miliardi e mezzo.

Fonti

  • «Rcs più forte in Spagna: compra Recoletes»Corriere della Sera, 8 febbraio 2007, pag. 29

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