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October 12, 2008

La Corea del Nord non è sulla “black-list”

domenica 12 ottobre 2008
Gli Stati Uniti d’America hanno tolto la Corea del Nord dalla lista nera dei Paesi che sostengono il terrorismo. Lo stato nordcoreano era entrato nella lista nera per la presunta distruzione di un aereo di linea sudcoreano nel 1987, in cui erano morti 115 passeggeri. Gli USA avevano subordinato la rimozione della Corea del Nord dalla lista nera alla condizione che il regime di Pyongyang avesse accettato le richieste dell’amministrazione Bush, per la verifica delle sue attività nucleari.

L’accordo è stato raggiunto, nonostante le perplessità avanzate dal Giappone e da parte del negoziatore statunitense Christopher Hill, e prevede l’effettuazione di ispezioni sull’arricchimento del plutonio e dell’uranio, con particolare attenzione al reattore nucleare di Yongbyon, che era stato riattivato nelle ultime settimane come “ritorsione” verso la decisione di Washington di non rimuovere Pyongyang dalla lista nera. «Nell’attività di ispezione avrà un ruolo importante anche l’AIEA (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica)» ha detto Hill, aggiungendo che «gli esperti potranno avere accesso a tutti i siti nucleari dichiarati e non dichiarati».

Nell’accordo è stata prevista la partecipazione alle ispezioni della Corea del Sud, Cina, Giappone e Russia.

Taro Aso, premier giapponese, esprime la sua perplessità perché l’accordo non menziona alcunché sulla vicenda del rapimento di cittadini giapponesi da parte dei nord coreani.
Il presidente George W. Bush ha contattato telefonicamente Aso per riaffermare «il principio del traguardo di una denuclearizzazione verificabile della penisola coreana» e la necessità che «tutte le parti continuino a lavorare verso l’attuazione dell’impegno della Corea del Nord ad abbandonare tutte le sue armi e tutti i suoi programmi nucleari». Inoltre Bush ha rassicurato Aso sul sostegno degli USA nella vicenda del rapimento dei cittadini giapponesi.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, critica l’accordo perché è stato raggiunto direttamente tra Washington e Pyongyang «e solo successivamente discusso con gli alleati asiatici al fine di ottenere il loro sostegno». McCain ha espresso perplessità anche sul fatto che l’accordo non prevede il problema dei cittadini giapponesi rapiti.

Fonti

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La Corea del Nord non è sulla \”black-list\”

La Corea del Nord non è sulla “black-list”

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domenica 12 ottobre 2008
Gli Stati Uniti d’America hanno tolto la Corea del Nord dalla lista nera dei Paesi che sostengono il terrorismo. Lo stato nordcoreano era entrato nella lista nera per la presunta distruzione di un aereo di linea sudcoreano nel 1987, in cui erano morti 115 passeggeri. Gli USA avevano subordinato la rimozione della Corea del Nord dalla lista nera alla condizione che il regime di Pyongyang avesse accettato le richieste dell’amministrazione Bush, per la verifica delle sue attività nucleari.

L’accordo è stato raggiunto, nonostante le perplessità avanzate dal Giappone e da parte del negoziatore statunitense Christopher Hill, e prevede l’effettuazione di ispezioni sull’arricchimento del plutonio e dell’uranio, con particolare attenzione al reattore nucleare di Yongbyon, che era stato riattivato nelle ultime settimane come “ritorsione” verso la decisione di Washington di non rimuovere Pyongyang dalla lista nera. «Nell’attività di ispezione avrà un ruolo importante anche l’AIEA (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica)» ha detto Hill, aggiungendo che «gli esperti potranno avere accesso a tutti i siti nucleari dichiarati e non dichiarati».

Nell’accordo è stata prevista la partecipazione alle ispezioni della Corea del Sud, Cina, Giappone e Russia.

Taro Aso, premier giapponese, esprime la sua perplessità perché l’accordo non menziona alcunché sulla vicenda del rapimento di cittadini giapponesi da parte dei nord coreani.
Il presidente George W. Bush ha contattato telefonicamente Aso per riaffermare «il principio del traguardo di una denuclearizzazione verificabile della penisola coreana» e la necessità che «tutte le parti continuino a lavorare verso l’attuazione dell’impegno della Corea del Nord ad abbandonare tutte le sue armi e tutti i suoi programmi nucleari». Inoltre Bush ha rassicurato Aso sul sostegno degli USA nella vicenda del rapimento dei cittadini giapponesi.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, critica l’accordo perché è stato raggiunto direttamente tra Washington e Pyongyang «e solo successivamente discusso con gli alleati asiatici al fine di ottenere il loro sostegno». McCain ha espresso perplessità anche sul fatto che l’accordo non prevede il problema dei cittadini giapponesi rapiti.


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August 2, 2008

La crisi dei mari e dei loro abitanti

La crisi dei mari e dei loro abitanti – Wikinotizie

La crisi dei mari e dei loro abitanti

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sabato 2 agosto 2008
Che lo stato dei mari sia critico è una cosa sempre più chiara. La riduzione del pescato, degli ‘stock’ dei grandi pesci, l’inquinamento proveniente dalla terra oppure, con i vari disastri delle petroliere, dal mare. Due storie trasmesse in programmi di divulgazione scientifica, ad un giorno di distanza l’una dall’altra hanno fornito un quadro a tinte fosche, anche spostandosi di latitudine.

Artico. Un continente di ghiaccio e acqua, un posto unico al mondo che può essere considerato sia una sorta di ‘continente’ oppure un vero e proprio mare. Molto dipende dalla calotta polare, dal pack, dalla banchisa. Se c’è è un ‘luogo’, se non c’è diventa semplicemente un mare stretto tra l’Asia e il Nord America. Il ghiaccio non è solo uno stato fisico dell’acqua. Al di sopra e tra di esso è anche l’habitat delle poche forme di vita che sono in grado di vivere sopra il livello del mare. La settimana scorsa (il 24 luglio) Superquark ha proposto tra i tanti servizi un documentario della BBC che ha parlato della vita degli Orsi bianchi.

La telecamera riusciva a riprendere la vita e i movimenti di una famiglia di orsi. La madre era, come al solito, rimasta con i due cuccioli nati nell’ultima stagione, mentre il padre si era allontanato per i suoi affari; l’allevamento della prole spetta solo alla femmina, ma un cucciolo su due non supera l’anno di vita. Se è in alcune riserve inuit, può anche capitare che siano cacciati, in particolare nello stato sovrano canadese di Nunavut.

Una famiglia di orsi bianchi, come quelli mostrati dalla BBC

Qui, nel periodo giugno 2006-2007, oltre 500 orsi sono stati qui abbattuti, molti dei quali per la caccia di tipo ‘sportivo’ da parte di ricchi americani (pagando fino a 30 mila dollari), favorendo le misere finanze locali e suscitando al contempo accese polemiche. Oppure c’è il problema dell’inquinamento: le foche mangiano pesce ‘inquinato’, e gli orsi al vertice della catena alimentare mangiano le foche, concentrando in sé dosi pericolose di sostanze patogene.

Il ghiaccio si assottiglia e l’orso maschio se ne accorge a sue spese. Le distese di ghiaccio sono il suo regno. Un regno che adesso sparisce a vista d’occhio e lo tradisce. Ovunque poggia le zampe e il ghiaccio cede di colpo. L’animale, quasi incredulo, si rassegna a distribuire il peso del corpo strisciando come una slitta. Ma nemmeno questo basta. Come il regno di Fantàsia della Storia Infinita, all’aumentare della temperatura il ghiaccio sparisce e di una pianura sterminata restano tanti piccoli pezzetti sottili. L’orso ci si muove attorno nuotando con grazia, cercando un iceberg che ne possa sostenere il peso. Non lo trova. Inquadratura dopo inquadratura, si ritrova a nuotare, con suo grande sconforto, in un mare del tutto libero dai ghiacci.

La perdita di habitat impone all’orso bianco un cambiamento di habitat

Anche se la sua costituzione è tale che può sopravvivere in un’acqua capace di uccidere una persona in qualche minuto, nemmeno l’orso polare può durare a lungo in questa condizione: deve trovare terra o rischia, prima o poi, di affogare. Di quando in quando il candido plantigrado s’immerge sott’acqua, quasi a cercare un rifugio da un mondo che non capisce più. E sperando di non imbattersi in qualche orca. Un tempo era cosa estremamente rara, ma ora è perfino successo che orsi polari siano stati avvistati in mare aperto, a sessanta miglia (110 chilometri) dalla costa.

Cambia la scena. L’orso è riuscito ad approdare a terra. È un’isola, o comunque una costa, isolata e priva di risorse. Non è ancora al sicuro. Il suo peso, in buona parte di grasso, è calato nel corso dell’estate a circa la metà dell’originale. Deve mangiare, ma cosa? Senza il pack, non ha il suo habitat e non può avvicinarsi non visto alle foche. Non che ce ne siano in giro. Piuttosto, vi è una colonia di placidi trichechi.

Colonia di trichechi, specie che supera attualmente i 250 mila esemplari, 10 volte l’orso polare

Stanno tutti insieme, ammucchiati, a prendere il pallido sole. Le loro movenze sono tranquille, ma le loro zanne, per quanto dall’aspetto buffo, sembrano una falange a difesa di aggressori esterni. L’orso lo sa, forse li ha già incontrati. Ma ha fame. Si porta all’attacco. Cerca con tutte le forze di avventarsi su di un cucciolo, pur se già molto grosso; ma la madre gli si pone davanti e gli fa da scudo. L’orso attacca anche lei. La ‘mandria’ di trichechi, vicini alla costa, si muove lentamente verso il mare. Qualcuno cerca di contrattaccare l’orso, poi se ne va. Il plantigrado ha forza e determinazione estreme, artigli fortissimi, zanne micidiali. Il tricheco è al confronto una specie di sacco di grasso, una preda facile. Ma è solo apparenza.

Dopo l’estinzione dei mammuth e dei mastodonti, è rimasto il più diretto equivalente del parimenti zannuto elefante nell’ambiente artico. Mesi fa, nelle ‘sfide’ tra animali ricostruite in documentari con tanto di modelli in acciaio di morsi e zanne, La7 ci propose la sfida tra un tricheco e un orso polare. La simulazione al computer, fatta dopo una serie di test, faceva vedere come il tricheco fosse in grado di resistere e muoversi in acqua, dove se l’orso lo seguiva, aveva la vittoria in pugno e poteva diventare letale con le sue zanne. Uno dei segreti del tricheco è la sua pelle, spessa fino a 7 cm. L’orso non lo sapeva, o semplicemente non si poteva permettere tale valutazione. Aveva fame e doveva mangiare. Ma nemmeno la sua presa con gli artigli e le zanne piantati nella pelle del tricheco, con la forza dei suoi 400 kg, è riuscita a fermare la tonnellata della sua preda, che una volta guadagnata l’acqua bassa è riuscita a ripartire con una forte codata, lasciando l’orso perplesso e a bocca vuota.

Come poi la troupe di documentaristi sia riuscita a controllare la situazione con un orso bianco affamato a pochi metri è davvero misterioso. La mattina dopo c’era la nebbia e almeno qui la ‘tenuta mimetica’ dell’orso non era uno svantaggio. Si lancia all’attacco di un altro tricheco, mentre il branco si allarma e si butta in acqua. Ma fallisce ancora. E quel che è peggio, ne subisce un danno permanente. La simulazione al computer naturalmente ha semplificato l’esito nella forma, ma non necessariamente nella sostanza. Le zanne del tricheco hanno ferito l’orso ad una zampa, che può malamente muovere toccando terra con dolori lancinanti. La vita solitaria degli orsi è priva di conforti parentali e di assistenza. L’estate è il momento peggiore, la fame si fa sentire e anche attaccare i trichechi sembra un’idea utile, anche se di ripiego.

L’orso è finito, ha perso la scommessa. Affamato e privo della capacità di muoversi con tutta la sua forza, senza speranza, scava una specie di buca per accomodarsi il suo corpo acciambellato. Nel mentre emette lamenti forti e cupi, una lamentazione per la sua condizione così misera. Poi abbassa il capo e chiude gli occhi, ma non con l’espressione di qualcuno soddisfatto della giornata trascorsa, ma con un dolore e una disperazione come chi si corica a stomaco vuoto, e senza speranza di mangiare anche all’indomani. Questa è la sua mesta fine. I trichechi, fortezze invulnerabili al suo attacco, sono ancora lì a pochi metri. Prendono il sole e ignorano, consapevoli e compiaciuti della fine della minaccia, quella massa di pelo bianco che giace inerte accanto a loro. Sanno che è ferito e che non li attaccherà più. Un esempio della Mors tua vita mea. Per pagare la sopravvivenza dell’orso, la comunità di trichechi avrebbe dovuto farsi sbranare qualcuno dei suoi cuccioli.

Quel che non sanno né loro né l’orso, è che il riscaldamento globale ogni anno provoca il disgelo anticipato e riduce drasticamente il pack. Lasciando gli orsi polari senza habitat. Le foche, nel frattempo, non se la passano necessariamente bene: centinaia di migliaia vengono uccise in Canada ogni anno da esseri umani, con quote di caccia consentite, e nonostante le proteste delle associazioni ambientaliste. Loro sono definite ‘concorrenti’ della pesca umana e vanno ‘tenute sotto controllo’.

Del resto è la stessa giustificazione posta da chi vuole riaprire la caccia alle balene, nonostante che queste siano ormai concentrate nei mari meridionali, mentre quelli settentrionali, in larga parte ‘liberati’ dalla loro presenza, sono drasticamente svuotati anche delle altre forme di vita animali, specie per le reti a strascico e per l’inquinamento, che nelle ‘zone morte’ come quella nel Golfo del Messico causa la distruzione della vita per anossia. Le alghe cioè crescono in quantità e poi muoiono, e la decomposizione batterica ‘succhia’ l’ossigeno dei mari.

Sott’acqua, nel frattempo, succedono altre cose. Una fauna unica si è sviluppata tra i ghiacci. Raramente ci si è chiesti che esseri vi siano là sotto. Immagini riprese nelle poche spedizioni scientifiche realizzate hanno mostrato grandi crostacei privi di chele, stelle di mare e tante altre forme di vita. La loro protezione erano i ghiacci marini. Ora che questi spariscono inesorabilmente, nel mare entrano dei predatori esterni sconosciuti da millenni, essenzialmente cetacei, e questa fauna subartica è destinata a sparire nelle loro fauci.

Questo, come anche la scomparsa –un dramma per i paleontologi e i biologi del settore- delle numerose mummie di animali preistorici ancora imprigionate nel permafrost, non importa molto nelle discussioni sul Riscaldamento globale. Di fatto i governi stanno vedendo la cosa come ‘opportunità’. Terre liberate dai ghiacci a Nord significano tante cose. Per esempio, una rotta di navigazione a Nord del Canada che faccia saltare l’esigenza di passare per Panama. Oppure, significa maggiore libertà e comodità nell’usare le risorse della regione artica. Bush sta provando da anni a riaprire le estrazioni petrolifere in Alaska. Putin dal canto suo si è detto a suo tempo contento per la sua fredda Russia se la temperatura dovesse aumentare.

Il giorno dopo, a Missione Natura (La7), Vincenzo Venuto presentava le Otarie dalla pelliccia del Capo. Si era in tutt’altro luogo, le coste della Namibia, a Whale Bay. Oltre 7.000 km a Sud del Polo Nord. Le otarie sono animali meno specializzati delle foche nella vita acquatica. Hanno zampe posteriori più articolate per arrampicarsi anche negli scogli; hanno una pelliccia, sopratutto nei cuccioli. Hanno le orecchie da cui il nome. Sono socievoli, intelligenti e curiose come le loro cugine senza orecchie esterne. Ma hanno anche loro dei problemi. Non con gli orsi bianchi, di cui sarebbero certo ghiotte prede se ne condividessero l’habitat.

Le Otarie vicono in africa meridionale in colonie numerose.

Ma con gli uomini, stavolta in maniera piuttosto diretta. Succede che il governo namibiano ha autorizzato cacce di massa delle povere otarie. In quella che si potrebbe definire «la strage degli innocenti», vengono attaccati i branchi da parte di gruppi di cacciatori. Isolate dal mare, vengono poi divise. Le madri vengono separate dai cuccioli e a loro, direttamente, non viene fatto altro male. I cuccioli, invece, vengono ammazzati a bastonate. Anche i grossi maschi vengono uccisi, ma con fucili da caccia di precisione. Forse perché pesano anche 300 kg contro i 90 delle femmine e non sarebbero troppo entusiasti di essere ammazzati a bastonate. Sta di fatto che il governo della Namibia ha autorizzato l’anno scorso l’uccisione di 85.000 cuccioli e 7.000 maschi adulti. Non viene buttato nulla. Dopo la mattanza delle bestie le loro varie parti vengono usate da varie industrie. Le carni e il grasso vengono esportati in Sudafrica, e usati come mangime per animali. La pelle va in Europa, anche in Italia, per usi d’abbigliamento. I testicoli dei maschi vanno invece in Cina, perché la medicina cinese, già autrice di ricette che stanno portando alla scomparsa di rinoceronti (corno) e tigri (ossa) li usa come ingredienti per afrodisiaci.

Ma forse non è nemmeno questo il problema maggiore, per le otarie. Persino così, con i massacri a cui sono direttamente sottoposte, i loro problemi sono anche altri: la fame. Migliaia di otarie muoiono letteralmente di fame, nonostante la sfoltita numerica che subiscono in maniera diretta. Perché? Non per l’inquinamento, in Africa (specie poi in Namibia) poco significativo; ma per la pesca che ha sfruttato troppo le risorse locali, impoverendo gli stock di pesce. E non è tanto una pesca ‘locale’.

È una pesca d’alta tecnologia: navi-fattoria che vengono dall’Europa o dall’Asia, già largamente sfruttate ed esaurite, e che fanno strage della fauna locale. Anche i pescatori africani se ne sono accorti e il loro misero pescato, specie nella parte settentrionale dell’Africa, si è ridotto a tal punto da causare carestia e fame. Questo con un continente che aveva 200 milioni di abitanti nel 1950, ne ha un miliardo oggi e ne avrà il doppio tra qualche decennio. E così nasce una crisi ecologica che mette in ginocchio uomini e bestie, la cui soluzione non pare alla portata di nessuna previsione. Le otarie naturalmente vengono viste come ‘concorrenti’, come le loro cugine vittime dei più celebri massacri canadesi. Stesse accuse che hanno portato in passato alla caccia fin quasi all’estinzione di animali come il Gaviale o come i delfini d’acqua dolce dell’Asia.


Fonti[]

  • Servizio Superquark 24 luglio 2008
  • Puntata Missione Natura 25 luglio 2008

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August 1, 2008

Bush: «Il livello di violenza in Iraq è il più basso dal 2004»

Bush: «Il livello di violenza in Iraq è il più basso dal 2004»

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venerdì 1 agosto 2008

Bush durante il discorso

George W. Bush, l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, in un discorso tenuto ieri ha affermato che il livello della «violenza (in Iraq, n.d.r.) è scesa al suo livello minimo a partire dalla primavera del 2004 e questo è il terzo mese consecutivo che manteniamo il livello così basso». Ha poi aggiunto che «un motivo importante per questo progresso prolungato è il successo dell’aumento delle truppe».

Bush ha anche elogiato il lavoro delle forze della sicurezza dell’Iraq. Ha evidenzialo la loro «crescente abilità» come un altro motivo della riduzione della violenza. «Vediamo la capacità di quelle forze più presto questo anno, quando il governo iracheno ha lanciato le vittoriose campagne militari contro i gruppi estremisti Shia a Basra, Amrah e nella zona di Sadr City a Baghdad« ha detto. «Grazie a queste operazioni, gli estremisti che un tempo terrorizzavano i cittadini di queste comunità sono stati mandati via dalle loro roccaforti».

[EN] – Ascolta l’intero discorso

Il Presidente ha continuato affermando che il governo iracheno ha fatto progressi. «Il Consiglio dei rappresentanti dell’Iraq ha approvato leggi importanti quest’anno e i leader iracheno si stanno preparando per le elezioni provinciali» ha detto, elencando dove crede che il governo iracheno abbia compiuto porgessi.

Bush ha continuato parlando del ritiro delle truppe:

« Il progresso in Iraq ci ha permesso di continuare la politica del ritorna vincitore. Abbiamo riportato a casa tutte e cinque le brigate e le tre unità della Marina che erano state inviate in Iraq per aumentare le truppe. L’ultima di queste cinque truppe è tornata a casa questo mese. Fra qualche tempo, quest’anno, il Generale Petraeus mi esporrà i suoi consigli sul futuro numero delle truppe – comprese ulteriori riduzioni delle nostre forze combattenti se le condizioni lo permetteranno. »
Wikinews

Questo articolo, o parte di esso, deriva da una traduzione di Bush claims violence in Iraq down to lowest level for four years, pubblicato su Wikinews in lingua inglese.

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April 11, 2008

Veltroni chiude la campagna elettorale: «Inizia il viaggio per cambiare l’Italia»

venerdì 11 aprile 2008

Walter Veltroni

«Il nostro viaggio finisce qui, a Roma, ma ne comincerà un altro: quello per cambiare l’Italia»: inizia così il suo discorso , al termine della campagna elettorale del PD, avvenuta in Piazza del Popolo a Roma. Gli organizzatori hanno stimato la presenza di circa 150 mila persone.

Molti VIP erano presenti oltre alla gente comune: Gigi Proietti, i fratelli Taviani, Ettore Scola, Luigi Magni, Mariangela Melato, Monica Guerritore, Isabella Ferrari, Alessandro Haber, Moni Ovadia, Elsa Morante, Simona Marchini, Vincenzo Cerami, Laura Morante, Massimo Ghini, Fiorella Mannoia, Pippo Baudo, Serena Dandini, Veronica Pivetti.

Veltroni afferma: «Quale che sia il ruolo che ci aspetta da lunedì, voglio dire che l’Italia bisogna amarla e non usarla. L’Italia bisogna servirla con l’onore di farlo e non mi sognerei mai di dire che è come portare una croce, che è un sacrificio, perché è il massimo onore che un italiano possa ricevere ed io lo farei con la voglia di cambiare questo Paese e non solo di governarlo.»

«Io sono ottimista – sottolinea il segretario del Partito Democratico – per assoluta convinzione: c’è la possibilità di fare un cambiamento radicale».

L’ex sindaco di Roma cita anche una canzone del cantante Jovanotti: «Vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare». Lorenzo Cherubini era a fianco di Walter Veltroni e si sono abbracciati.

Alla fine della manifestazione c’è stata l’esecuzione dell’Inno di Mameli, ma ha anche ricordato che «tra i due schieramenti ce n’è uno solo che tutto insieme può cantare l’inno d’Italia: siamo noi».

Veltroni torna sulla polemica di e sull’«imbracciare i fucili»: «Il senso dello Stato è come il coraggio manzoniano, difficile darselo se non lo si ha. È l’abc della democrazia. Sputano sulla Costituzione e sul tricolore e non lo fanno soltanto in un’occasione: quando giurano al Quirinale per andarsene via, poi, con la macchina blu».

«La Lega vuole la secessione, non si riconosce nel tricolore e nell’inno di Mameli», ribadendo il contenuto della lettera inviata a sulla Repubblica. «Lui non può rispondere perché non può sottoscrivere quell’impegno per tutti, io invece quell’impegno lo posso prendere per tutti».

Pronostica poi una «previsione»: «Lunedì pomeriggio il Pdl non ci sarà più».

Il candidato premier per il PD e per l’Idv loda e Carlo Azeglio Ciampi «per il senso della legalità, per il rispetto delle istituzioni, per il loro amore verso la Costituzione», per poi criticare aspramente Berlusconi sulle affermazioni su loro.

Quando Veltroni nomina arrivano fischi dalla platea, ma li frena: «Noi non fischiamo, contrariamente a quanto avvenuto ieri in quella sparuta assemblea di pochi intimi quando – dice, riferendosi implicitamente alla manifestazione del PdL ieri a Roma – nominando il mio nome si sono alzati i fischi e chi parlava ha gongolato»

Ricorda anche Aldo Moro, «sacrificato dalla furia omicida dei terroristi».

Spazio anche a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino: «Sono loro i veri eroi – incalza – e non un loro imputato come ha dichiarato il capo della coalizione avversa”. Il riferimento è verso le frasi dette da Dell’Ultri e dal Cavalieri su Vittorio Mangano. «Che segnale è, se il principale esponente dello schieramento avversario considera un eroe una persona che ha subito tre condanne all’ergastolo per reati legati alla mafia? Che significato ha questa frase? Cosa vogliamo insegnare ai nostri figli e ai ragazzi italiani?».

Torna sulla polemica di Francesco Totti e del leader del Popolo della Libertà: «(Totti n.d.r.) ha manifestato solo la sua amicizia», ricordando «la generosità di questo ragazzo che sa di avere avuto tanta fortuna ma anche di dover restituire e non prendere».

Scherza su Alitalia: «Dove è finita la famosa cordata di cui ha parlato Berlusconi, quella che ha creato solo tensione e disturbo in una vicenda che andava affrontata con ben altra serietà?».

L’ex sindaco della capitale ribadisce che «non ci saranno larghe intese perché sarebbero innaturali». Dice poi che, se eletto, il primo disegno di legge sarà sui precari. «Io personalmente la considero la più inaccettabile disuguaglianza sociale», conclude.

Infine un appello agli indecisi e ai delusi: «L’autunno dell’Italia può finire domenica. Un’Italia più giusta e più moderna si può fare. Domenica possiamo scrivere: lo abbiamo fatto e comincerà la primavera dell’Italia».

Fonti

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Veltroni chiude la campagna elettorale: «Inizia il viaggio per cambiare l’Italia»

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venerdì 11 aprile 2008

Walter Veltroni

«Il nostro viaggio finisce qui, a Roma, ma ne comincerà un altro: quello per cambiare l’Italia»: inizia così il suo discorso , al termine della campagna elettorale del PD, avvenuta in Piazza del Popolo a Roma. Gli organizzatori hanno stimato la presenza di circa 150 mila persone.

Molti VIP erano presenti oltre alla gente comune: Gigi Proietti, i fratelli Taviani, Ettore Scola, Luigi Magni, Mariangela Melato, Monica Guerritore, Isabella Ferrari, Alessandro Haber, Moni Ovadia, Elsa Morante, Simona Marchini, Vincenzo Cerami, Laura Morante, Massimo Ghini, Fiorella Mannoia, Pippo Baudo, Serena Dandini, Veronica Pivetti.

Veltroni afferma: «Quale che sia il ruolo che ci aspetta da lunedì, voglio dire che l’Italia bisogna amarla e non usarla. L’Italia bisogna servirla con l’onore di farlo e non mi sognerei mai di dire che è come portare una croce, che è un sacrificio, perché è il massimo onore che un italiano possa ricevere ed io lo farei con la voglia di cambiare questo Paese e non solo di governarlo.»

«Io sono ottimista – sottolinea il segretario del Partito Democratico – per assoluta convinzione: c’è la possibilità di fare un cambiamento radicale».

L’ex sindaco di Roma cita anche una canzone del cantante Jovanotti: «Vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare». Lorenzo Cherubini era a fianco di Walter Veltroni e si sono abbracciati.

Alla fine della manifestazione c’è stata l’esecuzione dell’Inno di Mameli, ma ha anche ricordato che «tra i due schieramenti ce n’è uno solo che tutto insieme può cantare l’inno d’Italia: siamo noi».

Veltroni torna sulla polemica di e sull’«imbracciare i fucili»: «Il senso dello Stato è come il coraggio manzoniano, difficile darselo se non lo si ha. È l’abc della democrazia. Sputano sulla Costituzione e sul tricolore e non lo fanno soltanto in un’occasione: quando giurano al Quirinale per andarsene via, poi, con la macchina blu».

«La Lega vuole la secessione, non si riconosce nel tricolore e nell’inno di Mameli», ribadendo il contenuto della lettera inviata a sulla Repubblica. «Lui non può rispondere perché non può sottoscrivere quell’impegno per tutti, io invece quell’impegno lo posso prendere per tutti».

Pronostica poi una «previsione»: «Lunedì pomeriggio il Pdl non ci sarà più».

Il candidato premier per il PD e per l’Idv loda e Carlo Azeglio Ciampi «per il senso della legalità, per il rispetto delle istituzioni, per il loro amore verso la Costituzione», per poi criticare aspramente Berlusconi sulle affermazioni su loro.

Quando Veltroni nomina arrivano fischi dalla platea, ma li frena: «Noi non fischiamo, contrariamente a quanto avvenuto ieri in quella sparuta assemblea di pochi intimi quando – dice, riferendosi implicitamente alla manifestazione del PdL ieri a Roma – nominando il mio nome si sono alzati i fischi e chi parlava ha gongolato»

Ricorda anche Aldo Moro, «sacrificato dalla furia omicida dei terroristi».

Spazio anche a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino: «Sono loro i veri eroi – incalza – e non un loro imputato come ha dichiarato il capo della coalizione avversa”. Il riferimento è verso le frasi dette da Dell’Ultri e dal Cavalieri su Vittorio Mangano. «Che segnale è, se il principale esponente dello schieramento avversario considera un eroe una persona che ha subito tre condanne all’ergastolo per reati legati alla mafia? Che significato ha questa frase? Cosa vogliamo insegnare ai nostri figli e ai ragazzi italiani?».

Torna sulla polemica di Francesco Totti e del leader del Popolo della Libertà: «(Totti n.d.r.) ha manifestato solo la sua amicizia», ricordando «la generosità di questo ragazzo che sa di avere avuto tanta fortuna ma anche di dover restituire e non prendere».

Scherza su Alitalia: «Dove è finita la famosa cordata di cui ha parlato Berlusconi, quella che ha creato solo tensione e disturbo in una vicenda che andava affrontata con ben altra serietà?».

L’ex sindaco della capitale ribadisce che «non ci saranno larghe intese perché sarebbero innaturali». Dice poi che, se eletto, il primo disegno di legge sarà sui precari. «Io personalmente la considero la più inaccettabile disuguaglianza sociale», conclude.

Infine un appello agli indecisi e ai delusi: «L’autunno dell’Italia può finire domenica. Un’Italia più giusta e più moderna si può fare. Domenica possiamo scrivere: lo abbiamo fatto e comincerà la primavera dell’Italia».

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April 3, 2008

Vertice NATO: riflettori puntati sull\’Afghanistan e l\’allargamento

Vertice NATO: riflettori puntati sull’Afghanistan e l’allargamento

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Bucarest, 3 aprile 2008

La bandiera della NATO

Il vertice della NATO che si tiene dal 2 al 4 aprile nella capitale romena cade in un momento decisivo per l’Alleanza Atlantica, che rischia di spaccarsi su due fronti: la situazione in Afghanistan e l’eventuale allargamento della NATO ad est.

Questa sera è poi previsto l’arrivo di Vladimir Putin, principale oppositore alla politica di allargamento della NATO e leader di una Russia con la quale i rapporti si sono raffreddati molto nell’ultimo anno.

L’allargamento a est[]

L’attuale estensione della NATO
(ingrandire per visualizzare i futuri nuovi membri)

Ieri, 2 aprile, il presidente degli Stati Uniti George Bush ha dovuto incassare la contrarietà di vari paesi europei rispetto ad un allargamento della NATO a est. Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Norvegia hanno espresso parere negativo ad un allargamento dell’Alleanza ad Ucraina e Georgia. Anche la Gran Bretagna ha espresso le sue perplessità, ritenendo inopportuna una azione che avrebbe aperto un grave contrasto con la Russia.

Un eventuale allargamento della NATO ad est avrebbe potuto aprire un duro scontro con la Russia, che già critica per l’allargamento dell’Alleanza a Polonia, Ungheria e Romania, avrebbe visto entrare nella NATO due paesi orbitanti nella propria sfera d’influenza. Inoltre con la Russia i rapporti sono ancora molto freddi per l’ipotesi di scudo missilistico statunitense in Europa dell’est, giudicata una minaccia alla sicurezza da parte russa, nonché per i recenti sviluppi nel Kosovo, culminati nella dichiarazione d’indipendenza.

I due paesi candidati inoltre non sono pronti ad entrare in un apparato militare ad alto livello quale la NATO, né tecnicamente né politicamente: l’Ucraina vive una spaccatura interna proprio tra filorussi e filoatlantici, mentre la Georgia, a ridosso delle aree calde del Caucaso – aree in cui la Russia non tollera interferenze – oltre ad avere contrasti aperti con il governo russo, ha al suo interno ben due province separatiste fuori dal suo controllo, Abkhazia e Ossezia del Sud.

Fonti statunitensi parlano comunque di opzione non chiusa annunciando che la questione dell’entrata di Georgia e Ucraina è solo rimandata, ed anche il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer conferma che “la porta della NATO rimane aperta” e che “qui a Bucarest abbiamo avuto la conferma che la famiglia della NATO continuerà ad allargarsi”.

Resta da discutere per mancanza di consenso, rinviata a domani sera, l’ipotesi dell’ingresso di Ucraina e Georgia nel Membership Action Plan (MAP), che rappresenta comunque un passo verso l’integrazione.

Il Presidente USA George W. Bush e la moglie Laura Bush ieri, col presidente della Romania Taian Basescu e la moglie Maria Basescu, a sinistra. Infine il segretario generale della Jaap de Hoop Scheffer e la moglie Jeannine de Hoop Scheffer durante il summit a Bucarest, nel Palazzo Cotroceni

Albania, Croazia e Macedonia

Nel quadro dell’allargamento della NATO Albania e Croazia hanno ricevuto l’invito ad entrare nell’Alleanza, mentre la Macedonia (ufficialmente FYROM) riceverà l’invito solo quando si risolverà il contrasto con la Grecia relativo al nome. Oggi infatti la Repubblica di Macedonia è riconosciuta ufficialmente con l’acronimo di Former Yugoslav Republic Of Macedonia, e la volontà del suo governo di cambiare il nome in Macedonia, stesso nome della limitrofa regione della Grecia, è osteggiata dal governo ellenico che teme l’aprirsi di rivendicazioni territoriali.

Albania, Croazia e Macedonia sono tutti membri del MAP.

Scudo spaziale

Altro tema caldo con la Russia è lo scudo spaziale, un sistema missilistico di difesa antimissile che gli Stati Uniti intendono realizzare nell’est Europa e che viene giudicato una minaccia alla sicurezza nazionale da parte dei vertici delle forze armate russe. Nel corso del meeting George Bush, forte sostenitore del progetto, sarebbe riuscito a strappare la conferma della necessità del sistema, nonostante la precedente contrarietà dei paesi dell’Europa occidentale nonché le forti polemiche russe.

L’Afghanistan[]

La cartina dell’Afghanistan

La NATO è da anni impegnata in una lunga guerra contro i talebani in Afghanistan, che oggi appare molto difficile tanto sul piano militare quanto su quello politico: sono molti gli osservatori che ritengono che un fallimento della NATO in Afghanistan potrebbe determinare la fine dell’Alleanza.

Sul tavolo, ieri, vi era la richiesta dell’aumento delle truppe combattenti (da 47mila a 55mila, come richiesto dal generale a comando delle operazioni della NATO in Afghanistan) nonché il caso del Canada, che aveva minacciato di ritirare il proprio contingente (2.500 soldati) impegnato da vari mesi in duri combattimenti, con numerose perdite.

L’aumento di truppe, fortemente richiesto da Bush, avverrà anche se non nei numeri richiesti, in particolare con la conferma di Nicolas Sarkozy per la Francia (800-1.000 uomini in più), Canada (altri 1.000), Gran Bretagna (circa 800), Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Georgia.

Il problema del Canada è rientrato sempre nella giornata di ieri grazie all’approvazione di un piano di riorganizzazione delle truppe, al quale parteciperanno anche Italia e Germania (più volte accusate in quanto non partecipano alle operazioni di combattimento), che prevede una parziale rotazione degli schieramenti e la ricollocazione di alcune truppe nelle aree più calde del sud e dell’est dell’Afghanistan. Questo piano consentirà anche all’Italia di impegnare più truppe nelle aree a rischio senza dover per questo aumentare il numero degli uomini schierati (attualmente 2.350), come ha confermato Romano Prodi.

Il nuovo piano per l’Afghanistan prevede un maggior coordinamento tra le forze in campo e punterà maggiormente sui Operational Mentoring Liaison Team (OMLT), team di addestratori e consiglieri militari che accompagneranno le unità dell’esercito afghano (ANA) e della polizia afghana per assisterli e guidarli nelle varie operazioni di combattimento. Si tratta di una figura finora prevalentemente appannaggio delle forze statunitensi, necessaria per consentire all’esercito afghano una maggiore autonomia ed un maggior ruolo nelle operazioni militari.

Infine è arrivato un segnale di distensione dalla Russia con l’annuncio della disponibilità, da parte di Putin, di sfruttare il corridoio nord (dalla Russia attraverso Kazakistan e Uzbekistan) per la linea di rifornimenti ai contingenti NATO in Afghanistan. Attualmente rifornimenti, a parte quelli per via aerea aerei, partono dal Pakistan passando per zone in cui è forte la presenza talebana e sono stati più volta oggetto di attacchi.

L’aumento delle truppe e la riorganizzazione delle stesse in Afghanistan vanno letti nel quadro dell’offensiva di primavera, attesa a breve in Afghanistan.

Il pomeriggio di oggi (3 aprile) sarà dedicato alle discussioni sull’Afghanistan, ed interverranno il premier afghano Hamid Karzai, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, l’Unione Europea (rappresentata da Javier Solana e Manuel Barroso), i leader degli altri paesi non NATO che contribuiscono alla missione ISAF (International Security Assistance Force) nonché la Banca Mondiale.

Sull’Afghanistan pesano le divergenze, in seno alla NATO, sia per quanto riguarda la partecipazione dei singoli Paesi (Italia, Germania e Spagna non intendono partecipare a missioni di combattimento), sia per quanto riguarda la strategia dell’Alleanza: mentre gli Stati Uniti spingono per una maggiore aggressività contro le forze talebane, l’Europa (in particolare l’asse franco-tedesco, confermato a questo vertice) preme per una maggiore attenzione alla ricostruzione ed al rapporto con i civili, criticando la sovrapposizione di competenze tra le varie truppe in Afghanistan. In quel paese, infatti, oltre all’ISAF a comando NATO operano truppe, prevalentemente statunitensi, a comando USA ed esclusivamente dedicate alle operazioni antiterrorismo, nell’ambito di Enduring Freedom.

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January 28, 2008

USA: oggi l\’ultimo discorso di Bush sullo stato dell\’Unione

USA: oggi l’ultimo discorso di Bush sullo stato dell’Unione

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lunedì 28 gennaio 2008

Bush nel discorso sullo stato dell’Unione del 2005

Quest’oggi, per l’ottava e ultima volta del suo doppio mandato, il presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush terrà il consueto discorso sullo stato dell’Unione, presso il Congresso (il parlamento a stelle e strisce). Il presidente Bush, infatti, è giunto alla fine della sua presidenza, iniziata nel 2000, e che si concluderà con la scelta del successore, quanto mai difficile, che avverrà il 4 novembre prossimo.

In un intervento che durerà poco meno di un’ora, il presidente affronterà molti temi, soffermandosi principalmente sull’economia, tema dominante degli ultimi mesi, con le finanze mondiali duramente coinvolte dalla crisi dei mutui subprime. Negli scorsi giorni, il capo di stato ha approvato una manovra economica straordinaria di 150 miliardi di dollari per aiutare le famiglie in crisi e rilanciare l’economia nazionale.

Proprio con l’intervento sull’economia, Bush sembra aver creato, al di là delle posizioni della campagna elettorale, un dialogo costruttivo tra le forze di maggioranza democratiche e di opposizione repubblicane, opera questa che però non ha rialzato la fiducia del popolo, ferma, secondo un sondaggio commissionato dall’Associated Press, al 34%, uno dei dati più bassi della storia.

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January 12, 2008

Iraq: ottimista Bush, «torna la speranza»

Iraq: ottimista Bush, «torna la speranza»

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sabato 12 gennaio 2008

George W. Bush in Kuwait, lo scorso venerdì

Nonostante le pesanti critiche rivolte agli Stati Uniti d’America a causa della guerra in Iraq, il Presidente degli USA George W. Bush si è rivelato ottimista sulla situazione nel paese medio-orientale: ha dichiarato l’uomo politico americano in seguito ad un incontro col generale David Petraeus: «In Iraq sta tornando la speranza. La situazione è adesso molto diversa di quella che era un anno fa. Si tratta adesso di consolidare i progressi raggiunti e fare tutto il possibile perché il 2008 porti ulteriori progressi».

Ha inoltre affermato che ottenere la vittoria in Iraq è necessario per la stabilizzazione del medio-oriente e che Al Qaeda è stata «duramente colpita», ma è necessario «evitare di abbassare la guardia per non perdere i successi conquistati sul campo».

Il leader della Casa Bianca ha poi accusato Siria ed Iran di sostenere i terroristi: la Siria deve «ridurre ancora la sua flotta di terroristi» e l’Iran «cessare il suo sostegno alle milizie» di Al Qaeda.

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December 30, 2007

USA: attivisti del Vermont preparano un processo contro Bush

USA: attivisti del Vermont preparano un processo contro Bush

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domenica 30 dicembre 2007

Un gruppo di attivisti della cittadina di Brattleboro, nel Vermont (Stati Uniti d’America), ha annunciato nella giornata di ieri di aver richiesto, nel corso di una seduta del consiglio comunale, una petizione per portare in giudizio, con l’accusa di crimini contro l’umanità, il presidente degli USA George W. Bush e il suo vice, Dick Cheney.

George W. Bush

Il gruppo vuole infatti discutere sulla possibilità di chiedere all’autorità giudiziaria un processo nei confronti del presidente. Per fare questo, però, dovranno presentare al municipio una richiesta accompagnata da almeno mille firme.

Il “capogruppo” della curiosa e insolita iniziativa, Kurt Daims, ha detto: “La nostra petizione è radicale come la Dichiarazione d’Indipendenza e si rifà alla tradizione di rivendicare una giurisdizione universale quando i governi falliscono nel fare quello che devono.”

Secondo gli esperti, non ci sarebbero gli estremi di costituzionalità per far sì che la mozione possa andare in porto. La popolazione del Vermont è una delle più ribelli dei 50 stati dell’Unione: circa il 6% sarebbe favorevole a staccarsi dagli Stati Uniti.

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