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February 2, 2016

2015 TB145 e WT1190F. Intervista a Marco Micheli.

2015 TB145 e WT1190F. Intervista a Marco Micheli.

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intervista a cura di Alexmar983

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martedì 2 febbraio 2016

Un’immagine del detrito spaziale WT1190F, mentre si disintegra in una palla di fuoco sopra i cieli dello Sri Lanka.

Marco Micheli (Brescia, 1983) è un ricercatore in astronomia, esperto a livello internazionale dell’osservazione e lo studio della dinamica degli asteroidi, in particolare dei near-Earth objects, cioè quegli asteroidi con orbite tali da poter collidere in un futuro prossimo con il pianeta Terra. Astronomo amatoriale presso l’osservatorio Serafino Zani di Lumezzane fin da giovanissimo (ha scoperto il suo primo asteroide, (177853) Lumezzane, a 22 anni con Gianpaolo Pizzetti), è stato alunno del corso ordinario della Scuola Normale Superiore a partire dal 2002, a luglio 2007 ha discusso presso l’Università di Pisa una tesi di Laurea Specialistica in Astronomia e Astrofisica dal titolo “Effetto YORP sulle proprietà rotazionali degli asteroidi” con relatore Paolo Paolicchi. Ad agosto 2007 si è trasferito negli USA dove ha iniziato il suo dottorato presso l’University of Hawaii. Dopo aver completato quest’ultimo con una tesi intitolata “Exploring connections between near-Earth objects and meteoroid streams”, ha iniziato a lavorare al NEO Coordination Centre dell’ESA, con sede a Frascati.[1]

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Wikipedia ha una voce su 2015 TB145.

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Wikipedia in lingua inglese ha una voce su WT1190F.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI mass media non mancano di mostrare un interesse continuo per gli argomenti di astronomia “classica”, che trattano al pari dell’astrofisica e delle nuove frontiere nello studio dell’universo. Negli scorsi mesi, ad esempio, altri due oggetti passati sopra le nostre teste sono balzati all’attenzione della stampa generalista: 2015 TB145, un asteroide, e WT1190F, un probabile detrito di origine umana. Secondo te alla base c’è una forte richiesta da parte del pubblico? Soprattutto, continuerà in futuro?

Micheli : Nei primi anni del mio interesse amatoriale per l’astronomia ho avuto l’occasione di partecipare ad attività di divulgazione astronomica, grazie ad eventi organizzati dall’osservatorio Serafino Zani di Lumezzane, o scrivendo per la rivista Astronomia; fin da subito ho notato che molte persone sono attratte verso la scienza in generale, ma verso l’astronomia in modo ancor più particolare. Forse perché anche le semplici osservazioni astronomiche a occhio nudo sono un’esperienza che colpisce profondamente. L’astronomia inoltre è oggigiorno quasi unica tra le scienze sperimentali, perché gode ancora del contributo di parecchi appassionati competenti, che anche con strumentazioni amatoriali e poco costose riescono a ottenere risultati scientifici di valore, non solo come soddisfazione personale, ma anche come contributo generale alla scienza. Questo fatto, già da solo, dice molto di questa disciplina, capace di catturare l’interesse e l’investimento di tempo ed energie di migliaia di persone, dalla formazione più variegata. La scoperta di nuovi asteroidi per esempio è stata per anni una delle principali attrattive per gli astronomi amatoriali, e ha dato grandi soddisfazioni a centinaia di astrofili.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSul passaggio di 2015 TB145 e WT1190F sei già stato intervistato o ripreso da varie testate giornalistiche italiane e straniere (Wired, LaVanguardia, der Standard). Quando hai iniziato la carriera d’astronomo ti aspettavi di dover interagire così tanto con i mezzi di informazione?

Micheli : L’interazione con i media, italiani o esteri, è effettivamente una delle componenti fondamentali in questo lavoro. Già dagli inizi della mia passione astronomica avevo avuto occasione di essere intervistato da media locali, ad esempio il Giornale di Brescia. Ora che lavoro al centro sui NEO dell’ESA la comunicazione degli eventi sugli asteroidi è diventata una delle nostre mansioni ufficiali, e quindi i nostri risultati, e anche le immagini che produciamo, vengono spesso riprese da testate anche internazionali.[2]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgHai seguito entrambi gli oggetti per conto del SSA NEO Coordination Centre. Cosa è esattamente?

Micheli : Il NEO Coordination Centre è stato fondato alcuni anni fa dall’ESA, all’interno del suo programma Space Situational Awareness (SSA), che si occupa di raccogliere informazioni su tutti i pericoli per la Terra che possono venire dallo spazio. Ha due compiti chiave: produrre e distribuire informazioni aggiornate sui NEO a scienziati, pubblico, media e decision-makers (in caso di pericolo di impatto reale e concreto), e allo stesso tempo raccogliere osservazioni di asteroidi pericolosi, grazie ad un network mondiale di osservatori e collaboratori. La mia mansione specifica è proprio questa seconda parte.[3]

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgEntriamo nel dettaglio del primo evento. Il 31 ottobre, intorno alle 18, l’asteroide 2015 TB145 (circa 400 m di diametro) ha sfiorato il nostro pianeta alla distanza di 1,3 volte che ci separa dalla luna. L’asteroide ha avuto il nomignolo di spooky o great pumpkin per la concomitanza con la festa di Halloween. Non è il primo di questi eventi a finire sui giornali negli ultimi mesi: per esempio 2004 BL86, dal diametro di mezzo chilometro, si è avvicinato alla Terra il 26 gennaio 2015. Sbaglieremmo a pensare che questi avvistamenti stiano quasi diventando routine?

Micheli : Il passaggio di 2015 TB145 non è in realtà stato particolarmente eccezionale dal punto di vista scientifico. Oggetti di questo tipo si avvicinano alla Terra abbastanza spesso: come giustamente dici un evento simile è avvenuto per esempio all’inizio di quest’anno. Un oggetto di queste dimensioni, transitato così vicino alla Terra, sarebbe stato comunque scoperto entro pochi giorni dal passaggio ravvicinato, e quindi mi aspetto che la frequenza totale di questi passaggi rimanga abbastanza costante. Quello che probabilmente è cambiato nell’ultima decade è la maggiore attenzione mediatica, talvolta giustificata e altre volte, a mio parere, eccessiva.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgRispetto a altri sfioramenti avvenuti negli anni passati, 2015 TB145 è stato in qualche modo “particolare”? Per esempio alcune fonti d’informazione generalista hanno posto in rilievo la possibilità di ottenere per la prima volta delle immagini radar di oggetti simili con una buona risoluzione per conoscere così qualcosa di più sulla natura degli asteroidi.

Micheli : L’aspetto che rende 2015 TB145 interessante è che, a differenza della maggior parte di NEO grandi, questo oggetto è stato scoperto solo poche settimane prima del passaggio ravvicinato, e non molti anni prima. Ad oggi la maggioranza degli oggetti di queste dimensioni sono stati scoperti, ma il fatto che alcuni siano ancora ignoti rende evidente che le campagne di monitoraggio del cielo sono ancora necessarie (e lo saranno per molte decadi a venire). Quanto all’osservazione via radar ad alta risoluzione, questo oggetto non è stato particolarmente eccezionale. Immagini simili di qualche decina di oggetti sono state ottenute negli ultimi anni, e 2015 TB145 non si è rivelato particolarmente interessante neanche da questo punto di vista.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLa notizia di fine ottobre è stata poi oscurata dal più piccolo WT1190F, del quale già a fine mese era stato previsto un impatto il 13 novembre e che si riteneva essere, per forma e densità, un probabile rifiuto di qualche missione spaziale. Molte fonti sostenevano che fosse stato identificato infine con una parte del vettore dell’Apollo 10, ma la cosa non è stata mai del tutto chiara. Si è capito alla fine cosa era probabilmente WT1190F?

Micheli : Purtroppo no, nessuno è riuscito a determinare con certezza cosa fosse. L’ipotesi di essere un componente dell’Apollo 10 è quella che ha circolato di più sui media, probabilmente per il fatto che la missione è ben nota al grande pubblico, e forse anche per l’attraente nomignolo “Snoopy” associato all’oggetto. L’unica cosa che sappiamo per certo è che l’oggetto era in orbita terrestre almeno dal 2009, perché siamo riusciti a trovare osservazioni di quell’epoca. Potrebbe ovviamente essere anche molto più vecchio, ma sicuramente non più recente.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCercando fra i risultati su Google Notizie, l’arrivo di WT1190F è stato in effetti più ripreso del passaggio del precedente 2015 TB145. Anche per la comunità astronomica uno degli eventi si è rivelato più interessante? Lo suo studio di WT1190F è stato inoltre diverso da quello di 2015 TB145 mentre si avvicinava alla terra?

Micheli : Decisamente. Il rientro di WT1190F ha fornito un’occasione irripetibile per studiare un oggetto in traiettoria di impatto con la Terra. Nonostante l’oggetto fosse artificiale, data la sua orbita molto lontana dalla Terra, e fuori dall’atmosfera, questo evento è stato una perfetta simulazione di cosa fare nel caso di un futuro impatto asteroidale. Per esempio, il nostro centro si è attivato per ottenere più osservazioni possibili, anche con grandi telescopi, per studiarne l’orbita, la composizione e il moto, e i risultati sono stati ottimi.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgAlcune fonti riportavano un probabile spettacolo di una palla di fuoco nel cielo diurno. L’impatto era anche relativamente vicino alle coste dello Sri Lanka, non in pieno oceano. Alla fine almeno a leggere la stampa generalista però non sembra che si sia organizzato uno studio sul campo di più ravvicinato, come mai? Non si ha ancora o non si avrà mai una tale reattività a livello operativo?

Micheli : Al contrario, è stato fatto molto! Il rientro dell’oggetto nell’atmosfera, e la sua disintegrazione, sono stati osservati da un team di astronomi (compreso un nostro collaboratore) che hanno organizzato un sorvolo aereo, con un business jet.[4] Vari altri team hanno anche tentato osservazioni da terra, dalla costa Sud dello Sri Lanka, ma purtroppo le pessime condizioni meteo hanno precluso ogni risultato. Queste osservazioni del rientro sono molto importanti. Ad esempio, si spera che i dati che hanno ottenuto possano rivelare informazioni utili per determinare meglio le caratteristiche e la composizione dell’oggetto, e quindi ridurre il range di candidati possibili e magari identificarlo con certezza. In generale, esiste già un network di astronomi che è “in allerta” per organizzare campagne di osservazioni sul campo in caso di impatti. In questo caso il network ha reagito molto bene perché avevamo un preavviso di molte settimane, ma l’obiettivo è quello di avere un sistema con ramificazioni in vari paesi, in grado di mettere un team sul campo entro 24-48 ore dal momento in cui si sappia di un impatto imminente.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl nome WT1190F ha causato qualche ilarità[5]. In genere hai anche tu avuto l’impressione in questi anni che la divulgazione generalista si focalizzi poco sullo spiegare il nome degli oggetti? Per esempio balza agli occhi che 2015 TB145 è una sigla che riporta chiaramente l’anno, mentre WT1190F no, perché?

Micheli : La storia del nome di WT1190F è stata effettivamente oggetto di molta attenzione. In realtà la spiegazione di questa denominazione “anomala” è molto semplice. Ogni volta che un nuovo oggetto viene identificato da survey di scoperta, questi assegnano internamente un “codice” identificativo, spesso generato da calcolatori con algoritmi vari e più o meno casuali. Nei casi normali questo codice sopravvive solo pochi giorni, perché appena ulteriori osservatori confermano l’esistenza dell’oggetto, questo riceve una designazione ufficiale anno+lettere+numeri (come quella di 2015 TB145) che sovrascrive la designazione temporanea. Per WT1190F però questo processo non è accaduto, perché ci si è subito resi conto che l’oggetto era probabilmente artificiale, e quindi non gli è mai stata assegnata una designazione asteroidale. Dato che purtroppo non era noto a che oggetto corrispondesse, la designazione temporanea assegnata al momento della scoperta è rimasta l’unica disponibile.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgPiù in generale, sfogliando la stampa generalista, quali informazioni, specifiche o peculiarità dei due eventi secondo te non è stato generalmente colto o comunque divulgato?

Micheli : Per 2015 TB145 non ho visto nessun media generalista che abbia fatto notare il preavviso abbastanza piccolo con cui era stato scoperto, pur essendo un evento di routine. Per WT1190F, invece, la mancanza più grave a mio parere è stato il focalizzarsi sull’identificazione, senza menzionare che in ogni caso l’evento era estremamente interessante come test in vista di un futuro impatto di un oggetto naturale.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSempre parlando di divulgazione, tu sei anche sporadicamente attivo come wikipediano registrato, un po’ di più come IP. Editi soprattutto su wikipedia in inglese, giusto? Che giudizio daresti sulla copertura dell’evento sulle piattaforme wiki? Le voci sui due oggetti ti sembrano ad esempio abbastanza complete e accurate?

Micheli : Riferendomi alla versione inglese delle pagine di questi due oggetti, personalmente le giudico entrambe ottime, in particolare quella su WT1190F che fornisce anche informazioni non banali rendendole accessibili al pubblico. Purtroppo noto che l’edizione italiana non ha invece alcun articolo riguardo a WT1190F, a conferma della mia convinzione che non abbia ancora raggiunto, almeno in ambito astronomico, un livello di profondità e accuratezza al pari della prima.

Note[]

  1. Marco MICHELI. 2010. URL consultato il 27-01-2016.
  2. N.d.R.: alcune informazioni sui diritti di riutilizzo delle immagini ESA sono disponibili su Intellectual Property Rights
  3. NEO Coordination Centre
  4. WT1190F Reentry on 13 November 2015
  5. twitter.com/wt1190f/…

Fonti[]

Anna Lisa Bonfranceschi. «Come seguire online l’asteroide di Halloween». Wired, 30-ottobre-2015.

«Dove è caduto il detrito spaziale WT1190F le previsioni esatte per metà». http://it.blastingnews.com/, 16-novembre-2015.


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July 10, 2015

Un maestro dell\’incisione. Intervista a Pietro Diana

Un maestro dell’incisione. Intervista a Pietro Diana

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venerdì 10 luglio 2015

Il 28 dicembre di quest’anno Pietro Diana compirà 84 anni. Anni che ha trascorso un po’ defilato dal grande pubblico sopratutto per scelta personale, ma che lo hanno visto vivere una carriera artistica indubbiamente intensa e sfaccettata. Pietro Diana è stato un maestro nel vero senso del termine, essendosi dedicato con passione anche all’insegnamento per oltre quarant’anni, titolare della prima cattedra di tecniche dell’incisione della Accademia di belle arti di Brera dal 1976 al 1997. È un artista poliedrico, e non solo nelle tematiche affrontate, caratterizzandosi per grande laboriosità e perfezionismo. Approfittiamo della sua esperienza per riflettere sul mondo dell’arte incisoria degli ultimi decenni.

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Wikipedia ha una voce su Pietro Diana.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei si è dedicato all’insegnamento con convinzione, prima come assistente e poi come docente. Ritiene che questa esperienza abbia influito in qualche modo sulla sua produzione, ponendola in contatto con il cambiamento o con le novità in un modo diverso da altri suoi colleghi? Ci sono ad esempio sperimentazioni che non avrebbe intrapreso se non avesse insegnato all’Accademia?

Diana : Con gli allievi si stabilisce un dialogo, talvolta un’osmosi. Degli scambi avvengono, ma non è detto che nel campo dell’arte la sperimentazione conduca a risultati concreti apprezzabili, come in un laboratorio di chimica o di biologia. Ci possono essere delle conquiste, condivisibili, che possono suggerire nuove aperture, nuove strade verso cui avviarsi. Non è molto frequente, tuttavia, imbattersi in suggerimenti significativi. Nel mondo dell’arte ricerca e sperimentazione incidono meno che in altri campi.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCome insegnante ha aiutato i giovani ad esprimere la propria creatività trasferendo loro adeguate competenze tecniche. Secondo lei è possibile che nelle società postindustriali l’impoverimento di queste ultime riduca drasticamente la voglia di sperimentare, a livello pratico, del singolo individuo? Nella ricerca accademica e tecnico-scientifica la sperimentazione è inoltre divenuta difficile senza grandi investimenti, possibili solo con il supporto di grandi complessi industriali o iniziative transnazionali. C’è, anche nel mondo dell’arte, il rischio che l’originalità a livello di tecnica sia sempre meno nelle mani del singolo e che la sperimentazione perda di profondità?

Diana : Dipende molto dal tipo di ricerca, dal campo. In certi settori la ricerca richiede investimenti significativi e gioco di squadra, una sinergia, una collaborazione tra specialisti diversi. L’intuizione però raramente deriva da un lavoro di squadra: costituisce l’aspetto propriamente creativo, presente anche nella ricerca scientifica, e l’intuizione di gruppo non è fenomeno frequente. Anche in campo artistico ci sono stati e ci sono tuttora dei gruppi: i risultati variano, come anche la loro persistenza. Ma non si può escludere d’incappare nel rischio di voler “semplificare” un po’ troppo. Per il resto, ai giovani si forniscono solo degli strumenti, lasciandoli il più possibile liberi nelle loro scelte.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSempre parlando di sperimentazione tecnica, lungo il suo percorso artistico lei si è dedicato anche alla creazione di automates, congegni meccanici animati, a metà fra la scultura e l’oggetto fantastico. Questo interesse si è protratto per decine di anni, e può essere considerato almeno inizialmente simile a un hobby. Secondo lei queste lunghe sperimentazioni sono oggi alla portata di chi fa arte per vivere e si deve confrontare con un mercato molto dinamico?

Diana : Secondo un noto aforisma, la differenza tra bambini e adulti sta nel prezzo dei loro giocattoli. Gli automates sono per me dei giocattoli di un certo lusso: per me il giuoco consiste appunto nell’idearli e costruirli, e non risponde a logiche economiche. Naturalmente è un discorso personale, non generalizzabile. Anche se per amore di verità devo precisare che quando ne esposi per la prima volta, a Torino, città legata a una tradizione esoterica, magica e misterica, mi capitò di venderne cinque. Avevo incontrato altri cui piacevano gli stessi giocattoli.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Pensa che la diffusione dell’arte concettuale nei mezzi di comunicazione di massa abbia contributo a svilire la percezione del pubblico del ruolo che la preparazione (l’abilità tecnica e le competenze storico-artistiche) gioca nella formazione di un artista?

Diana : Se accettiamo, almeno come ipotesi di lavoro, l’asserto di Klee secondo il quale “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, lo sforzo maggiore dell’artista dovrebbe essere teso a tentare di “esprimere l’inesprimibile”. Non è un problema di tecnica, o di sperimentazione. Alle competenze tecniche è stata attribuita un’importanza sempre minore, il più delle volte puntando alla ricerca di soluzioni “nuove”, in realtà sempre più semplici: “Fare con meno”. Ma non sempre le scorciatoie pagano appieno. Si è poi finito per privilegiare l’idea in sé, senza badare alla sua (eventuale) realizzazione. Ma è ancora lo stesso “fare arte”?

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl copyright è un aspetto interessante che si affronta pochissimo nella scuola dell’obbligo, anche se per chi svolge un lavoro creativo è indubbiamente un aspetto centrale. Nell’arte dell’incisione ci sono voluti ad esempio decenni per produrre una definizione operativa di originalità; un dibattito che ha portato alla “Dichiarazione di Incisione Originale” del 1994 e a cui all’epoca lei ha partecipato, ricordando l’importanza di distinguere fra tecniche di espressione e tecniche di riproduzione. I mezzi offerti dal progresso tecnico, favorendo la riproducibilità, pongono da più di un secolo la tutela della creatività del singolo di fronte a sempre nuove sfide. Com’è possibile a suo avviso portare, se non i cittadini, almeno i giovani artisti a inquadrare correttamente il fenomeno?

Diana : L’argomento è complesso, e piuttosto spinoso. Le incisioni di Pieter Bruegel sono tuttora apprezzate e richieste, ma lui non ha mai toccato una lastra, ha solo eseguito i disegni. Sono opere “da” e non “di” Bruegel. E non è stato certo il solo, in questo. In tempi più recenti artisti famosi si sono affidati a litografi per la realizzazione delle matrici, con o senza supervisione: erano anche lavori ben fatti, ma non “di mano” di chi poi li ha firmati. Senza parlare poi delle falsificazioni vere e proprie. La “Dichiarazione” ha voluto regolamentare la materia, per quel settore specifico. Poi c’è sempre chi non rispetta le regole del giuoco. Il problema della tutela della paternità di un’opera d’arte è però molto più vasto e complicato e non ritengo sia il caso di addentrarsi nel ginepraio, in questa sede. Irrinunciabile è il “diritto morale” dell’autore, ma i casi di plagio non sono rari, anche illustri, nella storia dell’arte. Lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello, in fondo, non è un plagio dal Perugino, pur restando un capolavoro?

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgNello specifico qual è stato, a suo avviso, l’impatto della rete sul mondo dell’arte e del copyright? Con la capillare diffusione delle immagini sulle piattaforme sociali e lo sviluppo di motori di ricerca sofisticati, secondo lei anche la percezione di un artista in merito alla tutela del diritto d’autore potrebbe evolvere?

Diana : Certo, la riproducibilità tecnica e l’avvento della rete hanno ampliato il fenomeno. Ma il limite, a mio parere, consiste nello sfruttamento economico dell’immagine. E non penso a poster realizzati senza autorizzazione, ma all’utilizzo delle immagini a scopo pubblicitario. Anche solo nel campo della fotografia, non può essere consentito che chiunque voglia si serva liberamente dell’immagine di Marilyn Monroe con la gonna alzata per reclamizzare indumenti intimi, di Che Guevara con il sigaro per la pubblicità del tabacco, o di Hemingway con una bottiglia in mano … Ricordo ancora bene la Gioconda leonardesca utilizzata come etichetta, per dei biscotti, una robiola, e altro. Può sembrare scortese da parte mia, ma mi permetto di aggiungere che non mi sembra ottimale neppure che Wikipedia, per pubblicare la riproduzione un’opera d’arte a scopo esemplificativo, a scanso di possibili complicazioni future chieda all’autore l’accettazione preventiva di qualsiasi eventuale abuso in merito (”Dichiaro di essere a conoscenza del fatto che concedo a chiunque il diritto di usare l’opera in un prodotto commerciale e di poterla modificare a seconda delle proprie esigenze”). Mi sembra un punto debole in un’organizzazione per altro ammirevole e più che meritoria, un punto da rivedere.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLa rete è anche uno dei fattori che ha reso il mondo sempre più globale negli ultimi venti anni. L’altro è stato la nascita di un mercato mondiale progressivamente unificato. In un’intervista del 1994 lei, parlando del mercato, diceva che “quello europeo è una cosa, quello americano un’altra”. In un’epoca successiva alla nascita del WTO e all’esplosione economica dell’Asia una frase del genere ha ancora senso nella stessa misura?

Diana : Certo, il mondo è diventato sempre più globale, e la sfera delle conoscenze è sempre più condivisa. Il mercato dell’arte tuttavia è rimasto disomogeneo, con scale diverse. Gli artisti italiani sono poco presenti, e quotati, sul mercato internazionale, salvo poche note eccezioni, mentre artisti “internazionali” sono stati imposti sul mercato mondiale, e accettati. A monte ci sono state operazioni di marketing che hanno avuto origine strategiche di natura estranea alle logiche dell’arte in sé e del suo commercio. Sul finire degli anni Quaranta la potenza egemone ha voluto acquisire anche quella supremazia, e c’è riuscita: New York ha soppiantato Parigi come principale piazza mondiale del mercato dell’arte e correnti artistiche che in qualche modo potevano essere dichiarate “made in USA”, come l’espressionismo astratto, hanno conquistato mercati e primati. Sono stati fenomeni indotti, ormai ben conosciuti e studiati a fondo: alla Bocconi, almeno, se non a Brera. Ora si profilano scenari nuovi: tutto è in evoluzione, e non mi sento in grado di tentare di fare il profeta.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn un mondo “globalizzato” spesso l’immagine mediata dai mass media dell’artista è anche quella di un cittadino del mondo, di un globetrotter in cerca di sperimentazione nelle grandi aree urbane postmoderne. Potrebbe stupire quindi leggendo la sua biografia apprendere che lei abbia insegnato a Brera per molti anni, abbia conosciuto a Milano sua moglie e lavori da una vita sempre nel capoluogo lombardo in uno studio in via Panzini. Ha sicuramente viaggiato come molti, ma come artista i suoi viaggi maggiori rimangono tuttavia quelli della mente. Alla luce del suo percorso, crede che si possa ancora, al giorno d’oggi, restare legati in quanto artisti a una città?

Diana : Che io mi trovi fisicamente in California o sul Fiume Giallo influisce poco sulle mie tematiche: me le porto dentro, dovunque vada. Gli spunti dall’esterno incidono poco anche sul mio linguaggio. Non sono tenuto a seguire le mode locali. Semmai colgo degli spunti, che vengono poi assimilati ed elaborati, riemergendo a distanza di tempo. Per il resto … sì, a Milano mi sento a casa, tuttora.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei ha partecipato alla Seconda Biennale d’Arte Sacra nel 1955, mentre al 1975 risalgono le Sei incisioni per la Pace in occasione dell’anno santo. Anche considerando la sua esperienza personale, come pensa che si evolverà il rapporto fra arte e religione, soprattutto in un paese come l’Italia dove è stato profondo (e fecondo) per secoli?

Diana : Il senso del Sacro è una delle tante componenti dell’animo umano, anche se nel tempo si è molto ridimensionato. Il nostro contesto culturale è rimasto quello della tradizione cristiana e cattolica. Ma è difficile possano ripetersi i fasti del passato, che erano stati resi possibili dalla concomitante presenza di geni dell’arte, di esponenti della Chiesa illuminati e competenti, e di disponibilità economiche grandiose. In tempi recenti, Papa Roncalli conosceva personalmente Manzù e gli concesse carta bianca: non è da tutti. Papa Montini aveva come segretario Monsignor Pasquale Macchi, persona notevole per competenza e buon gusto. Oggi il Cardinal Ravasi è un esponente di vastissima cultura e di sicure competenze, ma non credo sia in grado di commissionare grandi opere. Oltre alla preparazione e all’ampiezza di orizzonti (che non è detto coincidano sempre) occorrono anche mezzi finanziari e volontà d’impiegarli per la cultura e l’arte. Temo ci si debba accontentare di lavori minori e di qualità più modesta. C’è molta mediocrità, ovunque, attualmente. E ci si accontenta.


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June 1, 2015

Lo stato della divulgazione della chimica in Italia. Intervista a Valentina Domenici e Gianni Fochi

Lo stato della divulgazione della chimica in Italia. Intervista a Valentina Domenici e Gianni Fochi

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lunedì 1 giugno 2015

Valentina Domenici.

Gianni Fochi.

Pisa, maggio 2015

Qual è lo stato attuale della divulgazione scientifica in Italia? Poniamo in merito alcune domande a due divulgatori scientifici, entrambi chimici, ma anche abbastanza diversi come profilo.

Valentina Domenici : giovane (1977) e donna, vincitrice nel 2010 del Premio “L’Oreal Italia per le donne e la scienza” e ricercatrice in chimica-fisica nel campo della soft matter e delle tecniche analitiche presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Pisa. Ricopre il ruolo istituzionale di assessore all’ambiente al comune di Rosignano e si occupa di comunicazione scientifica, con particolare attenzione al settore della divulgazione museale, fin da quando nel 2006 ha conseguito il Master in Comunicazione della Scienza presso la Sissa di Trieste.[1][2]

Gianni Fochi : uomo e più maturo (1950), autore di libri, giornalista e ricercatore in pensione presso la Scuola Normale Superiore. Dopo una prima attività di ricerca nell’ambito della chimica inorganica, si è dedicato dagli anni Ottanta alla divulgazione della chimica sulla carta stampata e si è caratterizzato per essere una delle voci più critiche e apprezzate nel settore. Fra i suoi argomenti principali l’ambientalismo e l’uso improprio dell’italiano scientifico.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgFate entrambi divulgazione, siete chimici, vivete nella stessa città, eppure avete raramente collaborato. In questo si deve vedere un segnale della varietà o della frammentazione del mondo della divulgazione scientifica in Italia?

Valentina Domenici : Io mi sono avvicinata alla divulgazione scientifica molto più di recente; credo che il fatto di non aver collaborato con Gianni Fochi, che per me è un esempio di divulgazione critica e intelligente come raramente si incontra, è piuttosto casuale. Per la verità, ci siamo incontrati in diverse occasioni per parlare di Chimica al grande pubblico, e ci ripromettiamo di farlo in altre occasioni. La divulgazione in Italia è certamente molto varia, perché sono molte le forme di comunicazione, dalla televisione alla saggistica, dai Musei alla radio. Del resto anche il pubblico al quale ci si rivolge non è omogeneo e ognuno tende a privilegiare un tipo di target. Io ad esempio, mi rivolgo molto spesso ai bambini e ai ragazzi, e quindi privilegio la divulgazione e la comunicazione della Chimica nelle scuole. In generale, credo che la grande varietà di forme di comunicazione sia una ricchezza e non un elemento di frammentazione.

Gianni Fochi : Innanzitutto la divulgazione tramite testi scritti è molto personale nello stile linguistico, nel taglio e addirittura negli obiettivi. Nel giornalismo prevale la ricerca dello spettacolare, che comporta una narrazione dove spesso i concetti non sono neppure sfiorati. Una mia collaborazione in tal senso è impensabile, visto che quando scrivo lo faccio per lo più proprio per mettere concetti alla portata dell’uomo della strada. Il caso di Valentina Domenici è ovviamente diverso da quelli di tanti altri divulgatori, ed è molto simile al mio; però rimane il fatto che di volta in volta possono differire i nostri interessi occasionali, o i momenti in cui lei e io possiamo dedicarci alla scrittura perché liberi da altri impegni. Chissà! Magari in avvenire potrà capitare che noi due facciamo qualcosa insieme. Per esempio, sarebbe bello collaborare alla realizzazione d’un video per qualche ente pubblico o azienda. Sono tanti anni che noi Fochi in famiglia produciamo filmati su temi scientifici e tecnologici. Opere del genere richiedono appunto collaborazioni anche multiple.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgUn uomo, una donna: la divulgazione scientifica in Italia sta superando il divario di genere? Basterà una generazione prima che la maggioranza dei nomi associati al grande pubblico non siano più uomini?

Valentina Domenici : Questo è un limite della nostra Società e purtroppo riflette una situazione generale, che è molto più grave in Italia che all’estero. Il numero di donne, Chimiche, che hanno ruoli di professore ordinario nell’Università o di manager in aziende pubbliche o private, è ancora troppo basso. Ci sono ancora troppi pregiudizi, che sono veri e propri ostacoli culturali, e credo che ci sia ancora molto da lavorare. Penso che si debba partire dall’educazione nelle scuole e in famiglia. Spesso, inconsapevolmente, sono proprio le donne a trasmettere ai loro figli valori sbagliati, che poi negli anni si trasformano in un ostacolo per il raggiungimento della parità di diritti e di opportunità. Nel mio piccolo, cerco, di impegnarmi ogni giorno, ma mi rendo conto che anche nell’ambiente lavorativo siamo ancora lontani da questo obiettivo.

Gianni Fochi : Oh! Come socio dell’U.G.I.S. (Unione dei Giornalisti Italiani Scientifici) ho un sacco di consocie donne. Anche in televisione vedo da anni donne in primo piano nelle trasmissioni scientifiche.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgAltra cosa che balza all’occhio: le vostre età sono diverse. La divulgazione scientifica in Italia gode di una buona varietà “anagrafica”?

Valentina Domenici : Penso proprio di sì. Con la bellissima esperienza del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA, ho avuto modo di conoscere tantissime persone, giovani e meno giovani, che si occupano di comunicazione della scienza con grande professionalità. Su questo sono molto positiva!

Gianni Fochi : Sì, di sicuro. Il problema è che ci sono molti giovani con una formazione scientifica universitaria, i quali vorrebbero dedicarsi al giornalismo, ma nelle redazioni i posti scarseggiano. Ed è un peccato, perché spesso a occuparsi di problemi connessi con la scienza sono invece persone che di scienza non sanno nulla.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDove, secondo voi, la linea fra didattica e divulgazione si fa sfumata?

Valentina Domenici : Aggiungerei anche la parola “comunicazione”. Spesso si fa confusione tra “comunicazione della scienza”, “divulgazione” e “didattica”. Le prime due sono in parte sovrapposte per alcuni ambiti, anche se la “comunicazione” è molto più ampia e comprende quella formale e informale, e può rivolgersi a tutti i tipi di pubblico. La didattica è invece cosa diversa sia dalla comunicazione che dalla divulgazione. La didattica è infatti legata all’insegnamento e all’apprendimento e segue quindi metodi e tecniche che sono specifici. Del resto anche gli obiettivi della didattica sono diversi da quelli della divulgazione. Personalmente, quindi non credo che ci siano sovrapposizioni tra “didattica della Chimica” e “divulgazione della Chimica”.

Gianni Fochi : In senso letterale anche l’insegnamento è divulgazione, perché dissemina conoscenze. Inoltre sarebbe un gran bene che molti docenti avessero una qualche esperienza di divulgazione nei media: saprebbero farsi capire meglio anche a livello universitario o scolastico, e interesserebbero di più i loro studenti.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLa formazione universitaria nell’ambito della divulgazione o anche dell’allestimento museale, seppur non ancora al livello dei corsi di didattica, sta secondo voi recuperando rispetto agli altri paesi?

Valentina Domenici : Ci sono in Italia scuole di eccellenza nella formazione in ambito museale e in generale della comunicazione della scienza, soprattutto a livello di post-laurea (master e scuole di dottorato). Penso però che alcuni elementi di comunicazione scientifica dovrebbero essere introdotti nei corsi di laurea delle discipline scientifiche. Oggi un ricercatore, ad esempio, deve saper comunicare quello che fa e non può improvvisarsi comunicatore. La comunicazione non si improvvisa!

Gianni Fochi : Le università organizzano master in comunicazione della scienza. Ho fatto lezioni in alcuni di questi e ho visto che pochi iscritti avevano una laurea scientifica. Stando così le cose, mi pare che una formazione di quel tipo non risolva il vero problema. Quei master dovrebbero insegnare un pochino di giornalismo agli scienziati, mentre spesso contribuiscono ad allevare nuovi giornalisti scientifici che non sanno di scienza.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn generale, se doveste individuare una priorità di intervento, quale aspetto della divulgazione scientifica in Italia secondo voi è particolarmente carente rispetto all’estero?

Valentina Domenici : Pensando alla Chimica, credo che ci siano almeno due aspetti critici. Uno è legato alla non oggettività con cui spesso si riportano le notizie e in generale le informazioni. Questo riflette la non “buona” immagine della Chimica nella nostra società, ma anche una tendenza tutta italiana di esprimere giudizi e opinioni quando si riporta una notizia o anche semplicemente un fatto di cronaca. L’altro elemento di criticità è legato alla stessa scienza Chimica. Rispetto ad altre discipline, la Chimica ha un proprio linguaggio, che richiede un certo rigore e attenzione. Purtroppo, invece, nel tentativo di semplificare, vengono fanno molti errori, oppure non si riportano le diciture corrette. Queste “storture” contribuiscono a diffondere l’immagine di una scienza ostica, difficile, lontana.

Gianni Fochi : Forse la mancanza più grave, da noi, è quella di veri incentivi utili a far partecipare attivamente il mondo accademico alla divulgazione. Per fare un esempio, quando in Italia una rete televisiva vuole la presenza d’uno scienziato, l’ospita in studio dandogli se va bene il rimborso delle spese di trasferta. A una squinzia del Grande Fratello, che viene per mostrar le gambe, va invece un bel cachet. Ma qui la colpa è proprio degli scienziati: se, invece d’andare in televisione solo per vanagloria, cominciassero a pretendere compensi dignitosi, le cose forse cambierebbero. Le tante persone che danno vita agli show vengono pagate, com’è giusto. Ma perché conduttori, autori, microfonisti, cameraman, trovarobe sì e uno scienziato no?

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSecondo voi negli ultimi anni la chimica è stata svantaggiata o avvantaggiata rispetto a altre discipline nell’ambito della divulgazione scientifica? Aree come l’astronomia, la medicina, o la biologia evolutiva ad esempio, non godono comunque di più attenzione?

Valentina Domenici : Indubbiamente, la Chimica non gode di una buona immagine, anche se negli ultimi anni mi sembra che gradualmente le cose stiano migliorando. Nel grande pubblico, ci sono alcune discipline, come appunto l’astronomia e la medicina, che suscitano un grande interesse e anche un certo fascino, e non è casuale che negli inserti dei giornali, ad esempio, siano queste discipline a fare da padroni. D’altra parte, anche i giornali seguono le logiche del mercato! La Chimica purtroppo paga il prezzo di una storia recente macchiata da episodi estremamente negativi, da un lato, e un poco impegno da parte dei Chimici stessi nel campo della didattica e della comunicazione, dall’altro.

Gianni Fochi : Mi pare evidente: la chimica ha poco spazio nei media, e di solito ce l’ha quando c’è da parlarne male. In parte se lo merita, perché di rado affronta con l’uomo della strada un esame pacato e approfondito sulle sue colpe passate. Come si può convincere la gente che oggi la situazione generale è molto migliorata, se si sfugge a un confronto serio su certe pagine nere della storia industriale chimica? Fra l’altro, da un confronto equilibrato, che richiederebbe appunto le conoscenze dei chimici, verrebbe fuori che comunque anche in passato la chimica, nell’insieme, è stata l’anima del progresso materiale. È ciò che ho scritto nel mio ultimo libro (“La chimica fa bene”, Giunti), aggiungendo che in tal senso l’anno internazionale della chimica (2011), se s’eccettuano le Fabbriche Aperte e altre iniziative interessanti ma limitate, è stata una grande occasione sprecata: parate, autocelebrazioni e poco più, fra gli eventi che hanno avuto molta risonanza. Sull’altro versante delle responsabilità c’è invece il fatto che l’editoria è dominata da persone che non hanno una formazione scientifica, ma per lo più umanistica. Se costoro sentono un minimo d’attrazione per la scienza, i loro interessi vengono filtrati attraverso una mentalità di tipo filosofico. Quindi è assai più facile che, fra le scienze, diano valore a quelle che in qualche modo possono aver sapore appunto filosofico: la fisica coinvolge l’origine dell’universo, la biologia l’origine della vita. La chimica invece sfugge a inquadramenti così semplicistici, e ciò in questo quadro la svantaggia.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCosa direste all’altro dopo una lettura delle sue risposte?

Valentina Domenici : Mi piace molto l’idea di progettare un video insieme sull’importanza della Chimica oggi, rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Chissà che qualcuno leggendo questa intervista non voglia contribuire alla realizzazione!

Gianni Fochi : Direi a Valentina Domenici che purtroppo di chimici e chimiche come lei, che riescono a cogliere spunti per avvicinare la gente alla nostra scienza, sapendo crearsi gli spazi adeguati per poterlo fare, non ce ne sono quanti ce ne vorrebbero.


Note[]

  1. Franco Rosso. Intervista a Valentina Domenici: dalla chimica nei musei ai Musei di Chimica. http://www.divulgazionechimica.it/, 10 novembre 2012. URL consultato il 25-05-2014.
  2. Valentina Domenici. http://www.scienzainrete.it/. URL consultato il 25-05-2014.
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November 15, 2014

Vini nel tempo. Intervista ad Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival

Vini nel tempo. Intervista ad Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival

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intervista a cura di Alexmar983

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sabato 15 novembre 2014

Helmuth Köcher fotografato in sala stampa dall’inviato di Wiki@Home.

Merano, domenica 9 novembre

“Vini nel tempo” è il tema di quest’anno della sezione Cult2014, uno degli eventi che il 7 novembre ha inaugurato il Merano WineFestival, un’occasione per soli 250 partecipanti e dedicata “ai 41 viticoltori che hanno segnato la storia e l’evoluzione recente del vino italiano”[1]. Un evento creato per tenere conto dello sforzo di coloro che hanno portato avanti nel settore un percorso basato sulla qualità, e fra i quali si può far rientrare di diritto proprio Helmuth Köcher[2], fondatore stesso del festival. Sulla falsariga di questo tema, ho parlato con quest’ultimo del passato, del presente e del futuro della manifestazione giunta oramai alla ventiduesima edizione.

Incontro Köcher in sala stampa presso lo storico Biergarten Forsterbräu, nella giornata di domenica, mentre sono ospitato in città dalla società organizzatrice dell’evento, la Gourmet’s International. Prima di rispondere alle domande Köcher ricorda quanto per lui sia importante in vista dell’EXPO di Milano del prossimo anno rilanciare un messaggio unico da parte del sistema vitivinicolo italiano e delle sue eccellenze. Sempre venerdì si è tenuto in città il WineWorld Economic Forum, un workshop sugli obiettivi comuni per la sostenibilità del vino, fra i cui invitati spiccano ad esempio il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e il presidente onorario dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino Mario Fregoni.

Wikipedia

Wikipedia ha una voce su Merano WineFestival.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgQuando nel 1992 il MWF è nato, in Italia il Vinitaly era fra i pochi eventi noti al grande pubblico. In seguito, sono comparsi l’Eurochocolate nel 1993, il Salone internazionale del gusto nel 1996, il Cheese di Bra nel 1997, il Triestespresso Expo nel 2000, Il Bontà di Cremona nel 2003… in quale aspetto secondo lei il MWF si può considerare un pioniere?

Köcher : Sicuramente di essere stato il primo evento in Italia e in tutta l’Europa a credere che la chiave vincente per i produttori vitivinicoli per il futuro è quella dell’alta qualità, inoltre è stato il primo evento con il criterio della selezione accurata in seguito a degustazioni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCome si aspettava che il MWF sarebbe divenuto a vent’anni dalla nascita? Cosa la ha sorpreso maggiormente della sua evoluzione?

Köcher : Quando avevo creato il primo MWF insieme con un amico [Johann Innerhofer, Othmar Kiem n.d.r.] ci eravamo già posti allora l’obiettivo di diventare uno dei riferimenti maggiori per quanto riguarda il vino di alta qualità. La passione e la convinzione sono state, e sono a tutt’oggi, la mia spinta a continuare in questa direzione. Quello che mi ha sorpreso maggiormente è che veramente tanti eventi in Italia e all’estero sono stati “fotocopiati” da Merano, avrei dovuto patentare marchio e organizzazione.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn oltre venti anni, quale ritiene sia stata la critica più costruttiva portata al festival?

Köcher : Difficile dirlo, personalmente sono sempre aperto a tutte le critiche costruttive, forse quella più costruttiva era quella di dividere gli spazi del vino dagli spazi della culinaria e quindi dei prodotti tipici.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDall’introduzione di Euro World Tour nel 2004, bio&dinamica nel 2005, agli eventi fuorisede del Food and Wine nelle grandi città nel 2012, passando per Dialogues nel 2013, a Cult2014 nel 2014, il MWF ha introdotto novità quasi ogni anno. Una scelta quasi obbligata? Che cosa mantengono questi eventi della formula originaria?

Köcher : Sono convinto che sia importante proporre nuove tematiche e promuovere nuovi trend sul mercato viticolo. Il Merano WineFestival può autodefinirsi anche una specie di trendsetter: quando appena si iniziò a parlare di biodinamica il Merano WineFestival lo aveva già proposto nelle sue iniziative. Quindi sento personalmente quasi come un messaggio quello di essere sensibile e di recepire prima di altri in che direzione il mercato enogastronomico si sta evolvendo. La formula originaria è sempre quella della selezione dell’alta qualità che si svolge a tutti i livelli.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI festival hanno spesso un rapporto specifico con il luogo dove si svolgono, soprattutto Il MWF che in Italia fra i pochi a avere la sede nel nome ufficiale. Come sintetizzerebbe il rapporto fra la città e l’evento?

Köcher : Fondamentale! Sono Meranese di nascita e amante della mia città. La città di Merano ha un potenziale di flair e di fascino notevole che sicuramente sono ingredienti importanti per l’organizzazione di eventi di alta qualità.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl rischio che una città di provincia sia travolta dalla pressione degli eventi quando questi assumono rilevanza internazionale è sempre concreto. La piccola dimensione di Merano in questo caso è un limite allo sviluppo o è forse una garanzia che il MWF debba puntare alla qualità e non all’ingrandimento?

Köcher : Effettivamente Merano come cittadina non è facilmente raggiungibile come lo è Milano oppure Roma. Questo costituisce un limite. Però un evento come il Merano WineFestival non vuole puntare sui grandi numeri ma vuole mantenere il limite logistico di massimo 6500 visitatori, il più possibile esperti del settore. In questo spirito Merano sicuramente ha un potenziale maggiore rispetto alle grandi città.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn Europa siamo in recessione da oltre sette anni. Il MWF ne ha risentito negativamente, oppure questo contesto economico ha accelerato l’internazionalizzazione dell’evento? Nel 2014 ad esempio l’anteprima del festival si è tenuta a Chicago: queste trasferte fuori dall’Europa diventeranno più frequenti?

Köcher : Proprio in momenti di recessione la promozione diventa importante. Il Merano WineFestival offre una specie di palcoscenico ed è un garante della qualità dei prodotti selezionati, quindi non ha risentito della recessione ed è riuscito a mantenere i numeri del pubblico e dei produttori. Sicuramente ha anche accelerato l’internazionalizzazione dell’evento. Proprio per questo motivo le trasferte in altre città del mondo diventano importanti e saranno maggiorati nei prossimi anni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl punto di forza del MWF è la selettività, ottenuta tramite il lavoro di commissioni di assaggio selezionate. Quis custodiet ipsos custodes? Qual è la loro attuale composizione professionale e geografica?

Köcher : Ogni anno sono ca. 5000 vini e ca. 300 prodotti tipici che devono essere assaggiati e valutati. Per far fronte a questo impegno devo per forza di cosa avvalermi di commissioni di assaggio che lavorano soprattutto in Alto Adige ma anche nel Friuli Venezia Giulia e in Emilia Romagna. La composizione delle commissioni deve garantire la presenza di un coordinatore che abbia almeno 10 anni di professione nel settore e di almeno altri due membri giornalisti e tecnici fino ad un massimo di 5 membri.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg L’interazione con il mondo scientifico-accademico è fondamentale per il miglioramento della qualità e dei metodi di controllo nelle filiere produttive. Fra gli eventi futuri di contorno al festival questa dimensione comparirà?

Köcher : Complimenti per questo suggerimento. Da qualche anno seguo con particolare attenzione il ruolo del mondo-scientifico e accademico e ritengo che questo debba integrarsi sempre di più in eventi come lo è il Merano WineFestival. Ogni produttore ha bisogno di capire meglio tanti aspetti come ad esempio la sostenibilità del vino.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Se guardiamo la cartina dei grandi eventi enogastronomici italiani, il Mezzogiorno è assente. Leggendo la stampa locale italiana si vede comunque un grande entusiasmo per i produttori locali del Mezzogiorno di poter partecipare a Merano. Il MWF ha in mente di organizzare qualche evento a sud della capitale nei prossimi anni, ad esempio sulla falsariga dei Food and Wine festival di Milano e Roma?

Köcher : È già da anni che ho in programma di organizzare un evento nel Sud-Italia. Qualche anno addietro ero molto orientato su Napoli oppure su Trapani. Molto probabilmente il momento non era quello giusto. Oggi ritengo che la regione migliore per proporre un evento come il Merano WineFestival è la Puglia in quanto proprio negli ultimi anni la qualità del vino ha iniziato ad avere un riscontro che si sta facendo vedere e sentire anche sui mercati internazionali.


Note[]

  1. Helmuth Köcher. Cult 2014 in www.meranowinefestival.com. Gourmet’s International Srl/GmbH. URL consultato il 15-11-2014. — “[…] Una mia personale selezione di 41 viticoltori […] che rappresentano la storia ed anche il presente dell’alta qualità.”
  2. Helmut Koecher [scheda biografica] in salepepe.it. Arnoldo Mondadori Editore Spa. URL consultato il 15-11-2014.
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August 19, 2011

Riciclaggio, corruzione ed economia legale: Wiki@Home intervista Ranieri Razzante

Riciclaggio, corruzione ed economia legale: Wiki@Home intervista Ranieri Razzante

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intervista a cura di Agatino Grillo

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venerdì 19 agosto 2011

Microbiografia[]

Ranieri Razzante presidente di AIRA

Ranieri Razzante è il presidente di AIRA, Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio, una organizzazione senza fini di lucro dedita alla diffusione e divulgazione della “cultura dell’antiriciclaggio” in banche e aziende. Razzante, laureato in Economia e in Legge, avvocato, dottore commercialista, revisore dei conti, autore di numerosi testi sul diritto dei mercati finanziari e sulla legislazione antiriciclaggio, docente all’università di Firenze, collaboratore de Il Sole 24 Ore, è anche consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali. È stato membro della Commissione del Ministero dell’Economiaper la redazione del Testo Unico in materia di Antiriciclaggio.

Incontro[]

L’incontro ha avuto luogo il 23 luglio 2011 presso la sede di AIRA a Roma. Sono giorni densi di lavoro per Ranieri Razzante. Nonostante il periodo estivo, la Commissione Antimafia, con la quale Razzante collabora, ha appena approvato all’unanimità la relazione sulle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito ed illecito [1], investendo il Parlamento della necessità di varare con urgenza misure adeguate alla gravità del fenomeno, comprese le misure per impedire il riciclaggio del denaro sporco. Durante l’intervista il cellulare di Ranieri squilla continuamente. Malgrado gli impegni, Ranieri ha voluto comunque concederci l’intervista.

Intervista[]

Riciclaggio, economia sommersa, corruzione, terrorismo[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Buonasera Ranieri e grazie per averci concesso questa intervista. Cos’è il riciclaggio di beni e denaro e perché è importante contrastare tale fenomeno?

Il riciclaggio consiste nel “lavaggio di denaro sporco”, cioè in quell’insieme di attività volte a reinvestire nell’economia legale risorse finanziarie o patrimoniali di origini illecite; il riciclatore agisce in modo da nascondere, occultare o comunque ostacolare l’accertamento delle fonti da cui provengono i beni “ripuliti”. Il riciclaggio è un fenomeno che riguarda tutto il mondo, ma in Italia assume contorni e dimensioni particolarmente allarmanti. Infatti, secondo le rilevazioni fatte da Banca d’Italia, confermate da stime Eurispes e dell’Osservatorio Usura di Confesercenti, il riciclaggio in Italia vale circa il 10 per cento del PIL, per un importo complessivo valutato tra i 75 e 110 miliardi di euro, contro il 5 per cento a livello mondiale stimato dal Fondo monetario internazionale.

Banconote

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Il riciclaggio è un reato che generalmente non suscita allarme sociale; si è portati a pensare che si tratti di un fenomeno connesso alla grande criminalità che non riguardi la gente comune. È così?

Purtroppo questa è una falsa percezione ed anche uno degli ostacoli maggiori per chi opera nella prevenzione e nel contrasto di tale fenomeno. Il mancato allarme sociale sul riciclaggio nasce dalla sottovalutazione sia dei volumi sia degli effetti sociali ed economici di questa attività. Per essere chiari: il riciclaggio non è assolutamente un fenomeno che riguardi solo la criminalità organizzata, ma al contrario un fenomeno diffuso anche tra gli “insospettabili” perché strettamente legato alla corruzione, all’economia sommersa e al “nero”, problematiche purtroppo assai diffuse nella nostra società. Deve essere chiaro che è un riciclatore sia il mafioso che ripulisce i proventi del traffico di stupefacenti, sia il piccolo criminale che investe in un’attività commerciale i frutti della sua attività di usuraio, sia infine l’imprenditore, piccolo o grande, che falsifica la propria contabilità per creare fondi occulti da reimpiegare.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Tuttavia alcuni osservano che il riciclaggio in un certo senso contribuisce a creare ricchezza; al di là del riciclaggio “mafioso” che presuppone gravi reati si sostiene che il piccolo “riciclaggio” frutto di evasione fiscale o altri reati minori in realtà non faccia male a nessuno.
Corrupte

Invece è proprio il contrario. Il riciclaggio di beni e capitali illeciti genera gravi distorsioni nell’economia legale, alterando le condizioni di concorrenza, il corretto funzionamento dei mercati e i meccanismi fisiologici di allocazione delle risorse, con riflessi, in definitiva, sulla stessa stabilità ed efficienza del sistema economico. Uno degli effetti più deleteri del riciclaggio è, ad esempio, il mancato sviluppo economico; alcuni studi di Banca d’Italia hanno evidenziato che nelle aree a forte presenza criminale la crescita economica risulta compressa , le imprese pagano più caro il credito, gli investimenti sono disincentivati e “in quelle aree è più rovinosa la distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale[2]“.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Puoi farci un esempio concreto in cui il riciclaggio causa un danno economico alla collettività?

L’esempio classico è l’inquinamento del mercato immobiliare. Se io desidero comprare un appartamento che viene offerto a 300.000 euro per prima cosa farò un’offerta di acquisto a 250.000 per tentare di spuntare un prezzo migliore. Viceversa chi ha soldi da riciclare è disposto a offrire di più del prezzo richiesto, diciamo 400.000 euro, perché il suo vero obiettivo è ripulire legalmente il denaro ottenuto in maniera illegale anche rinunciando ad una percentuale dello stesso. In tal modo il prezzo degli immobili sale non per motivi economici, ma per patologie criminose; in pratica i cittadini onesti sono penalizzati ed i disonesti sono premiati. Vorrei inoltre sottolineare lo stretto legame fra riciclaggio e finanziamento del terrorismo. E dirò di più: oggi senza riciclaggio le grandi organizzazioni criminali non potrebbero sopravvivere e il terrorismo verrebbe fortemente limitato.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Qual è il legame tra riciclaggio e finanziamento del terrorismo?

Attentati dell’11 settembre 2011

Storicamente il collegamento nasce a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 contro le Torri gemelle di New York. Le indagini rilevarono che i terroristi si erano finanziati grazie al riciclaggio. Da quel momento il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo è diventata una priorità per tutto il sistema internazionale. Già a fine ottobre del 2011 il GAFI, che è un organismo intergovernativo che coordina la lotta al riciclaggio e che fa parte dell’OCSE, pubblicò una serie di “raccomandazioni speciali” per contrastare il finanziamento del terrorismo, raccomandazioni che si aggiungono a quelle che nel 1990 erano già state emanate per il riciclaggio.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  E il legame tra riciclaggio e attività criminosa e mafiosa?

Giovanni Falcone è stato il primo in Italia a capire che per sconfiggere la mafia occorreva colpirne le modalità di finanziamento: la sua strategia consisteva nel tracciare i flussi di denaro che arrivavano alla mafia e nel sequestrarli. È mio convincimento che la mafia può essere contrastata e definitivamente debellata grazie alla regolamentazione contro il riciclaggio, se tutti faremo il nostro dovere e ci impegneremo in prima persona. A riguardo approfitto di questa intervista per sottolineare, al di la´ degli schieramenti politici, la continua azione del governo, della magistratura e delle forze dell’ordine contro le associazioni criminali che sta producendo risultati significativi. Vorrei anche evidenziare l’importante contributo fornito dal mondo bancario e finanziario che sempre più collabora con le autorità su questo fronte[3] .

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Cosa puoi dirci invece del rapporto fra corruzione e riciclaggio?

Il GAFI, l’organismo internazionale che già citavo e che coordina la lotta di tutti i Paesi contro il riciclaggio e la criminalità economica, ha da tempo segnalato i rapporti stretti tra corruzione e riciclaggio. Il 14 giugno 2011 inoltre il GRECO, Gruppo di Stati contro la corruzione, l’organismo del Consiglio d’Europa deputato alla prevenzione e al contrasto della corruzione, ha reso noto il suo rapporto sull’Italia.

Il simbolo del Consiglio d’Europa in un francobollo tedesco del 1999

Il rapporto descrive una situazione in chiaroscuro; desta preoccupazione in particolare la mancata adozione delle norme relative all’Autorità nazionale anti-corruzione. Tuttavia il GRECO riconosce che sono stati fatti passi in avanti specie per quanto riguarda “le segnalazioni” di transazioni sospette legate alla corruzione ed al riciclaggio di denaro grazie all’articolo 41 del decreto legislativo 231 del 2007, il quale “fa obbligo di adottare indicatori di anomalie che possano aiutare ragionieri, commercialisti, notai, avvocati, consulenti, gestori di casinò, agenti immobiliari e società di certificazione a riportare transazioni sospette”; effettivamente indicatori di anomalia di possibili “operazioni sospette di riciclaggio” sono stati emanati dal Ministero dell’Interno (17 febbraio 2011) per gli operatori non finanziari, dal Ministero della Giustizia (16 aprile 2010) per i “professionisti” e dalla Banca d’Italia (24 agosto 2010) per gli “Intermediari finanziari”.

Planisfero illustrante la percezione di corruzione nel 2010, a cura di Transparency International, che rileva il “grado a cui è percepita la corruzione esistente tra pubblici ufficiali e politici”. Un indice più elevato (in blu) indica una percezione minore della corruzione, mentre valori minori (in rosso) indicano un alto grado di percezione.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  In questi giorni la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali ha reso noto la sua relazione finale sul “fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito e illecito”[4] con la quale lancia un allarme e chiede al Parlamento di intervenire urgentemente anche per gli aspetti relativi al riciclaggio attraverso le casa da gioco. Tu sei un collaboratore della Commissione per la quale hai lavorato proprio sul tema dell’antiriciclaggio. Qual è la situazione?

Come ho già avuto modo di dichiarare, considero quello tra riciclaggio e gioco un “matrimonio perverso”. La Commissione ha infatti rilevato preoccupanti infiltrazioni della malavita organizzata nel settore giochi e scommesse gestite dallo Stato. Inoltre, il gioco online viene utilizzato per riciclare denaro sporco, sfuggendo ai controlli attraverso lo “stabilimento” delle piattaforme internet all’estero. Quello che però genera veramente allarme è il costo sociale di giochi e scommesse. C’è una crescita esponenziale di cittadini attratti dal gioco, soprattutto tra i giovani e le classi più disagiate, che rischiano di essere “incastrati” in situazioni ancor più gravi come ludopatia e fenomeni di usura. Il gioco, comprese le scommesse su eventi sportivi, per i notevoli introiti che vengono assicurati, è ormai diventato la nuova frontiera della criminalità organizzata di tipo mafioso e per contrastare tali fenomeni è necessario agire con misure preventive concrete.

AIRA, Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  In che modo la società e l’economia sana possono contribuire alla lotta contro il riciclaggio?

L’arma più importante nella lotta al riciclaggio è l’affermarsi di una coscienza sociale su tale fenomeno e sui suoi effetti deleteri. In poche parole, occorre sviluppare una “cultura dell’antiriciclaggio” diffusa. Questa è proprio la missione di AIRA, l’Associazione Italiana dei Responsabili Antiriciclaggio, che ho fondato, con altri amici, nel 2008. L’associazione si rivolge principalmente a chi opera in banca e in azienda nell’ambito dell’antiriciclaggio, ma anche ad una platea più vasta; tra i nostri associati ci sono infatti anche studenti e professori universitari, amministratori, magistrati. La nostra mission è fornire una informazione corretta ed aggiornata sul riciclaggio e sulle modalità di prevenzione e contrasto.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Si può definire, in un certo senso, AIRA come una lobby trasparente finalizzata alla diffusione della sensibilità sociale sui pericoli del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo?

Definizione perfetta. Ai nostri associati offriamo attività di formazione e informazione sui temi del riciclaggio, della legalità economica, del contrasto del crimine economico. Nel corso del 2011 abbiamo organizzato oltre 10 convegni, due edizioni del nostro “corso di specializzazione in compliance antiriciclaggio”, pubblicato centinaia di notizie sul nostro sito web, offerto borse di studio a neolaureati per specializzazioni in antiriciclaggio, eccetera. L’associazione ha inoltre 12 commissioni permanenti di studio sui principali temi dell’antiriciclaggio, pubblica una newsletter mensile, una rassegna stampa quotidiana ed ha recentemente annunciato un percorso di “certificazione” per le competenze antiriciclaggio in banche, assicurazioni e intermediari finanziari. Nel 2010 AIRA, grazie al lavoro delle commissioni e di tutti i suoi associati, ha realizzato un “Libro Bianco” che contiene le proprie proposte al legislatore per migliorare la normativa antiriciclaggio.

L’autoriciclaggio[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  La legislazione italiana sull’antiriciclaggio è adeguata o servono dei miglioramenti?

Questo tema è stato al centro di un convegno dal titolo “Mafia e Riciclaggio: l’emergenza criminale e gli strumenti di contrasto” che AIRA ha organizzato il 13 giugno 2011 presso il Senato della Repubblica. Erano presenti sia senatori sia professori universitari che si sono confrontati sul tema della legislazione antiriciclaggio nazionale. Direi che tutti sono stati concordi sul fatto che la normativa italiana, pur essendo stata tra le prime ed essere emanate e unanimemente riconosciuta, all’epoca, come tra le più avanzate, oggi tuttavia soffra di alcune incoerenze e mancanze. Tra queste l’elemento più critico riguarda l’autoriciclaggio.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Cos’è l’autoriciclaggio?

Il nostro codice penale non punisce il riciclatore se questi è l’autore del reato che ha prodotto il denaro o i beni da ripulire. Tale scelta dell’ordinamento italiano, come ha ricordato il direttore dell’UIF[5], costituisce una delle principali cause di inefficacia della repressione penale del riciclaggio. Di conseguenza, da tempo in Italia si discute dell’opportunità di introdurre la “punizione penale” dell’autoriciclaggio anche perché in altri Paesi questo già avviene e inoltre è previsto nella disciplina amministrativa di prevenzione contenuta nel d.lgs. n. 231 del 2007.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  In quali paesi l’autoriciclaggio è perseguito penalmente?

Negli Stati Uniti da tempo l’autore del reato presupposto che ricicla i proventi dell’attività illecita da lui stesso compiuta è perseguito penalmente. Lo stesso avviene in Svizzera, Germania, Regno Unito, Spagna e Portogallo. Anche la Francia ha deciso di inserire da poco l’autoriciclaggio quale reato.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  L’Italia ha intenzione di punire l’autoriciclaggio dal punto di vista penale?

Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi legislativi per introdurre la punibilità dell’autoriciclaggio. Al momento vi è una proposta di modifica dell’art 648-bis del codice penale, contenuta nel ddl anticorruzione, proposta che consiste nella semplice eliminazione della cosiddetta “clausola di riserva”; in pratica l’autoriciclaggio sarebbe sempre punito. A mio avviso, ciò non è corretto perché creeremmo disparità tra autori di “reati bagatellari”, cioè reati con pene inferiori a 2 anni, presupposto di riciclaggio. Credo invece che l’autoriciclaggio debba essere una sorta di aggravante per chi commette reati puniti con sanzioni inferiori, come quelli fiscali. L`ho anche scritto nei miei due ultimi volumi sul tema, contenenti la proposta da me elaborata per conto della Commissione Antimafia.

Le banche e l’antiriciclaggio[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  La “collaborazione attiva” di banche, intermediari, assicurazioni e professionisti è fondamentale per la prevenzione del riciclaggio. Qual è a riguardo la situazione delle banche italiane? Funziona la “collaborazione attiva”?

Il già citato d.lgs. 231 del 2007 è la norma italiana che ha recepito nel nostro ordinamento la terza direttiva europea sull’antiriciclaggio (n. 2005/60/CE); tale direttiva ha introdotto un nuovo approccio alla prevenzione e contrasto del riciclaggio basato, soprattutto, sulla “collaborazione attiva” di banche, intermediari finanziari, assicurazioni e professionisti nelle attività di prevenzione. I risultati, a oltre tre anni dall’entrata in vigore delle nuove norme, sono per quanto riguarda le banche e alcune categorie di intermediari finanziari (money transfer) superiori alle aspettative, almeno sotto il profilo quantitativo. Uno degli adempimenti più importanti previsti da tale “collaborazione” è infatti la segnalazione all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) presso la Banca d’Italia dell’operazioni sospette di riciclaggio (o finanziamento del terrorismo). L’operazione sospetta è un’operazione che per caratteristiche, entità, natura o per qualsivoglia altra circostanza induce l’operatore in banca a “sapere, sospettare o ad avere motivo ragionevole per sospettare” che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo; in tal caso si deve inviare senza ritardo alla UIF una segnalazione. Le segnalazioni di operazioni sospette hanno segnato negli ultimi anni una crescita continua e sostenuta: 14.600 nel 2008, 21.000 nel 2009, 37.300 nel 2010. Secondo i dati del Ministro dell’Economia (relazione al Parlamento del 2009) , circa il 60% delle segnalazioni ha trovato riscontro in evidenze investigative; dopo gli approfondimenti circa il 20% delle segnalazioni è confluito in procedimenti penali in corso ovvero ha originato nuovi procedimenti per casi di riciclaggio, usura, estorsione, abusivismo finanziario, frode fiscale e truffa. Tuttavia, ci sono anche punti di criticità, recentemente illustrati dal direttore UIF nella sua audizione presso l’Antimafia: vi è ancora poca collaborazione da parte dei professionisti, delle società di intermediazione mobiliare (SIM) e delle società di gestione del risparmio (SGR). Alcune banche, soprattutto cooperative di piccole dimensioni e filiali di banche estere, non hanno fatto nessuna segnalazione negli ultimi due anni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Qual è l’approccio giusto per l’antiriciclaggio in banca?

In banca l’antiriciclaggio è un tema che riguarda in primo luogo il Consiglio d’Amministrazione e la Direzione Generale. Infatti l’obiettivo generale del d.lgs. 231 del 2007 è la protezione dell’integrità del sistema bancario e finanziario e, di conseguenza, la protezione della stabilità dello stesso. Di fatto la banca deve confrontarsi, ai suoi livelli più alti, con il rischio “riciclaggio”: si tratta di un rischio operativo e come tutti gli altri rischi operativi deve essere gestito in primis a livello di alta direzione.

Rischio di compliance e rischio operativo

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Puoi approfondire maggiormente le caratteristiche del rischio di riciclaggio in banca?

Ho recentemente pubblicato un articolo proprio su questo tema[6]. In banca il rischio di riciclaggio assume tre aspetti:

  • rischio penale “proprio”
  • rischio penale “improprio”
  • rischio di non conformità.

Il rischio di riciclaggio penale “proprio” si riferisce al rischio connesso alla violazione delle norme previste dal codice penale o di altre disposizioni che abbiano natura penale. Il riciclaggio come rischio penale “improprio” nasce dall’introduzione del riciclaggio nella disciplina della responsabilità amministrativa degli enti, il decreto legislativo 231/01. Tale norma richiede che qualunque ente, comprese le banche, si “organizzino” al fine di prevenire una serie di reati tra i quali, appunto, il riciclaggio. Si potrebbe pensare che nel caso delle banche si sia di fronte ad una duplicazione degli adempimenti richiesti dalla normativa antiriciclaggio (il d. lgs. 231/07), ma non è così. Il 231/01 è molto più ampio del 231/07. Si pensi, per esempio, al rischio riciclaggio/ricettazione in cui possono incorrere tutti gli enti nell’attività di gestione degli acquisti. Le aziende, difatti, stipulano costantemente contratti di compravendita e/o fornitura di beni. Il rischio di commissione del reato di ricettazione non è poi così inconsueto, così come non è eccezionale il rischio di pagare fatture tramite denaro (di origine illecita) entrato in precedenza nelle casse dell’ente. Il rischio riciclaggio, dunque, può essere sotteso ad ogni operazione di incasso crediti che comporti un successivo riutilizzo delle somme (di provenienza illecita) da parte dell’ente. Si pensi, ancora, ad eventuali investimenti finanziari o immobiliari effettuati con denaro sporco. Infine, esiste il rischio di riciclaggio inteso quale “rischio di non conformità”, cioè come mancato rispetto delle norme emanate da Banca d’Italia sulla “Compliance”; come dicevo prima si tratta di un rischio operativo, direttamente proporzionale alla quantità e complessità delle norme emanate.

Formazione in banca

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Compliance e antiriciclaggio sembrano sempre più temi fortemente intrecciati in banca …

Effettivamente è così. A marzo e luglio 2011 la Banca d’Italia ha emanato le “Disposizioni attuative” in materia di organizzazione antiriciclaggio in banca e ha chiaramente detto che occorre individuare e nominare un “Responsabile” antiriciclaggio che rientra, a tutti gli effetti, nel novero dei responsabili di funzioni aziendali di controllo di secondo livello tanto che, in certi casi, la funzione può essere attribuita al responsabile della funzione di Compliance o al Risk Manager . Al riguardo, vorrei osservare che il rischio sanzionatorio del riciclaggio si abbatte se il responsabile antiriciclaggio è in grado di ricostruire l’iter valutativo seguito nell’applicazione delle norme. La “tracciabilità delle valutazioni” si ottiene anche grazie alla formalizzazione di efficaci procedure.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Quanto è importante la formazione sull’antiriciclaggio in banca?

Fondamentale. Banca d’Italia è molto chiara su questo punto: è necessaria una adeguata formazione perché “l’applicazione della normativa antiriciclaggio” presuppone la piena consapevolezza delle finalità e dei principi del d.lgs. 231/07. La formazione, ovviamente, deve essere modulata in base alle funzioni svolte dal personale e anche qui AIRA può essere un valido aiuto per la progettazione e la certificazione di tali percorsi formativi.

Proprietà intellettuale, Wikipedia, licenze libere[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Hai scritto diversi libri e pubblichi spesso articoli sulla stampa e sul web. Sei anche un avvocato. Cosa pensi delle attuali norme sul diritto d’autore, sulla proprietà intellettuale e del dibattito in corso su come tali norme si applicano sul web?

Internet ha prodotto una vera e propria rivoluzione nel modo di comunicare, dunque è ovvio che debbano prodursi dei cambiamenti anche nel modo di proteggere la proprietà intellettuale degli autori del XXI secolo. Le attuali norme sulla proprietà intellettuale ed il copyright, così come oggi sono intese, nascono secoli fa quando i libri cominciarono ad essere distribuiti in modo massiccio grazie alle nuove macchine “stampatrici”. Sarebbe miope pensare che oggi nulla debba essere cambiato. Ovviamente essendo io un “lavoratore della conoscenza” vorrei che anche in quest’epoca in cui il lavoro intellettuale è facilmente smaterializzabile i miei diritti di autore fossero salvaguardati. Credo però che bisogna essere aperti alle novità e non chiudersi in un recinto. Gli e-book si stanno diffondendo sempre più ed io credo, come autore e come lettore, che ciò sia un bene. Le case editrici e le librerie devono però evitare di fare gli errori che un decennio fa sono stati compiuti dalle etichette discografiche e dalle case produttrici quando la musica digitalizzata via web si è diffusa in modo incontrollabile. Occorre individuare nuovi modelli di business senza chiudere le porte al futuro. Credo che noi autori dobbiamo servirci delle opportunità delle rete ed anche essere “generosi”. Ad esempio, per il mio lavoro di divulgatore sui temi dell’antiriciclaggio, il web è essenziale perché permette, a costi molto accessibili, di comunicare e scambiare informazioni con un numero altissimo di interlocutori. Quello che pubblichiamo, come AIRA, è spesso messo a disposizione di tutta la comunità in modo gratuito attraverso il sito, il blog e gli articoli che pubblichiamo, anche se ovviamente alcuni servizi sono riservati solo agli associati. Io stesso nei mesi scorsi ho pubblicato un articolo con licenza aperta dal titolo “Compliance Antiriciclaggio: le novità del 2010”[7].

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Conosci Wikipedia? Cosa ne pensi?

Conosco bene Wikipedia e la trovo uno strumento utile ed anche un po’ magico. Dico “magico” perché credo che nessuno potesse prevedere che Wikipedia avrebbe assunto le dimensioni ed anche l’autorevolezza che ha conquistato sul campo. Mi sembra “meraviglioso” che tanta gente dedichi il suo tempo a questo progetto al solo fine di aumentare o sistematizzare le conoscenze dell’umanità. Mi piace pensare che Wikipedia sia come il calabrone: un insetto che secondo le leggi della fisica non potrebbe volare. Ebbene Wikipedia secondo le leggi economiche non dovrebbe esistere: se viceversa esiste vuol dire che siamo di fronte a qualcosa di importante e nuovo, una mutazione genetica dell’economia.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Insieme a Wikipedia esistono anche i cosiddetti progetti minori: Wikimedia Commons, Wikibooks, Wikizionario, Wikinotizie (che pubblica quest’intervista). Li conosci? Che ne pensi?

So che esistono ma non li frequento molto. Comincerò a frequentare Wikinotizie dato che mi ha intervistato!

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Bene. Grazie Ranieri per il tempo che ci hai dedicato e buon lavoro a te e agli amici di AIRA.

Ranieri Razzante e Agatino Grillo durante l’intervista 23 luglio 2011

Grazie a te e agli amici di Wikipedia.

Collegamenti esterni[]

Interviste ed articoli di Ranieri Razzante disponibili online[]

Siti web delle istituzioni che si occupano di antiriciclaggio[]

Siti web di associazioni[]

Una guida “libera” all’antiriciclaggio[]

Note[]

  1. Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, 22 luglio 2011, “Relazione sul fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito e illecito”, Doc. XXIII, n. 8, in http://www.parlamento.it/documenti/repository/commissioni/bicamerali/antimafiaXVI/Doc%20XXIII%20n.%208.pdf
  2. Mario Draghi, Governatore Banca d’Italia, “Le mafie a Milano e nel Nord: aspetti sociali ed economici”,11 marzo 2011 in http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/mafie-al-nord/draghi-110311.pdf, pag. 5
  3. Giovanni Castaldi, Direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), “L’azione di prevenzione e contrasto del riciclaggio”, 28 giugno 2011, audizione presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali anche straniere, in http://www.bancaditalia.it/homepage/notizie/uif/AUDIZIONE-COMMISSIONE-ANTIMAFIA.pdf
  4. http://www.parlamento.it/documenti/repository/commissioni/bicamerali/antimafiaXVI/Doc%20XXIII%20n.%208.pdf
  5. Giovanni Castaldi, Direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), “L’azione di prevenzione e contrasto del riciclaggio”, 28 giugno 2011, audizione presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali anche straniere, in http://www.bancaditalia.it/homepage/notizie/uif/AUDIZIONE-COMMISSIONE-ANTIMAFIA.pdf
  6. Ranieri Razzante, “Il rischio riciclaggio nell’attività di intermediazione finanziaria”, in Finanziaria – Quadrimestrale di Economia e Finanza Aziendale”, n. 1/2011, qui in pdf http://www.airant.it/system/files/Finanziaria%20n.1-2011.pdf
  7. http://www.compliance-normativa.it/article/compliance-antiriciclaggio-le-novita-del-2010
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April 7, 2011

Premio Wikimedia Italia 2010: Wiki@Home intervista Fabrizio Colombo

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giovedì 7 aprile 2011

Fabrizio Colombo premiato da Frieda e CristianCantoro

Il 12 settembre 2010 è stato assegnato a Mantova in occasione del Festivaletteratura il Premio Wikimedia Italia. I contenuti quest’anno dovevano riguardare l’Africa. Il premio in denaro è andato alla trasmissione Ponte Radio. Una menzione speciale è andata al progetto Nigrizia Multimedia, la sezione dedicata ai contenuti multimediali di Nigrizia, la rivista italiana mensile dei padri comboniani dedicata all’Africa.

CristianCantoro ha intervistato Fabrizio Colombo, direttore responsabile di Nigrizia Multimedia.

Intervista[]

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Siamo ancora da Mantova, dal Festivaletteratura. Menzionato speciale per il premio Wikimedia Italia 2010 è stato il progetto Nigrizia Multimedia. Siamo con Fabrizio Colombo, che è il direttore responsabile del progetto. Ciao Fabrizio, puoi presentarti?

Fabrizio Colombo: Salve a tutti, sono Fabrizio Colombo. Innanzitutto sono un missionario comboniano e mi occupo di Nigrizia Multimedia, quindi tutta la parte multimediale di Nigrizia, che è una rivista che esiste dalla fine del XIX secolo – perché è dal 1883 che esiste la rivista – e nell’ultima decina d’anni si è fornita di un sito web e anche di tutta una parte multimediale, sia di video che di audio, perché da anni esiste una radio web che si chiama Afriradio e tutto fa parte di questo progetto. Quindi mi occupo di tutti questi aspetti multimediali: web, audio, video.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Che tipo di materiale raccoglie Nigrizia?

Fabrizio Colombo: Nigrizia è principalmente una fonte d’informazione sul continente africano. Lo fa sul cartaceo, come rivista, da ormai più di 150 anni, ma naturalmente con le nuove tecnologie anche sul web: quindi abbiamo un sito internet che ogni giorno pubblica attualità dedicata all’Africa, con degli articoli. Il sito è fornito anche di una mappa interattiva del continente africano, quindi uno può andare stato per stato a vedere sia i dati dello stato sia tutta l’evoluzione economica, sociale, politica, che viene aggiornata continuamente, e ovviamente gli articoli correlati a quel paese. In più, da due anni, come dicevo, abbiamo una radio web, che trasmette 24 ore su 24 notizie, musica e contenuti sul continente africano. Si chiama Afriradio, la radio con l’Africa dentro, in quanto abbiamo dei giovani africani che lavorano con noi. Oltre alla radio web, che comunque mette in podcast (in libero download) i vari programmi che sono su questa radio, abbiamo anche un settore video che da più di un anno mette anche degli elementi video, interviste che facciamo in giro, incontri, eccetera, sempre dedicate all’Africa o al mondo delle migrazioni, su YouTube. Questo in generale è quello che facciamo sui contenuti multimediali.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Con quale licenza sono rilasciati i materiali che sono all’interno del vostro sito?

Fabrizio Colombo: I materiali, per il momento solo gli articoli, per cui diciamo tutta la parte scritta che possiamo trovare sul nostro sito, vengono rilasciata con una licenza Creative Commons, e quindi uno può scaricare liberamente ed usare tutti gli articoli. Ricordo che abbiamo un archivio di più di 12.000 articoli, che risalgono anche al vecchio archivio di Nigrizia, e che stiamo pian pianino digitalizzando, perché è un lavoro abbastanza lungo.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Perché avete scelto questa licenza per il vostro materiale?

Fabrizio Colombo: Innanzitutto, e lo dicevo anche prima, per evitare dei falsi giudizi sul continente africano, delle considerazioni erronee, e per il fatto che sappiamo che c’è ancora molta ignoranza sul continente africano, abbiamo deciso di rilasciare tutto liberamente proprio per una maggiore conoscenza del continente. Chi scrive per Nigrizia sono sempre esperti, Nigrizia è e resta uno dei giornali di riferimento in Italia sul continente africano, quindi non c’era niente di meglio che rilasciare liberamente questa conoscenza di modo che tutti possano usarla e ripubblicarla, insomma fare quello che vogliono.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quali progetti avete per il futuro?

Fabrizio Colombo: Già tutte le nostre trasmissioni, ma ad esempio anche le conferenze a cui partecipiamo come media partner, le rimettiamo tutte in podcast, quindi sono anche quelle liberamente usabili per un download e quindi un riuso. In futuro sarebbe interessante e vorremmo fare la stessa cosa per le immagini, cioè per le fotografie. Abbiamo tanti fotografi che collaborano con Nigrizia, c’è tra l’altro sul sito una rubrica che è chiamata “Il Fotografo”; l’ideale sarebbe per il futuro rilasciare in libero uso, con una licenza Creative Commons, anche le immagini. Questo è un po’ il progetto. Ma ci vuole un po’ di tempo per convincere tutti a lasciare le cose libere.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Allora non mi resta che augurarvi in bocca al lupo, e buon lavoro!

Fabrizio Colombo: E grazie a voi di tutto.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Grazie a te.

Fonti[]


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November 3, 2010

Premio Wikimedia Italia 2010: Wiki@Home intervista Francesca Re

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mercoledì 3 novembre 2010

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CristianCantoro intervista Francesca Re

Il 12 settembre 2010 è stato assegnato a Mantova in occasione del Festivaletteratura il Premio Wikimedia Italia. I contenuti quest’anno dovevano riguardare l’Africa. Il premio in denaro è andato alla trasmissione Ponte Radio – Contaminazioni sonore tra Mozambico e Trentino, nato dalla collaborazione fra Sanbaradio, webradio universitaria di Trento, Consorzio Associazioni con il Mozambico, Movin’ Sounds e RadioStudio7.

Clicca sul bottone qui sotto per ascoltare l’intervista di CristianCantoro a Francesca Re, direttrice responsabile di Sanbaradio e una delle conduttrici della trasmissione.

Gnome-dialog-question.svg
Intervista a Francesca Re (info file)

Trascrizione dell’intervista[]

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Siamo dal Festivaletteratura di Mantova con il Ponte Radio tra il Trentino e il Mozambico. Stiamo intervistando Francesca Re, ti puoi presentare?

Francesca Re: Io sono Francesca Re, sono la direttrice di questa radio universitaria di Trento, SanbaRadio, che è gestita dalla cooperativa Mercurio. Siamo in onda da più o meno un anno e mezzo; chiaramente, l’idea è più vecchia, ci abbiamo messo un po’ a partire, ma ora siamo operativi. Il target di riferimento è la popolazione universitaria di Trento, ma non solo.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Puoi descriverci in particolare il progetto per cui siete stati premiati, cioè il Ponte Radio?

Francesca Re: Ponte Radio fa parte di un progetto più ampio che si chiama Altre frequenze, che è nato dalla collaborazione fra SanbaRadio, RadioStudio7, il CAM (il Consorzio Associazioni con il Mozambico, di Trento, che ha vari progetti, in particolare con la zona di Caia, che è un paese in Mozambico vicino allo Zambesi), e Movin’Sounds, che è un’associazione che si occupa di musica, e in particolare di promuovere la musica dei gruppi della Valsugana e del Trentino. Ci siamo riuniti perché volevamo creare un collegamento tra la realtà delle radio e della musica trentini e la radio comunitaria di Caia, nata da tre anni con il supporto del consorzio trentino. Da un brainstorming che abbiamo fatto è nata questa idea, ed è nato questo programma che presenta in ogni puntata un gruppo musicale trentino ed un gruppo musicale mozambicano. Viene fatta un’intervista ad entrambi e vengono fatti ascoltare i brani musicali di entrambi i gruppi, sia versioni da CD, se ci sono, ma anche registrate col microfono direttamente da esibizioni live o registrate in studio da SanbaRadio. Sono state in numerose occasioni fatte dal vivo, direttamente dagli studi di SanbaRadio. Poi durante l’intervista venivano chieste informazioni sui gruppi, sui gruppi di riferimento, sulla storia di queste band, sia trentine che mozambicane, e poi veniva dato un messaggio dal gruppo trentino a quello mozambicano e viceversa. In tanti hanno espresso il desiderio di incontrarsi e magari di fare un concerto insieme, quindi speriamo che questo contatto vada avanti o con un’altra edizione di Ponte Radio (o con un altro nome nell’ambito di Altre frequenze) oppure magari con un incontro vero. Ricordo che la trasmissione è andata in onda su SanbaRadio e andrà in onda anche su RadioStudio7 integralmente: le puntate le abbiamo fatte assieme, dividendoci il lavoro, e vanno in onda nella stessa forma su una radio e l’altra.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg con quale licenza avete rilasciato la vostra trasmissione?

Francesca Re: Creative Commons Non opere derivate – Non Commerciale

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Perché avete scelto questa licenza semilibera?

Francesca Re: Un po’ in generale come impostazione nostra, un po’ proprio per il tipo di programma ci piacerebbe se qualcun altro mandasse in onda questo programma o potesse diffonderlo, perché è un bel messaggio per conoscere sia la realtà trentina che la realtà mozambicana e anche un programma che ha degli spunti innovativi. Quindi più gira il mondo meglio è. Già da prima di fare questo programma, la logica della nostra radio, in quanto radio comunitaria universitaria, e di altre radio italiane universitarie con cui noi siamo in contatto attraverso un circuito di radio universitarie (Ustation), è quella della condivisione. In generale è stata anche prevista sul portale di Ustation la possibilità di mettere programmi che altre radio prendono. C’è questa logica di scambio e di libero scambio, che ci è congeniale.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quali sono le difficoltà maggiori che avete dovuto affrontare per dare vita ad un progetto così interessante?

Francesca Re: Bisogna dire che grazie alla collaborazione di tutti i soggetti, compresi i gruppi, le difficoltà in questo caso sono state poche. In generale chiaramente tutte le radio – parlo delle radio ma è una cosa che riguarda un po’ tutte le realtà dei media ed anche editoriali – devono poi “fare i conti” con dei vincoli presenti in Italia, primo tra tutti per quello che ci riguarda la SIAE. Bisogna vedere prima se i gruppi sono iscritti SIAE o no, quindi non sempre è possibile in realtà dare questo tipo di prodotti in Creative Commons, anche perché noi ad esempio usiamo anche lo streaming ed il podcast e per il podcast dobbiamo tagliare le canzoni perché anche per quello sono previste delle ulteriori tariffe. Ci sono quindi delle regole da seguire che ogni tanto magari limitano questa libera circolazione dei programmi, perché tanti gruppi sono iscritti. Magari un gruppo appena esce un po’ dal confine locale ha dei contratti con delle case discografiche più grandi e ha dei vincoli ancora maggiori; nel nostro caso è successo perché degli artisti hanno avuto particolare successo. In questo caso per i gruppi mozambicani c’erano chiaramente meno vincoli; per i gruppi italiani abbiamo trovato la massima collaborazione.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quali sono i progetti che avete in mente per il futuro prossimo?

Francesca Re: Speriamo che SanbaRadio in generale vada sempre meglio, e di ampliare sempre più la programmazione. Tra le idee che erano venute fuori già l’anno scorso e che speriamo di realizzare quest’anno c’è un programma dedicato proprio al significato ed ai prodotti realizzati in Creative Commons, dalla musica ai contenuti. Insomma, un programma interamente dedicato a questa tematica e quindi diffondibile.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Speriamo che il progetto vada a gonfie vele. Grazie mille!

Francesca Re: Prego!


Fonti[]


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October 13, 2010

Marco Salvia: chi copia Wikipedia

Marco Salvia: chi copia Wikipedia – Wikinotizie

Marco Salvia: chi copia Wikipedia

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intervista a cura di DracoRoboter con l’amichevole aiuto della comunità wikipediana, in particolare MM, Roberto Mura e Siciliano Edivad

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mercoledì 13 ottobre 2010

Wikipedia e i media tradizionali[]

Marco Salvia

Marco Salvia[1], scrittore e collaboratore di alcuni giornali, è l’autore dell’articolo “Mazzini e Carlo Alberto – Gelmini copia dal sito Wikipedia” pubblicato originariamente[2] su l’Unità e poi ripreso da Giornalettismo.com[3], in cui ha commentato l’evidente copiatura da parte del Ministro dell’Istruzione di contenuti presenti su Wikipedia senza essere stati citati come tali. Il fatto ha suscitato scalpore nella comunità wikipediana, dal momento che l’enciclopedia libera viene spesso citata come esempio di imprecisione e scarsità di affidabilità, mentre allo stesso tempo è usata come fonte da un gran numero di utenti e istituzioni. A seguito dell’articolo e della successiva discussione tenutasi su Wikipedia fra i vari utenti, Marco Salvia ha accettato di rilasciare una breve intervista le cui domande sono state formulate dai contributori attivi di Wikipedia, e che è presentata qui di seguito. A questa intervista seguirà la risposta condivisa che la comunità wikipediana vorrà dare alle domande fatte.

Intervista[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Qual è il suo rapporto con i nuovi media? In particolare usa personalmente Wikipedia e conosce, e magari utilizza, le licenze libere?

Marco Salvia: Ottimo, almeno credo, cerco di tenermi costantemente aggiornato. Ho un blog che mi impegna abbastanza e i motivi per cui ne ho creato uno anzi un altro visto che sono innumerevoli; è che questo è un mezzo espressivo più libero perché alla fine il blogger non è solo autore ma anche editore quindi detta la linea di pensiero come farebbe e fa il direttore di un giornale.

Non uso Wikipedia molto spesso, mi capita di cercare delle voci su Google quando non so una cosa, come tutti credo, e Wikipedia è tra le fonti possibili cui fare riferimento. Uso anche una classica enciclopedia vecchio stampo e alcune enciclopedie su DVD oppure on line e queste sono normalmente tra le fonti che consulto per lavoro. In ogni caso è però necessario fare dei confronti tra le varie informazioni.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Nel suo articolo ha definito Wikipedia “non una vera enciclopedia”, secondo lei, quali sono le caratteristiche che fanno di un’enciclopedia una “vera enciclopedia”?

Marco Salvia: Quello che intendevo dire forse è espresso male e me ne assumo la responsabilità, ma era il modo più veloce per far capire ai lettori non pratici, che chi ha copiato non poteva essere matematicamente sicuro della esattezza totale delle informazioni. Questo per la natura stessa del progetto e non per presunte vostre negligenze. Volevo dire che Wikipedia non è un’enciclopedia tradizionale (in cui una singola voce è presumibilmente opera di un singolo specialista e dove prima della stampa bisogna essere comunque certi di quello che si è scritto) sottolineavo dunque che a mio parere proprio per il modo aperto in cui funziona e per i tempi di controllo necessari a stabilirne la veridicità, l’indipendenza concettuale o anche per il semplice aggiornamento, essa non è ad oggi pienamente affidabile o libera da possibili manipolazioni ed il ministero comunque doveva essere in grado di produrre da sé e con parole proprie delle note storiche, era il minimo. Se poi le hanno copiate, dovevano citare la fonte. In definitiva però era una cosa da ridere, è un bene che la cosa abbia aperto una discussione più complessa.

Per quello che concerne Wikipedia, questa è a mio parere un progetto utopico di grande spessore. L’idea della conoscenza libera è rivoluzionaria, ma questo non è il mondo e la società in cui questo tipo di utopie saranno realizzate. Con internet avemmo una chance, ma è bella che andata. A costo di sembrare cinico questo è quello che l’esperienza mi suggerisce. Capisco, però: l’intento è positivo e sono solidale, soltanto non lo credo possibile. E i segnali a mio parere vanno in questa direzione.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Spesso i giornali utilizzano Wikipedia senza citarla come fonte, in particolare per le biografie da pubblicare all’annuncio della morte di un personaggio. In generale questo accade anche se si riprendono notizie o commenti pubblicati su altri siti web, come per esempio i blog. Quali pensa che possano esserne i motivi di queste mancate citazioni e come mai sembrano interessare più quanto pubblicato on-line che quanto pubblicato in forma cartacea?

Marco Salvia: Si questo è in effetti quello che accade, “normalmente”. Con le fotografie non si riesce nemmeno più a capire quale sia la vera fonte da citare, per cui questa pratica di prelevare una tra le tante copie è oramai assunta a normalità; è tanto diffusa che i giornali stessi, se hanno bisogno di una foto ordinaria, la cercano in rete. Per quanto riguarda i testi è in parte lo stesso: ma un testo copiato basta modificarlo ed è difficile provare la cosa, perciò non citano la fonte mai o quasi mai, non solo con Wikipedia ma con tutti in rete. Nel mio caso specifico per il pezzo sulla Gelmini uscito su “l’Unità”, in rete è reperibile tutta la dinamica che ha portato alla pubblicazione: ho trovato un’affermazione interessante on-line l’abbiamo verificata e pubblicata. Mi sembra una catena corretta.

Se non ho citato il blogger Tamas[4] è solo perché non sono riuscito a risalirci e poi non si sa mai come comportarsi, visto ad esempio che la blogger Catepol che ha collaborato con me e a cui ho chiesto se voleva essere citata ha rifiutato la citazione nel pezzo. A volte è tutto molto confuso se la fonte è un blog. E con i tempi giornalistici stretti tutto si complica.

Ha ragione a dire che le fonti sono adoperate come fossero cose proprie, ed è molto scorretto. Ma se pensa che per un articolo su di me, da pubblicare su di un quotidiano, un notissimo scrittore mi chiese di scrivermelo da solo e di aggiungere il suo codice per il pagamento capisce bene che gli scrupoli che ci si fa in generale sono davvero pochi. Tutto è però riconducibile a mio parere al modo assurdo con cui si lavora in Italia e al fatto che questi autori sono comunque davvero sottopagati; poi ci sono sempre gli scorretti.

Per la domanda sui “coccodrilli”, è evidente che il maggior vantaggio di Wikipedia e delle enciclopedie aperte in generale sulle fonti statiche, nella necessità di avere notizie aggiornate, fa facilmente propendere per il suo utilizzo rispetto ad altre fonti in cui l’informazione si ferma alla data di chiusura della voce stessa sull’enciclopedia. Andrebbe bene se si citasse la fonte.

Del resto però a cosa serve un’enciclopedia libera che nessuno può utilizzare? L’editoria tradizionale forse non ha ancora ben capito cosa significa una licenza Creative Commons o più verosimilmente fa finta di non capirlo. Bisogna capire però che per quanto riguarda la citazione dei libri a stampa questo accade molto meno perché esistono dei canoni precisi, come si evince anche da uno scritto della professoressa Maria Gioia Tavoni[5]. Esistono cattedre di Bibliografia.

Per quello che concerne le citazioni dalla rete, per la natura stessa della rete e lo scambio di informazioni implicito che rappresenta, tutto ciò è molto più complicato, rende più facile il lavoro di chi vuole usare e basta senza riconoscere l’impegno altrui. Ma è anche la sua grande forza e libertà. Sono contraddizioni in cui siamo sempre più immersi.

Recentemente in Francia vi è stata un’ampia polemica sul plagio e anche in Italia Il Sole-24 Ore se ne è occupato[6]. Simili confronti aiuterebbero a vederci chiaro, quindi fate molto bene a confrontarvi. Ho capito che vi sentite maltrattati dalla stampa che vi usa e poi vi “disprezza” anche perché siete tutti dei volontari quindi dei sognatori in un certo senso. Questo finirà quando nessuno più troverà opinioni personali o informazioni errate o confusionarie in Wikipedia, ma è un lungo lavoro ammesso che con la formula attuale sia possibile. Soprattutto finirà quando l’autore di una voce plagiata sporgerà regolare querela. Perché non lo avete fatto con la Gelmini e con il ministero? Siete ancora in tempo.

Comunque ci sono cose confuse su Wikipedia, troppo confuse. Come ho detto io stesso sono ansioso di capire se la nota biografica sul ministro Gelmini apparsa tempo fa e in cui la si dichiarava figlia di tale Frate Eligio, fratello del più noto Piero Gelmini della Comunità Incontro, attualmente sotto processo, sia vera. Se no come è stata possibile una tale affermazione? Chi l’ha messa e chi l’ha rimossa e perché? Come vede Wikipedia per sua natura se si compiono gravi errori o se si dice il vero e poi si ha paura si presta il fianco a speculazioni molto forti specie nelle voci che hanno a che fare con la politica.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Wikipedia è “nata da un errore” e continua ad essere “un errore” e sta in piedi mediante paradossi. Le voci sono scritte da volontari che non sono pagati per fornire un servizio, ma che lo fanno per pura passione e per desiderio di condividere la conoscenza. Secondo lei, in potenza o in atto, questa presenza è una rivoluzione nell’ambito dell’editoria?

Marco Salvia: Non conosco a sufficienza la storia di Wikipedia: so che era la parte libera di una enciclopedia a pagamento, che poi ha sovrastato la parte a pagamento diventando il core business, ma non so se vi riferite a questo fatto. Il desiderio di “condividere conoscenza” è a mio parere un po’ naif, bisognerebbe prima mettersi d’accordo su quello che si intende con questo termine. È possibile condividere nozioni, ma le nozioni non sono conoscenza perché ogni nozione o informazione per diventare conoscenza deve essere trasportata a livello dell’esperienza della persona che la adopera. Solo così, amalgamando l’esperienza individuale con la nozione, questa può diventare cultura personale rivendicabile e quindi “conoscenza”. Per questo campo enciclopedico on line preferisco parlare di nozioni condivise.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Quanto conta, nelle periodiche stroncature che Wikipedia riceve, il fatto che questa enciclopedia impone il fastidioso requisito della neutralità dei dati che fornisce? Si può, in una testata d’opinione, separare il fatto dal commento?

Marco Salvia: Questo è un altro parametro che crea confusione. Cos’è Wikipedia? È davvero neutrale, se ci sono tante persone che scrivono? Perché Tamas la tacciava di vocazionismo neo borbonico? Mi sembra anche che Tamas sia uno storico. Voi potete richiedere neutralità; ma la ottenete? Se è un’enciclopedia on-line e basta deve attenersi ai fatti come la corrente storica prevalente li racconta senza stravolgere tutto con opinioni non verificabili. Se poi l’intento di Wikipedia è riscrivere la storia, questo sarebbe fantastico perché certo la storia che si insegna non è un esempio di indipendenza del pensiero e nessuna enciclopedia è scevra da manipolazioni. Questo significherebbe però addirittura un lunghissimo lavoro d’indagine su singoli argomenti. E se c’è qualcuno che fa questo gratis, non avrà comunque anch’egli un suo obiettivo qualsivoglia da raggiungere?

Siamo in un mondo in cui fare niente per niente non è affatto popolare. Ma scrivere una nuova storia del mondo attraverso la collaborazione spontanea di persone non retribuite mi sembra ben oltre perfino le utopie più ardite. Scrivere un’enciclopedia diversa, non omologata, questo si è alla portata odierna del progetto, ma ci vorranno anni di severi controlli sulle voci e quando una voce è chiusa che resti chiusa a meno che nuovi fatti o scoperte non si producano. Ma nuovi fatti e non altre estemporanee opinioni.

Io ho grande simpatia per i sognatori; voi siete sognatori di successo perché è stato un incredibile successo quello di Wikipedia, ma forse oggi quello che abbiamo non somiglia più al sogno primigenio. Inutile sbatterci la testa perché Wikipedia viene trattata male dai giornalisti che poi invece la usano: di ipocriti è pieno il mondo. L’importante se si crede al progetto è renderlo sempre più affidabile e se c’è un pezzo di storia che vale la pena per le vostre informazioni (non opinioni) di essere riscritto in modo diverso dalla massa delle altre fonti, fatelo. Questo anche per una sola voce sarà già un fatto rivoluzionario.

E qui torniamo alla Gelmini: scriveste che è figlia di padre Eligio, quale era la fonte?


Note[]

  1. Il Blog di Marco Salvia. URL consultato il 13-10-2010.
  2. Marco Salvia. Mazzini e Carlo Alberto – Gelmini copia dal sito Wikipedia (pdf), pp. 13. l’Unità, 29 settembre 2010. URL consultato il 13-10-2010.
  3. Dipocheparole. La Gelmini copia da Wikipedia l’opuscolo per le scuole. Giornalettismo.com, 29 settembre 2010. URL consultato il 13-10-2010.
  4. Tamas. L’altro giorno mia madre, che è preside, è stata … in ohshhh!. 24 settembre 2010. URL consultato il 13-10-2010.
  5. Maria Gioia Tavoni, Modelli di Citazioni Bibliografiche per Tesi di Laurea:
    « 
    1. In linea generale, la successione delle informazioni nella citazione bibliografica è la seguente: Autore/i, titolo, informazioni di edizione, altri contributi secondari, luogo di edizione, casa editrice, anno di edizione.
      es. Carlo Revelli, Il Catalogo, in collaborazione con Giulia Visintin, Milano, Editrice Bibliografica, 1996.
    2. Per ottenere le informazioni bibliografiche si deve far riferimento in primis al frontespizio dell’edizione citata. Tutte le informazioni colte da fonti esterne ad esso (verso del frontespizio, colophon, ecc.) saranno poste, se si desidera, fra parentesi quadre.
      es. Mario Pazzaglia, Manuale di metrica italiana, [Firenze], Sansoni, [1994].
    3. Quando la responsabilità è diretta, l’autore o il titolo (nel caso di edizioni miscellanee o anonime) si citano per primi, con il cognome dell’autore in maiuscoletto, seguìto da virgola. »
  6. Da Houellebecq all’ing. Filipuzzi, la possibilità di un plagio non ha confini. Il Sole 24 ORE, 7 settembre 2010. URL consultato il 13-10-2010.

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May 11, 2010

Interview with Umberto Eco

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Interview with Umberto Eco – Wikinotizie

Interview with Umberto Eco

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intervista a cura di staff Wiki@Home

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martedì 11 maggio 2010

Umberto Eco photographed in his living room by the reporter of Wiki@Home.

Wiki@Home is pleased to present an interview with Umberto Eco. Professor Eco received wikimedian Aubrey in his home in Milan for a chat about Wikipedia, the Internet, collaboration, and of course books. The interview took place in Milan on April 24, 2010.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgThank you very much for the opportunity you gave us. Our community really wanted to interview you, especially since you are one of the very few important exponents of the Italian cultural world who approached Wikipedia without bias, describing and criticizing it, but nevertheless using it. You wrote several articles about it, the latest in 2009 if I recall correctly. Could you try to re-explain your views about Wikipedia?

Eco: I am a compulsive user of Wikipedia, also for arthritic reasons: the more my back hurts, the more it costs me to get up and go to check the Treccani, so if I may find someone’s birthday on Wikipedia it’s all the better.

I am a car user and could not live without them, but this does not prevent me from stating all the defects and troubles of cars.

I once made a distinction between things good for the poor and things good for the rich, where rich and poor have no immediate connotation in terms of money, but in terms, say, of cultural evolution … A graduate is rich, an illiterate is poor. There can obviously be a big entrepreneur who is poor and a little clerk who is rich.

Television thus is good for the poor and bad for the rich: it taught the poor to speak Italian, it is good for old women who sit alone in the house. And it harms the rich because it prevents him from going out and seeing things more beautiful at the cinema; it restricts his ideas.

The computer in general, and the Internet in particular, is good for the rich and bad for the poor. That is, Wikipedia is good for me, because I am able to find the information I need; I do not trust it, because everyone knows that as Wikipedia grows, the errors also grow. I found steep follies written about me, and if no-one had pointed me to them, they would be there still.

The rich are grown-up people, they can compare the information. I look at the Italian Wikipedia; I’m not sure that the news is correct, so I go to check the English version, then yet another source, and if all three tell me that this gentleman died in 371 AD, then I begin to believe it.

The poor picks the first piece of data he gets, and that’s all folks. So Wikipedia, like the whole Internet, has the problem of filtering the news. It keeps both false and real news; but the rich know filtering techniques at least for the areas they know how to check. If I have to do a search on Plato, I have no problem immediately identifying the sites written by madmen, but if I am researching stem cells it’s not certain that I can identify the wrong sites.

So there’s this huge problem of filtering. Collective filtering is useless, since it could be subject to fluctuations. I noticed that in a certain period of Berlusconi’s triumph people went looking for information about me in right-wing books and placed it in Wikipedia: as propriety prevents me from changing it directly, I left it. But obviously it was an entry made by the winners of the moment.

Collective control is therefore useful up to a certain point: it is conceivable that if one gives a false length of the equator, sooner or later someone will come along and fix it, but correction of more subtle and difficult issues is more complicated.

And it seems to me that the internal control is minimal, that is, it cannot control the millions of new changes flowing in. At most, it can check if a madman wrote that Napoleon is a racehorse, but there’s not too much it can do.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgThere is a particular filter. The community organizes itself in groups of people who spontaneously look at the list of “Recent Changes” and try to pay attention to serious errors, vandalism, people who delete paragraphs, etc. There are various quantitative software tools that help.

Eco: There’s assistance in case of insults, right. But those are the big things.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgYou are right, they are the easiest ones. Dealing with subtler things is much more complicated. Some research supports the finding that the more there is a community of people (a group of people) interested in a topic, the better. Indeed, such people save pages in a personal favorite list (watchlist, as they are called in Wikipedia jargon). For example, if I have your page in my watchlist I get a report when someone changes it, and I can check what happened: through a diff mechanism, a sort of collation, I see what has changed and I can see if it is correct or not.
The principle of Wikipedia, in a certain sense, is that the more people there are, the more they are interested, the better the work is done. This is a bit of a paradox. There has been some research on it, the last I remember was in February 2007, from HP Labs in Palo Alto. It was purely quantitative and statistical, based on the English Wikipedia; it found out that the pages with more changes are on average those with the highest quality. The more people there are, the better it is. Then there’s the actual problem of the long tail. There are so many pages just fairly important or problematic or debatable. The page about you, for example, may fall into this set of pages, and besides it’s a biography. Biographies of living persons are the most problematic, because of recentism (adding useless tidbits which happened just now), identification of the sources, etc. All biographies are generally a problem, although in the case of historical figures there is more agreement. I find it interesting to look at the discussion pages which in theory should be the most problematic, on topics such as creationism, or intelligent design. In the English-language Wikipedia they are abysmally long, because people often quarrel not just over whole paragraphs, but over individual words, or the starting sentence. It’s better to have more eyes, like the “wisdom of crowds” theory by Surowiecki, that says that when there are 4 parameters (independence, diversity of opinion, aggregation, decentralization), on average, judging by a crowd is better than that of the experts.

Eco: I don’t quite agree with this. I am a disciple of Peirce, who argues that scientific truths are, ultimately, approved by the community. The slow work of the community, through revisions and errors, as he put it in the nineteenth century, carries out “the torch of truth”. The problem is the definition of truth.

If I were forced to replace “truth” with “crowd”, I would not agree. If you make a statistical analysis of the 6 billion inhabitants of the globe, the majority believes that the Sun revolves around the Earth, there’s nothing you can do. The crowd would be prepared to endorse the wrong answer. This also happens in a democracy: we are noticing it these days, the crowd votes for Bossi. To carry on his coup d’état, Napoleon III broadened out the electorate and included the peasants, because the crowd of the countryside was more reactionary than the crowd of the cities.

We must therefore find another criterion, which I think is the motivated crowds. People who work on Wikipedia are not just an aristocracy, just professors, but they are not the indiscriminate crowd either: they are the part of the crowd who feels motivated to work with Wikipedia. Here it is: I’d replace the theory of the “wisdom of the crowd” with the theory of the “wisdom of the motivated crowds.” The general crowd says we should not pay taxes; the motivated crowd says that it’s fair to pay them. In fact, it’s not the ditch diggers or illiterates who contribute to Wikipedia, but people who already belong to a cultural crowd for the very fact they’re using a computer.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI found very interesting the sentence you quoted from Peirce, which you used also in an article from the newspaper “Unità”. You said you should switch the word “truth” with “crowd”; I’d rather think about definition of “community”. Who’s the “community”?

Eco: Peirce was thinking of the scientific community, of course; especially in his time, it was definitely separated from the common crowd.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI think that in a world like ours it’s more difficult to discriminate between “real” experts: often a degree does not make a real expert from an expert. Maybe there are some hardcore fans who have more expertise on a topic than the alleged experts. There has been on Wikipedia, at least at its beginning, a shift of the meaning of authoritative, from mighty to influential. The Wikipedia community is much “flatter” compared with the academic or scientific hierarchy, there is no hierarchical authority like we are used to. What “you” say at one time in a given context, and everything you said before, vouches for “your” authority. Many times people listen to the content of a message, without looking at the sender. In such a sense, this can lead to a different mechanism that carries on the torch of truth. A mechanism where we look at the information, at the message, not at those who sent it. Even in science and the scientific community there are fashions, forces (think of our leaders ): in fact, we study the sociology of science. In this sense, Wikipedia perhaps led, or perhaps gave some glimmer of something new. I do not know if you agree with this.

Eco: Wikipedia has two unrelated functions in my opinion. The first one is to allow quick searches for information, and it is just an extension of Garzantine [a popular Italian series of compact encyclopedias], period. The other, and this is what we are talking about now, is whether the control from below can be many times more successful than the control from above. Since the world is full of expert idiots, certainly it can be.

Just an example: some days ago I was correcting an essay about Benedetto Croce. Croce, building on his authority, spread false ideas for 50 years in Italy, and everyone in Italy had accepted them, without considering that he knew nothing about art. He was the aesthetics master for two or three generations without having understood anything about art. So you see, sometimes the authority… Responses of artists, children, students would have been really more useful. This control by the mass can, produce a development in the long run, as Peirce said.

But I keep saying that I am increasingly exposed to the risk of my inability to filter the news. Lately I started writing down some false information, some errors that one can find in Wikipedia. In the same article, for example, there were two contradictory reports, a sign that there had been an amalgam.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSo you don’t edit the pages of Wikipedia?

Eco: Not in that case. I don’t edit pages, except for the page about me when I found it written that I married the daughter of my publisher, since as a matter of fact I didn’t. Poor soul, she ran such a risk! [laughs] Another time I was described as the eldest of 13 brothers.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgThat was your father, right?

Eco: Yes. If the error was made by another person, I don’t see why I should waste my time to correct it. I am not the Red Cross. [laughs, N.d.R]

Thus, I actually noticed that there was a contradiction, within the same article. The problem is that I’m good, I can notice the error, because that’s my job; another person, less competent, could read just half of it and take the first version.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI just wanted to understand if you did not edit and correct errors for a matter of time, or if there was another reason. Maybe you did not want to be recognized…

Eco: Of course, it’s a matter of time. When I write, I consult Wikipedia 30–40 times a day, because it is really helpful. When I write, I don’t remember if someone was born in the 6th century or the 7th; or maybe how many n’s are in “Goldmann”… Just a few years ago, for this kind of thing you could waste a lot of time. Nowadays, with Wikipedia and Babylon, which checks the spelling, you can save a lot.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgAccording to you, how much is the wiki model “exportable”? Here the term wiki is indicating a strong collaboration, in which there is collaborative editing. That means having a text that is collectively edited.

Furthermore, this often implies that the text itself is free, meaning released with a free license. This mechanism is obviously related to several issues: the issue of filtering, the issue of bottom up vs. top-down process, as well as the issue of having a community of peers with different values and motivations than a scholar community.

The wiki world developed different projects: for example, Wikiquote, a free quote compendium (many are yours), or Wikisource, a wiki digital library.

In your opinion, is this experience exportable to other writing mechanisms not aimed to collective knowledge production, as Wikipedia is?

Wikipedia, in fact, was born as an encyclopaedia developed within a wiki, a specific software, and has been a great success, against all odds. People have tried several times to build similar projects: the Los Angeles Times, once, tried to aggregate collective editorials, it was a failure. Thus, it seems that some projects can be collaboratively developed, meanwhile some others can’t.

Eco: You are now talking about collective collaboration. Well, there are a few things that the Internet provides: the first are mere data, as the train schedule that no one can correct. Another is encyclopaedic information, which can always be corrected, because the author could be wrong or simply has not said everything yet. The third ones are texts: should I edit other’s texts? Moreover, there is the whole universe of blogs and Facebook; but it doesn’t matter right now, they are people talking to each other, conversing.

In these very days I had to debate on Hypatia: I looked for some information on the Internet, and I found interesting and less interesting texts. But they are texts. The Internet provides us classical and contemporary texts, but if they are wrong or I do not agree with them I surely don’t edit them. I cannot say “Your opinion on Aristotle is wrong”.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSure. So I correct myself: someone’s interpretation is his own, and it has a value of its own.

Eco: More, it is signed. In fact I found many interesting documents that are not signed, I never understood why.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI had this idea, regarding texts. It is what in the scholar environment are called collaboratory digital library, namely digital libraries for philologists, Italian and Middle Age studies scholars…

Eco: Do you mean bibliographies?

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgNot necessarily. For example, I was thinking at the Perseus Project, a Tufts University project. The scholar community is provided with tools to work on ancient Greek texts, as linguistic analysis tools, collations, statistical analysis. A project where people collaborate together for a critical edition…

Eco: I stumbled upon some of them. Actually regarding Hypatia, I found a project where different scholars collaborate to translate a text from the 10th century.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgWhat is your opinion about scholarly collaboration in the humanities?

Eco: This is yet another topic. Congresses were made by textual critics to investigate this topic. These are truly auto-controlled communities.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCommunities of practice.

Eco: Yes, but where we know that a single scholar belongs to a single university, we know where he comes from. In this case, it happens something similar to when people used to collaborate in writing a book, and they needed to take the train once a week to meet and discuss. It is collaborative team work that is controlled by someone. It is not the wisdom of the crowds. It is simply the scaling and the simplification of the collective research work that once required filthy travels and nowadays it can be done online daily… I’d rather call them uncontrollable and controlled communities.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIt is very interesting when these controlled communities (which are granted and comes from determined institutions) do not have a hierarchy or a chief, but they auto-control themselves.

For example, I was thinking of a project for the Italian studies community, which could be granted from institutions and still let the community free to auto-control itself.

In your opinion, is this auto-organization also possible in these scholarly communities?

Eco: I recall a conference in Bologna, about textual criticism studies, that was dedicated mainly to digital humanities projects and text research environments and functionalities. Evidently, this was a leaderless community, auto-controlled and leaderless. But “leaderless” is a phrase: because in scientific communities which self-legitimate there’s always someone who gains more authority: if an important philologist propose an interpretation, the others will follow.

Therefore [online collaboration within scholarly projects] it is not the same thing of Wikipedia.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSo you make it a question of limits, that more organized and less organized communities exist. The difference of the Wikipedian community is that it contains both university professors and teenagers.

Eco: Let’s take as an example the magazine Nature. In the scientific world, if a paper appears on Nature – where a peer review has been carried out and there’s a wide control – it’s taken seriously. It’s anyway possible that Nature can make a mistake and reject a brilliant paper: nonetheless Nature is considered a center of reliability, with fringed boundaries. Because an error, or a small academic revenge, can always happen…

Now take me as an example: with my age and my body overweight I entered the high-glycaemia phase of a type II diabetes. Once, the limit for defining glycaemia “high” was 140, today it’s 110: we all know that this new limit has been set by the pharmaceutical companies for selling their products. So, 140 is risky, maybe 110 is too low, one can get along with, say, 120. Maybe in a decade the limit will be adjusted to 120, or they’ll decide that 110 is good in terms of preventive medicine [laughs]. We realized that swine flu was partly rubbish, spiced up by the vaccine manufacturers. We realized it too late, after billions had been spent; we realized that far fewer people than expected died, that they maybe overstated it.

In one way or another things fall into place: these are the controlled communities, not anarchical, but with a fringed authority. That has nothing to do with Wikipedia, where the anarchy is bigger.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgThis difference of fringes, limits and, in a sense, also of scale is very interesting. In one type of community the collaboration is truly anarchical, in the other there’s an adjustment…

Eco: There is an adjustment. Galileo, Tycho Brahe and Kepler in the end agreed that Kepler was right. Infinitesimal calculus has been discovered both by Newton and Leibniz but in the end everybody agreed with Leibniz. [he laughs]

They might have been the wrong choices, but they’ve been made that way.

There wasn’t any authority, the emperor, who decided it. It’s been a collection of habits and applications.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn your opinion there is a difference between hard and soft sciences in approach towards collaboration

Eco: Right now, yes, We all know this. In hard sciences there is measurability of data that is absent in soft sciences, unless soft sciences are a parody of hard sciences, as in analytic philosophy.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgTalking about the collaboration, before, you said “this is fabulously interesting, but not surprising.”

Eco: Sure. The Accademia del Cimento began first! And without the Internet. [he laughs]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgBut now the scale is different.

Eco: First there was a few of them in Florence, then a few more at the Royal Society; now it’s a crowd.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgA crowd that can collaborate with Thai people, with American people, in a synchronous or asynchronous way, in a ubiquitous place like the internet. The possibilities are different.

Back to the previous point, in Wikipedia also we can notice a cultural difference between the articles about technology, science, maths, physics and the articles about humanistic topics. Humanistic articles are much less (philosophy, history, literature).

This in Wikipedia. Within the academic communities, in a similar way, there’s a different impulse to the collaboration. In the “soft” sciences, the authorship, the authoritativeness and even the interpretation, matter more.

Eco: For what are soft sciences, there is absolutely less impulse to collaboration. There is much more interest to be the main character of an idea, than being just a “water carrier”.

That’s for sure. A scientist in these cases is used to not being mentioned and to know that however is carrying forward a fundamental research. In soft sciences, this happens only to the exploited student who is sent to gather data that the professor will sign and profit by.

That’s an old story, there’s no escape from that…

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIt would be important to understand that this is a “natural” or cultural consequence. Could this humanities approach really change?

Eco: I don’t believe so. Think about ancient Greece. Plato and Aristotle, one being the other’s disciple, developed two opposite philosophies. On the other hand, Euclid came and it is still discussed, his fifth postulate survived for two thousand years.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Thus it’s a natural issue. Right?

Eco: Science is cumulative-destructive, it stores what it needs and throw away what it doesn’t require. Humanities are totally cumulative, they don’t throw away anything: in fact, there is always a return to the past.

On the other hand, they are totally destructive in the way, as Maritain stated regarding to Descartes, “a philosopher is a novice in the Absolute”. For Descartes, everything that philosophy stated before him was false. If a mathematician did that, it would be the end of mathematics.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgBack to the theme of the “strongly collaborative” projects, where there’s collaborative editing, what do you think of the authorship, of recognizing the intellectual property?

In volunteer-based projects like Wikipedia, the problem matters less, but given that the scientific world is moving toward more and more intense collaboration (and the humanistic world as well, although more slowly) we have to face the fundamental question of copyright.

In Wikipedia it’s been solved by adopting free licenses, and the culture of the nicknames – or no names – helps; in the academic and scientific world the culture of the name, related to important things such as a personal career, leads us to a complex problem of recognition of the intellectual property.

Eco: This is certainly coming out, also in the world of books; I think that in 50 years we’ll have a very deep mutation. We’ll probably have a cultural situation similar to the one in the Middle Ages, where comments and comments were produced, and the authoriality was lost. Then, from the Romanticism on, the authoriality became excessive.

But I cannot say up to which point we can reach a total anonymity. Although it can look democratic, total anonymity gives the idea that just one and only one truth exists. Can we have a moment in a future where Wikipedia itself, on certain articles (not the one about the multiplication table, of course), can open sections called “Conflicts” where – signed – different theses can appear in opposition?

In spite of the always present denying madman, we’re certain that Napoleon died in Saint Helena. That Pius XII did the right thing during the Holocaust, it’s an open debate. What does Wikipedia do? It says that Pius XII did not do enough (irritating millions of catholics)? It says he did (irritating millions of non-believers)? Or does it open an appendix in which a series of authors, each assuming responsibility for their words, expose in twenty lines the conflict of interpretation?

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg(Unfortunately without the internet we cannot check the article about Pius XII and the Holocaust), Wikipedia, that is following the principle of the neutral point of view, which is not the truth, but an unbiased point of view that can always be perfected, usually publishes a version of an article that includes the critics to that version. Following a principle of synthesis there are – unsigned – sections that might embody what you just said. As an example, the page about Silvio Berlusconi is problematic.

Eco: I never went to see it.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIt’s almost always semi-protected, it often being a theatre of quarrels. Anyway, we try to report both the positions. Of course there’s a hierarchy: there’s always a dominant position, introduced first, but followed by the second one. An example coming to my mind is the article about Beppe Grillo, where there’s his biography and then a section of critics, with the sources duly cited. The aim, then, is to report and synthesize on a page (or more, should it grow too much) what other people said. Wikipedia integrates, it’s a being that feeds from the outside, because it’s a tertiary source, not a primary source, and this is often forgotten. I don’t know whether a traditional encyclopaedia defines itself as primary or tertiary. For Wikipedia the sources are somewhere else, we just take from them. We cite them; if they say wrong things, we just cited them. There’s always bias in the choice of what to cite, where to cite and how to cite but, at the end, Wikipedia tries to report – with all its limits – the reality as faceted by the other sources. The problem of the hierarchy of the page is still present, and the fact that “there are no fact, but only interpretations”. In this sense there’s a very evident and aware temporariness.

Eco: Of course, everything can change tomorrow.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgWikipedia guidelines say that “A final version does not exist“. An article is always amendable. Culturally, maybe a Treccani doesn’t see its work this way.

Eco: No, because Treccani has many signed articles. The article “Fascismo”, written by Gentile, cannot be modified; either you delete it and substitute it, or you leave it like it is.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgArticle that, besides, was affected by its context: today, after seventy years, we’d say that the Treccani was biased.

Eco: Yes, that’s why it remains and is not modifiable, because that is the article and is not reprinted. They create an appendix, of course. The destiny of the Treccani is to wikipedize itself.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDo you think they’ll do it?

Eco: With the current speed of renewal of the culture, if an encyclopedia doesn’t go online for being updated month by month, it is doomed forever. Even when it talks about Parmenides, because even tomorrow a book casting a new light on him can be published… but never mind of Parmenides. Take “Aeroplane”, as example: who knows what the article about the “Concorde” said before the Concorde crashed.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgBesides, Treccani tried to “wikipedize” itself. They opened some articles, asking the users to send some edits in…

Eco: It’s a proposal for the Dizionario degli Italiani [a collection of biographies], but it’s being withdrawn. Since writing articles is too expensive, they asked the readers to “donate” some, not considering that revising those donations takes such a group of editors that the costs are higher than simply paying for the articles.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIt doesn’t look easy at all to find a solution to join a traditional model (authors, publishers, redactions) with something as anarchical as Wikipedia. One survives because it takes all: it always has an input from the users, because it picks everything up. And it’s free, for everybody: for those who make it and for those who read it. The other has a traditional model that cannot quantitatively stand the comparison and is hardly looking for an equilibrium, taking external contributions (without motivation, taking them and giving back absolutely nothing). Wikipedia is all for free, it’s a mutual donation, there’s a strong ethic thrust. The clash between these two worlds is not at all a banal question. Changing topic, I found it interesting that the process of “classification” did not have a big success in the collaborative environments. Except for the folksonomies, with people tagging sites and photos, on Wikipedia as well the categorization of topics is definitely incoherent and incomplete. It’s noteworthy that a process as important as the classification/categorization tends to be authorial, personal. In the internet I find few examples of complex categorizations done with a collaborative approach.

Eco: I’m not sure I understood well what you said, but if I did, all of this depends on the fact that – apart of botanic and zoologic taxonomies – a global classification does not exist, but only a local one does. In my last book “From the tree to the labyrinth”, I wrote a 100-page essay exactly about the history of the classification, from Porphirius’ tree to what we today dumbly call “ontologies”.

The problem here is that centuries have been spent in trying to make a total classification, but it’s impossible, it’s always local and in perspective. Consequently, it can be authorial and not collective. It’s a goal attainable in certain fields only, for example animals and trees, as they are universes somehow finite. And it leaves anyway big problems in the classification of the insects. And there’s the famous example of the ornithorhynchus, for which it took them eighty years, but they found an agreement, all together.

Animals then are finite and – one way or another – can be categorized. In those cases where elements are more disparate, instead, total and collective categorization is impossible.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgBack to something more trivial, in “Sei passeggiate nei boschi narrativi“, you talk about the book “Sylvie” by Nerval as a sort of destiny book, that you studied hundreds of times. The idea that one book corresponds to one person is very striking. Do you still believe in it?

Eco: Yes, although probably there’s more than one book for each person. Yes, I do. But this question is like “Why did you care about the Middle Ages?”, that it’s like asking “Why did you marry that one and not another?” [he laughs] If you’re interested, I made the translation of that book and talked about it in a collection of essays about literature… but this has nothing to do with the question.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDo you know about free licenses? They were created in the ’80s and allow re-using, sharing, also editing of the content; very important characteristics in the digital world. Wikipedia too was born within this world and releases its content under a free license. How do you see the world of intellectual property today, in the age of the internet?

Eco: I am very empirical. I make my living on the gains of intellectual property, but every time I’ve been an object of piracy I got off cheaply. It happened that my American publisher sued a university for having made thirty copies of a book of mine, and I protested. It’s fine for me like this, at least 3 or 4 of my books can be downloaded through eMule… Why am I so careless about this? Considering that I live with that, I should be worried. One answer might be that I’m earning enough this way, the other is that I am a good democrat.

Let me make an example. When the newspaper La Repubblica decided to distribute books with the paper, they began with Il nome della Rosa, giving me a modest flat sum. And then they sold two million copies that day. I decided not to mind, I didn’t earn anything but it was all right. Six months later I checked the reports of my publisher and the sale of the paperback hadn’t changed at all. That is, those two million people were people that would never have bought my book in a bookstore. I didn’t lose a sale. This means that the “space” is so big that [the piracy] doesn’t look like a tragedy to me. It’s the author that sells a thousand copies that gets angry if a hundred of them are bootlegged.

Up to the 17th and 18th centuries, a writer made his living from a benefactor’s will. Maybe we’ll return there, we won’t be paid by the audience, but by a patron. Ariosto got off well, why shouldn’t I? [he laughs]

They got off even before. Then the 18th century revolution – when the storyteller went around selling his own books – gave birth to the rights. In a sense, this democratize that work, because the writer and the philosopher did not have to lick the benefactor’s ass any longer.

Well, nothing changed that much between the way that Ariosto licked the Estensi’s ass and the way a lot of people lick everybody’s ass. [he laughs] Ariosto doesn’t interest us less because he writes two ottava rima to thank the Estensi.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgAbout books and rights, it’s Google Books that has recently received much attention.

Eco: I don’t understand all these protests against Google Books. Honestly, I get angry because I can see two pages and I cannot buy the book. The publishers should be enthusiastic, I don’t understand. It’s like the pedestrian areas: when you close a road to the cars, all the shopkeepers protest, although it’s scientifically demonstrated that such an action increases sales.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIt’s a theme entwined with the one about the public domain. Both in US and in Europe there are pressures to lengthen copyright terms, reducing the “area of the public domain”. There’s much fuss and much fear about the intellectual property.

Eco: Each writer lives a conflict about this: on one hand he’s happy that his book is read, on the other he’s sorry that his grandchildren won’t earn anything from the rights. Now, my publisher said he’ll give the rights of Il nome della rosa for making an eBook for the Kindle, I think. The percentage is much lower than for normal books, but it’s all right. I personally don’t believe in it, I think that people still want paper for reading a book, but I have no problems, it’s correct that people asking for an electronic version might have it. It doesn’t look complicated, they pay for the rights, although less because the eBook is cheaper. Either it’ll be a smash and you’ll sell millions, or you’ll sell few copies, and it’ll be all right anyway.

I think that everybody is overreacting, just like the publishers against Google. Google Books is for selling books, not for selling less books. It plays the same role a bookshop does, when you go to browse the books. You can buy them, or just read a couple of pages, or read the index. Just as with Google.

And there’s the trend to give more and more things for free. I cannot stand Adobe, that every year asks me to pay for reading the PDFs. In a few minutes I found programs that do the same for free. I don’t understand where’s the return for the developers…

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgOften, nothing. Open-source software is often written by people for personal use (maybe people that didn’t want to pay Adobe’s license like you) and freely released. And if someone makes it better, the creator itself has a return. It’s a virtuous circle.

Eco: There’s also OOorg, that substitutes Word. It’s very good and it works very well.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgBesides, Wikipedia comes right from the open-source world, that over the years is developing its own philosophy about the free culture. They are linked.

References[]

it:Intervista a Umberto Eco

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Intervista a Umberto Eco

Intervista a Umberto Eco – Wikinotizie

Intervista a Umberto Eco

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di staff Wiki@Home

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martedì 11 maggio 2010

Umberto Eco fotografato nel suo salotto dall’inviato di Wiki@Home.

Wiki@Home è lieta di presentarvi un’intervista a Umberto Eco. Il professore ha accolto il nostro inviato Aubrey nella sua casa milanese per una chiacchierata su Wikipedia, Internet, collaborazione e, ovviamente, libri. L’intervista si è svolta a Milano il 24 aprile 2010.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgGrazie davvero per la possibilità accordataci. La comunità era da tempo molto interessata a intervistarla, anche perché lei, fra i più importanti esponenti del mondo culturale italiano, è stato tra i pochi a mettersi di fronte ad un’esperienza come Wikipedia senza pregiudizi, sperimentandola, criticandola, comunque utilizzandola. Ha scritto vari articoli a riguardo, l’ultimo se non erro nel 2009. Potrebbe provare a rispiegarci la sua opinione in merito?

Eco: Sono un utente compulsivo di Wikipedia, anche per ragioni artrosiche: quanto più mi fa male la schiena, quanto più mi costa alzarmi ed andare a cercare la Treccani, e quindi, se posso trovare la data di nascita di qualcuno su Wikipedia, faccio prima.

Sono un utente dell’automobile, non riuscirei a vivere senza, ma questo non mi impedisce di dire quali sono tutti i difetti e tutti i guai dell’automobile.

Io ho fatto una volta una distinzione fra le cose che fan bene ai poveri e le cose che fan bene ai ricchi, dove poveri e ricchi non ha una immediata connotazione in termini di danaro, ma in termini, diciamo, di evoluzione culturale… Diciamo, un laureato è un ricco, un analfabeta è un povero. Ci può essere ovviamente un costruttore edile che è un povero e un impiegatuccio che è un ricco.

Allora, la televisione fa bene ai poveri e fa male ai ricchi: ai poveri ha insegnato a parlare italiano, fa bene alle vecchiette che son sole in casa. E fa male ai ricchi perché gli impedisce di andare fuori a vedere altre cose più belle al cinema, gli restringe le idee.

Il computer in generale, e Internet, fa bene ai ricchi e fa male ai poveri. Cioè, a me Wikipedia fa bene, perché trovo le informazioni che mi sono necessarie, ma siccome non mi fido, perché si sa benissimo che, come cresce Wikipedia, crescono anche gli errori. Io ho trovato su di me delle follie inesistenti, e se qualcuno non me le segnalava, avrebbero continuato a restare lì.

I ricchi sono coltivati, sanno confrontare le notizie. Io vado a vedere la Wikipedia in italiano, non sono sicuro che la notizia sia giusta, poi vado a controllare quella in inglese, poi un’altra fonte, e se tutte e tre mi dicono che quel signore è morto nel 371 d.C. comincio a crederci.

Il povero invece becca la prima notizia che gli arriva, e buonasera. Quindi c’è per Wikipedia, come per tutto Internet, il problema del filtraggio della notizia. Siccome conserva tutto, sia le notizie false che le notizie vere, mentre i ricchi hanno delle tecniche di filtraggio almeno per i settori che sanno controllare. Se io devo fare una ricerca su Platone, individuo immediatamente i siti scritti da un pazzo, ma se devo fare una ricerca sulle cellule staminali non è sicuro che possa individuare il sito sbagliato.

Quindi c’è questo enorme problema del filtraggio. Il filtraggio collettivo non serve, perché può anche ubbidire a delle fluttuazioni. Io mi sono accorto che, in un certo periodo di vittoria berlusconiana, sono andati a cercare informazioni sui libri di destra su di me e le hanno messe: siccome la correttezza mi impedisce di andare io a modificare direttamente, le ho lasciate. Ma evidentemente era una voce fatta dai vincitori di quel momento.

Il controllo collettivo dunque serve sino ad un certo punto: è pensabile che se uno dà una falsa lunghezza dell’equatore prima o poi qualcun altro venga e la corregga, ma su questioni più sottili e difficili è più complicato.

E il controllo interno redazionale mi pare che sia minimo, cioè non può controllare i milioni di notizie che entrano. Tutt’al più, può controllare proprio se un pazzo ha scritto che Napoleone è un cavallo da corsa, ma più di tanto non si può fare.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgC’è un filtro particolare. La comunità si auto-organizza in persone che, spontaneamente, guardano la lista delle “Ultime modifiche” e cercano di stare attenti agli errori più gravi, ai vandalismi, a persone che cancellano brani, ecc. Ci sono vari strumenti software quantitativi che aiutano.

Eco: Interventi con insulti, certo. Ma quelle sono le cose grosse.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgVero, sono i più facili. Le cose più sottili sono molto più complicate. Supportati in parte da qualche ricerca, possiamo dire che più c’è una comunità di persone (una sottocomunità, un gruppo di persone) interessate ad un argomento, meglio è. Queste persone infatti si salvano le pagine in una lista dei preferiti (Osservati speciali si chiamano). Per esempio, se io ho la sua pagina negli Osservati speciali, quando qualcuno la modifica mi viene segnalato, ed io posso andare a controllare: con un meccanismo di diff, una sorta di collazione, vedo la variante, quello che è stato il contributo, e posso vedere se è stata inserita una notizia giusta oppure no. Il principio di Wikipedia, in un certo senso, è che in più gente c’è, più è interessata, meglio funziona, e questo è un po’ un paradosso. C’è stata qualche ricerca a riguardo, (l’ultima che io ricordi è del febbraio 2007, dei laboratori HP di Palo Alto) puramente a livello quantitativo, statistico, basata sulla Wikipedia inglese, che diceva che le pagine più modificate, mediamente, sono quelle con la maggiore qualità. Più c’è gente, meglio è. Poi c’è il discorso effettivo, problematico, della coda lunga, delle tante pagine abbastanza importanti, o problematiche o contraddittorie. La sua pagina, per esempio, può cascare in questo insieme delle pagine importanti ma non troppo, oltre ad essere una biografia. Le biografie dei viventi sono le più problematiche, avendo il problema del recentismo, del reperimento delle fonti, ecc. Le biografie, generalmente, sono un problema, anche se in quelle dei personaggi storici c’è più accordo. È interessante, secondo me, il discorso delle pagine che in teoria dovrebbero essere le più problematiche, come temi quali il creazionismo, l’intelligent design, che nella Wikipedia inglese sono chilometriche, perché le persone si scannano, spesso, non su interi paragrafi, ma sui singoli termini, l’incipit, le parole. Più occhi ci sono, meglio è. Riprende un po’ la teoria della “saggezza della folla”, portata avanti da Surowiecki, che afferma che quando sono presenti 4 parametri (indipendenza, diversità d’opinione, aggregazione, decentramento), mediamente, il giudizio di una folla supera quello degli esperti.

Eco: Io qui correggerei. Io sono un discepolo di Peirce, che sostiene che le verità scientifiche vengono, in fin dei conti, approvate dalla comunità. Il lento lavoro della comunità, attraverso revisioni ed errori, come diceva lui nell’Ottocento, porta avanti “la torcia della verità”. Il problema è la definizione della verità.

Se alla verità io fossi obbligato a sostituire “folla”, non sarei d’accordo. Se si va a fare una statistica dei 6 miliardi di abitanti del globo, la maggioranza crede che il Sole giri intorno alla Terra, non c’è niente da fare. La folla sarebbe pronta a legittimare la risposta sbagliata. Questo accade anche in democrazia, lo stiamo vivendo in questi giorni, la folla vota Bossi. Napoleone III per fare il colpo di stato fece allargare l’elettorato alle campagne, perché la folla delle campagne era più reazionaria della folla delle città.

Allora bisogna trovare un altro criterio, che è quello della folla motivata. Quelli che collaborano a Wikipedia, non sono soltanto un’aristocrazia, solo professori dell’università, ma neanche la folla indiscriminata: sono quella parte della folla che si sente motivata a collaborare a Wikipedia. Ecco, sostituirei alla teoria della “saggezza della folla” una teoria della “saggezza della folla motivata”. La folla generalizzata dice che non dobbiamo pagare le tasse, è la folla motivata che dice che è giusto pagarle. E infatti in Wikipedia non si inserisce lo zappatore o l’analfabeta, ma già qualcuno che fa parte, per il fatto stesso di usare il computer, di una folla colta.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgÈ interessante anche la citazione che lei ha fatto di Peirce, che ha utilizzato anche nel suo articolo sull’Espresso[1]. Lei diceva di sostituire la parola “verità” con “folla”, mentre io pensavo alla definizione “comunità”: chi è la comunità?

Eco: Peirce pensava la comunità scientifica, certamente; specie ai suoi tempi, ancora più divisa dalla folla.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIo credo che, in un mondo come il nostro, sia più difficile discriminare fra i “veri” esperti: spesso un titolo accademico non fa di un esperto un vero esperto. Magari ci sono veri appassionati che hanno più competenze su un certo argomento di presunti esperti. C’è stato su Wikipedia, almeno in partenza, uno shift fra autorità e autorevolezza. La comunità di Wikipedia molto più “piatta” rispetto ad una gerarchia accademica o di una comunità scientifica, non c’è l’autorità delle nostre normali gerarchie. Quello che dici “tu”, in questo momento, in un determinato contesto, e tutto quello che hai detto garantisce la “tua” autorevolezza, e, tante volte, si dà ascolto al contenuto di un messaggio e non al mittente del messaggio. In questo senso, si può arrivare ad un meccanismo diverso che porta avanti la torcia della verità. Un meccanismo in cui si guardi all’informazione, al messaggio, non a chi l’ha mandato. Anche nella scienza e nella comunità scientifica ci sono mode, forzature (pensiamo ai nostri baroni): esiste infatti la sociologia della scienza. In questo senso, Wikipedia forse ha portato, o forse dato qualche barlume, di qualcosa di nuovo. Non so se lei sia d’accordo.

Eco: Le funzioni di Wikipedia secondo me sono due: uno è permettere la veloce ricerca di informazione, e allora è soltanto la moltiplicazione delle Garzantine, e basta. L’altro, e qui stiamo parlando dell’altro, è se il controllo dal basso non possa essere, molte volte, più fruttuoso del controllo dall’alto. Siccome il mondo è pieno di esperti idioti, certo che può esserlo.

Faccio un esempio: l’altro giorno stavo correggendo un saggio su Croce. Croce, basandosi sulla sua autorevolezza, ha per 50 anni diffuso in Italia delle idee false, e tutti in Italia le han prese per buone, senza calcolare che lui non capiva niente di arte. È stato il maestro di estetica di due, tre generazioni senza aver mai capito niente di arte. E quindi vedi che, l’autorevolezza, certe volte… sarebbe stato molto più utile la risposta di artisti, ragazzi, studenti. Questo controllo da parte della massa può, come diceva Peirce, in the long run, produrre uno sviluppo.

Continuo però a dire che questo mi espone sempre al rischio dell’incapacità di filtrare la notizia. Ultimamente mi ero messo ad annotare alcune notizie false, alcuni errori che uno può trovare in Wikipedia. In uno stesso articolo per esempio c’erano due notizie contraddittorie, segno che c’era stato un amalgama.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei dunque non modifica le pagine?

Eco: In quel caso lì, no. Non vado a modificare le pagine. Ho solo modificato le mie, quando c’era scritto che avevo sposato la figlia del mio editore, perché, as a matter of fact, non l’ho fatto. Poverina, ha corso un bel rischio. [ride, N.d.R] Poi, un’altra volta perché diceva che ero il primo di 13 fratelli.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgNon è vero, era suo padre, giusto?

Eco: Sì. Se poi l’errore è di un altro, non vedo perché dovrei perdere tempo a modificare. Non sono la Croce Rossa. [ride, N.d.R]

Dunque, ho proprio notato, all’interno dello stesso articolo, c’era la contraddizione. Però io sono bravo, e lo noto, perché è il mio mestiere, un altro poveretto può leggere solo metà, e prendere la prima versione.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgVolevo giusto capire se era per una questione di tempo, che non modificava e correggeva gli errori. O se invece non voleva entrare nel giro, dire chi è, ecc.

Eco: Certo, è un discorso di tempo. Quando scrivo, andrò su Wikipedia 30-40 volte al giorno, perché è molto comodo. Quando scriviamo, magari non ci ricordiamo se questo o quello è nato nel VI secolo e VII secolo, o quante n ci sono in Goldmann… Una volta per queste cose si perdeva un sacco di tempo. Oggi, fra Wikipedia e Babylon, che corregge gli errori di ortografia, se ne guadagna moltissimo.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSecondo lei, quanto è esportabile questo modello wiki? Con wiki si intende, in questo caso, una “collaborazione forte”, l’editing collaborativo. Avere un testo che collaborativamente viene cambiato. Che fra l’altro è legato al fatto che il testo sia libero, che in un modo o nell’altro sia rilasciato con una licenza libera. Questo meccanismo ovviamente chiama in causa tanti problemi: il discorso del filtro, il discorso di un processo bottom-up piuttosto che top-down, il discorso di diversi valori rispetto a quelli di una comunità accademica o scientifica. Il mondo wiki ha sviluppato anche altri progetti: per esempio Wikiquote, una raccolta di citazioni (ce ne sono moltissime sue), o Wikisource, una biblioteca digitale wiki. Secondo lei, questa esperienza è esportabile ad altri meccanismi di scrittura che non siano produzione collettiva di sapere, com’è Wikipedia? Wikipedia, infatti, nasce come enciclopedia creata con un wiki, un software particolare, e paradossalmente è stato un successo. Hanno provato tante volte a fare altri progetti: il Los Angeles Times, anni fa, provò a fare editoriali collettivi, e fu un fallimento. Sembra dunque che ci siano alcuni progetti che possano essere costruiti collaborativamente e altri no.

Eco: Lei mi parla di collaborazione collettiva. Allora, ci sono due, tre cose che Internet mi offre: la prima sono informazioni brute, come gli orari della ferrovia che nessuno può andare a correggere. L’altra, sono le informazioni enciclopediche, che sono sempre correggibili, perché uno può aver sbagliato o non aver detto abbastanza. La terza, sono testi: io devo andare a correggere i testi che ha scritto un altro? E poi c’è tutto l’universo dei blog, di Facebook; ma non ci interessa, sono le persone che parlano fra di loro, dialogano.

In questi giorni devo fare un dibattito su Ipazia: mi sono cercato un po’ di materiale su Internet, e ho trovato testi interessanti e meno interessanti. Ma sono testi. Internet ha messo a disposizione testi classici e contemporanei, ma anche se sono sbagliati o non sono d’accordo non vado certo a modificarli. Non posso dire “Tu hai sbagliato a dare questa valutazione di Aristotele”.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgVero. Mi correggo dunque: l’interpretazione di una persona è la sua interpretazione, e vale per quello.

Eco: E poi è firmata. Infatti io trovo un sacco di documenti interessanti non firmati, non ho mai capito perché.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgL’idea che avevo, sui testi, è quella che in ambito accademico vengono chiamate biblioteche digitali co-laboratorio, cioè biblioteche digitali per filologi, medievisti, italianisti…

Eco: Intende bibliografie?

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgNon necessariamente. Per esempio, pensavo al Perseus Project, un progetto della Tufts University. La comunità degli accademici ha a disposizione vari strumenti per lavorare su testi greci, facendo analisi linguistiche, collazioni, analisi statistiche. Un progetto dove insieme si collabora per un’edizione…

Eco: Mi ci sono imbattuto. Proprio sulla storia Ipazia, ho trovato un progetto dove studiosi diversi collaborano per dare la traduzione di un certo brano di un testo del X secolo.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgPerfetto, dunque. Come vede questa idea di collaborazione nelle scienze umanistiche?

Eco: Questo è un altro argomento ancora. Sono stati fatti dei congressi da studiosi di ecdotica a riguardo. Sono vere e proprie comunità autocontrollate.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgComunità di pratica.

Eco: Sì, ma dove si sa che il tal studioso viene dalla tal università. In questo caso, non avviene tanto di diverso da quando una volta la gente collaborava a fare un certo volume e doveva prendere il treno una volta alla settimana per incontrarsi. È un lavoro di ricerca in collaborazione sotto il controllo di qualcuno. Non è la saggezza della folla. È semplicemente la moltiplicazione e la semplificazione di un lavoro di ricerca collettivo che una volta richiedeva immondi spostamenti e ora si fa in linea giorno per giorno. È una cosa favolosamente interessante, ma non stupefacente.

È come dire che il telefonino ha permesso enormi sviluppi rispetto al telefono fisso perché posso continuare a lavorare anche se sono seduto davanti a una panchina al parco.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgEffettivamente sono stato anche io che non sono stato chiaro. Quando parlo di comunità, posso intendere la comunità motivata di cui mi parlava lei prima o anche comunità più piccole, che io chiamo comunità di pratica.

Eco: Io farei una differenza fra comunità incontrollabili e comunità controllate.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgQuello che secondo me è interessante è quando le comunità che lei definisce controllate (che hanno fondi, sono basate su istituzioni precise) non hanno effettivamente un capo, ma si autocontrollano. Per esempio, io pensavo ad un progetto per la comunità degli italianisti, che pur essendo finanziato con determinati soldi, lasciasse libera la comunità di auto-controllarsi. Secondo lei è possibile questa auto-organizzazione?

Eco: Io ricordo un convegno a Bologna, sui problemi di ecdotica, dedicato in gran parte a ciò che si trova online per fare ricerca sui testi. Evidentemente si tratta di una comunità acefala, autocontrollata e acefala. Ma acefala per modo di dire: perché nelle comunità scientifiche che si autolegittimano c’è sempre chi ha più autorevolezza di un altro: se interviene il filologo tale che propone un’interpretazione, gli altri si allineano.

Quindi [la collaborazione digitale nei progetti accademici] non è la stessa cosa di Wikipedia. È semplicemente la semplificazione da un lato (perché lo rende più agibile), la complicazione dall’altro (perché lo rende più vasto) di processi di ricerca scientifica. Certo che anche l’ultimo allievo può intervenire nella ricerca e dire che c’è qualcosa di sbagliato, ma questi non sono mai completamente anarchici, perché c’è una gerarchia di influenze, anche se non di ruoli istituzionali.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgQuindi lei fa un discorso di limiti, del fatto che esistono comunità più ordinate e comunità più disordinate. La differenza fra una comunità wikipediana, che ha il suo interno ha dai professori universitari ai tredicenni.

Eco: Facciamo un esempio, la rivista Nature. Nel mondo scientifico, se un articolo è apparso su Nature, dove c’è stata la peer review ed un vasto controllo, viene preso sul serio. È vero in tutti i casi, che può darsi che Nature commetta un errore, ed escluda un articolo brillante: però, comunque, si ritiene che Nature sia un centro di attendibilità, coi confini sfrangiati. Perché può sempre succedere l’errore, o una piccola vendetta accademica…

Io, per esempio, alla mia età e con la mia obesità sono entrato nella fase della glicemia alta del diabete numero 2. Una volta il limite per la glicemia alta era fissato a 140, ora è fissato a 110: sappiamo tutti che questo nuovo limite è stato fissato dalle case farmaceutiche per vendere le medicine prima. Quindi, 140 è rischioso, ma 110 forse è troppo poco, uno può accontentarsi diciamo di 120. Forse nel giro di una qualche decina d’anni si arriverà ad un compromesso, per cui ci si arresterà a 120, oppure si deciderà che 110 è buono in termini di medicina preventiva. [ride, N.d.R] Ci siamo accorti che la suina era un po’ una balla, montata su dai produttori di vaccino. Ce ne siamo accorti in ritardo, sono stati spesi dei miliardi, ci siamo resi conto che molte meno persone sono morte rispetto al previsto, che forse avevano esagerato.

Le cose in un modo o nell’altro vanno a posto: queste sono le comunità controllate, non anarchiche, ma dall’autorità sfrangiata. Che non c’entra con Wikipedia, dove l’anarchia è più grande.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgÈ molto interessante questa differenza di frange, di limiti e anche di scala, in un certo senso. In una comunità la collaborazione è veramente anarchica, nell’altra ci si assesta…

Eco: Ci si assesta. Fra Galileo, Tycho Brahe e Keplero alla fine si son messi d’accordo che aveva ragione Keplero. Il calcolo infinitesimale l’hanno scoperto sia Newton che Leibniz ma alla fine tutti si son messi d’accordo su Leibniz. [ride, N.d.R]

Magari a torto, ma è andata così.

Non c’è stata un’autorità, l’imperatore, che l’ha deciso. È stato un insieme di usi, di applicazioni.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSecondo lei c’è differenza, in questo approccio alla collaborazione, fra scienze hard e scienze umanistiche?

Eco: Attualmente sì, questo lo sappiamo tutti. Nelle scienze dure c’è una misurabilità dei dati che non c’è nelle scienze molli, a meno che le scienze molli non facciano la parodia di quelle dure, come avviene con la filosofia analitica.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei prima diceva, parlando della collaborazione: “Questa cosa è favolosamente interessante, ma non stupefacente.”

Eco: Certo, ha cominciato l’Accademia del Cimento! Senza Internet. [ride, N.d.R]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgPerò ora la scala è diversa.

Eco: Prima erano quattro gatti a Firenze, dieci gatti alla Royal Society; ora sono diecimila gatti.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDiecimila gatti che possono collaborare con i thailandesi, con gli americani, tutti in maniera sincrona o asincrona, in un posto ubiquo come è Internet. Le potenzialità sono diverse.

Ritornando al discorso di prima, anche in Wikipedia, però, si può notare una differenza, culturale, fra quello che sono le pagine tecnologiche, scientifiche, matematiche e fisiche e quello che è un discorso più umanistico. Le pagine umanistiche sono molte meno (filosofia, storia, letteratura).

Questo in Wikipedia. All’interno delle comunità accademiche, allo stesso modo, c’è una spinta diversa alla collaborazione. Nelle scienze molli, l’authorship, l’autorialità, e anche l’interpretazione, sono un discorso più importante.

Eco: Per quelle che sono le scienze molli, c’è meno un impulso alla collaborazione, certo. C’è più l’interesse ad essere protagonista di un’idea, che non un “portatore d’acqua”. Su questo non si discute. Uno scienziato in certi casi è abituato a non essere mai nominato e a sapere che però sta portando avanti una ricerca fondamentale. Nelle scienze molli, succede solo allo studente sfruttato che viene mandato a raccogliere dati che poi il professore firma. Da questo non se ne esce, più di tanto.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgQuello che sarebbe bello capire è se questo sia un discorso “naturale” oppure culturale. Può cambiare questo approccio dell’umanista?

Eco: Non credo. Pensa alla Grecia. Platone e Aristotele, pur essendo uno il discepolo dell’altro, hanno prodotto filosofie opposte. Invece appare Euclide e si continua a commentarlo, il suo quinto postulato ha resistito per duemila anni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quindi un discorso naturale, dunque.

Eco: La scienza è cumulativo-distruttiva, accumula quello che gli serve e butta via quello che non gli serve. Le scienze umane sono totalmente cumulative, non si butta via niente: infatti c’è sempre un ritorno al passato. Oppure sono totalmente distruttive nel senso in cui, come ha detto Maritain di Cartesio, un filosofo è un “debuttante nell’Assoluto”. Per Cartesio tutto quello che la filosofia ha detto prima di lui è falso. Lo facesse un matematico, sarebbe la fine.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgRitornando al discorso dei progetti “fortemente collaborativi”, in cui c’è un editing collaborativo, come vede il discorso dell’authorship, del riconoscimento della proprietà intellettuale?

Nei progetti volontari come Wikipedia, il problema si pone in maniera minore. Ma dato che il mondo scientifico si sta dirigendo verso una sempre maggior collaborazione (ed anche il mondo umanistico, seppur più lentamente) abbiamo il problema di fondo del copyright.

In Wikipedia hanno risolto utilizzando licenze libere, e la cultura dell’anonimato o del nickname aiuta; nel mondo accademico e scientifico, invece, la cultura del nome, anche legato a fattori importanti come la propria carriera, porta ad un problema non banale di riconoscimento della proprietà intellettuale.

Eco: Questo sta venendo fuori, certamente, anche legato al mondo dei libri; per esempio nel giro di 50 anni avremo un mutamento profondissimo. Avremo probabilmente situazioni culturali più simili a quelle del Medioevo, in cui si avevano commenti su commenti, e si perdeva l’autorialità. Dal Romanticismo in poi c’è stata un’autorialità eccessiva.

Però, non so fino a che punto si può arrivare verso l’anonimato totale. L’anonimato totale, mentre può sembrare democratico, fa credere che su un certo argomento ci sia una e una sola verità. Non potrà arrivare un certo momento in cui la stessa Wikipedia, su certi argomenti (non sulla tavola pitagorica, certo) decida di aprire delle appendici intitolate “Conflitti”, in cui, firmate, appaiano diverse testimonianze in conflitto?

Che Napoleone sia morto a Sant’Elena, nonostante ci sia sempre il matto a negare, siamo sicuri. Che Pio XII abbia o no abbia fatto le cose giuste per l’Olocausto, è un dibattito aperto. Cosa fa Wikipedia? Dice che Pio XII non abbia fatto abbastanza per l’Olocausto (irritando milioni di cattolici)? Dice che l’abbia fatto (irritando milioni di laici)? O apre un’appendice, in cui una serie di autori, assumendosi ciascuno la propria responsabilità, in venti righe espongono il fatto che c’è un conflitto di interpretazione?

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgWikipedia adesso (senza Internet purtroppo non riusciamo a controllare la voce su Pio XII), seguendo il pilastro del punto di vista neutrale, che non è la verità, ma un punto di vista neutrale che può sempre essere perfettibile, solitamente pubblica una versione con sotto una critica a quella versione. Seguendo un principio di sintesi, ci sono appendici non firmate, in un certo senso, riferendosi a quello che diceva lei. Per esempio, la pagina riferita a Silvio Berlusconi è problematica.

Eco: Non sono mai andato a vederla.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgÈ quasi sempre semi-protetta, dato che ci sono spesso litigi. Comunque si cerca di portare entrambe le posizioni. È ovvio che c’è anche un discorso di gerarchia: c’è sempre una posizione dominante, che verrà presentata per prima, ma sotto c’è la seconda. La prima che mi viene in mente è quella di Beppe Grillo, in cui c’era la sua storia poi un paragrafo di critiche, riportando le fonti. Il discorso quindi è di riportare e sintetizzare su una pagina (o più pagine se questa diventa chilometrica) quello che hanno detto altri. Wikipedia integra, è un essere [che] mangia dall’esterno, perché è una fonte terziaria, non una fonte primaria, e forse questo tante volte si dimentica. Non so se un’enciclopedia tradizionale si definisce primaria o terziaria. Per Wikipedia, le fonti sono da altre parti, noi prendiamo da loro. Le citiamo; se dicono cose sbagliate, noi l’abbiamo solo citate. C’è sempre il discorso del perché si cita il tale, del come si cita, del dove si cita: però, alla fine, Wikipedia cerca di riportare, con tutti i limiti del caso, la realtà come viene sfaccettata da altre fonti. Rimane sempre il problema della gerarchia della pagina, e del fatto che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. In questo senso, c’è una provvisorietà molto evidente, consapevole.

Eco: Certo, tutto potrebbe cambiare domani.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLe linee guida di Wikipedia dicono proprio: “Non esiste la versione definitiva“. Un articolo è sempre perfettibile. Culturalmente, forse una Treccani non la pensa così.

Eco: No, perché la Treccani ha voci molto firmate. La voce “Fascismo”, firmata da Gentile, o la si elimina e la sostituisce o la si lascia così, non la si corregge.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgVoce che, fra l’altro, risentiva di un certo contesto: dopo settant’anni, oggi diremmo che la Treccani era biased.

Eco: Sì, e perché rimane, non è correggibile, perché la voce è quella e non la ristampano. Ci fanno un’appendice, certo. Il destino della Treccani è quello di wikipedizzarsi.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSecondo lei lo farà?

Eco: Con la velocità di rinnovamento della cultura, se un’enciclopedia non va online in modo da poter rifare le sue informazioni mese per mese, è sempre condannata. Persino quando parla di Parmenide, perché può uscire domani un libro che getti nuova luce… Ma pazienza, se parliamo di Parmenide. “Aeroplano”, per esempio: chissà cosa diceva la voce del “Concorde” prima che cascasse il concorde.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgFra l’altro la Treccani ha provato a “wikipedizzarsi”. Ha aperto alcune voci, dicendo agli utenti di inviargli le modifiche…

Eco: L’ha proposto per il Dizionario degli Italiani, ma sta tornando indietro. Siccome costa troppo, ha chiesto agli utenti di “regalargli” le voci, non calcolando che per controllare le voci deve mettere su un manipolo tale di editors che gli costa più che pagare le voci.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgNon sembra per niente facile trovare una soluzione che coniughi un modello di un certo tipo (autoriale, editoriale, redazionale) con qualcosa di così anarchico come Wikipedia. Una sopravvive poiché prende su tutto: ha sempre un input dagli utenti, perché raccoglie tutto. Ed è gratis, per tutti: chi la fa e chi la legge. L’altra invece ha un modello di un certo tipo che non regge quantitativamente il confronto con la prima, e fa fatica a trovare un giusto equilibrio, accogliendo i contributi esterni (senza fra l’altro motivarli, dato che se ne appropria e non da in cambio assolutamente nulla). Wikipedia è tutta gratis, ci si regala a vicenda, c’è uno slancio etico forte. Lo scontro fra questi due mondi non è per nulla un problema banale. Cambiando totalmente argomento, mi sembrava interessante notare che il procedimento della “classificazione” non abbia avuto troppo successo negli ambienti collaborativi. A parte le folksonomies, con le persone che taggano siti o foto, anche su Wikipedia la categorizzazione degli argomenti è decisamente non coerente e incompleta. È particolare come un procedimento così importante come la classificazione/catalogazione tenda ad essere autoriale, personale. In Internet trovo pochi esempi di catalogazioni complesse fatte collaborativamente.

Eco: Non sono sicuro di aver capito bene quello che ha detto, ma se ho capito bene, tutto questo dipende dal fatto che, a parte le tassonomie botaniche o zoologiche, non esiste classificazione globale, ma solo classificazione locale. Nel mio ultimo libro, “Dall’albero al labirinto”, ho scritto un saggio di cento pagine proprio su queste vicende dalla classificazione, dall’albero di Porfirio sino a quelle che oggi chiamano stupidamente le “ontologie”.

Il problema qui è che han passato i secoli a cercare di fare la classificazione totale, ma è impossibile, è sempre locale e prospettica. Necessariamente, ne viene che può essere autoriale e non collettiva. Ci si riesce solo in certi campi, per esempio quello degli animali e delle piante, siccome sono universi a modo proprio finiti. D’altra parte, hanno già grossi problemi a classificare gli insetti. Un esempio famoso è poi quello dell’ornitorinco, per cui ci hanno messo ottant’anni, ma si sono messi d’accordo, tutti insieme.

Gli animali dunque sono finiti e in un modo o nell’altro si riescono a classificare. Invece per i casi in cui gli elementi sono più polverizzati, la classificazione totale e collettiva è impossibile.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgTornando a qualcosa di più triviale, in “Sei passeggiate nei boschi narrativi“, lei parla del libro “Sylvie” di Nerval come una sorta di libro predestinato, che lei ha studiato centinaia di volte. È molto suggestiva l’idea di un libro che corrisponde ad una persona? Ci crede ancora?

Eco: Sì, anche se probabilmente ce ne sono più di uno. Sì, ci credo. Però è un po’ come quelle domande tipo “Perché si è occupato del Medioevo?”, che equivale a dire “Perché lei ha sposato quella lì e non un’altra?” [ride, N.d.R] Se le interessa, io ne ho fatto la traduzione e poi ne ho parlato in una raccolta di saggi sulla letteratura… ma questo non c’entra niente con la domanda.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLei conosce il mondo delle licenze libere? Sono licenze nate negli anni ’80 che permettevano il riuso, la condivisione, anche la modifica, qualità che nel mondo digitale sono estremamente importanti. Anche Wikipedia nasce nell’ambito di questo mondo, e rilascia il proprio contenuto sotto licenza libera. Come vede il mondo della proprietà intellettuale adesso, nell’era di Internet?

Eco: Io sono molto empirico. Io sono uno che campa sui guadagni della proprietà intellettuale, ma tutte le volte che mi hanno piratato, a me è andata bene lo stesso. Una volta che il mio editore americano aveva fatto causa ad una università perché avevano fatto trenta fotocopie di un mio libro, io ho protestato. Mi va benissimo così, almeno 3 o 4 dei miei libri si trovano anche su eMule, si possono scaricare… Perché sono così disinteressato alla cosa? Visto che ci campo, dovrei preoccuparmene. Una risposta potrebbe essere che guadagno a sufficienza così, l’altra che sono un buon democratico.

Le faccio un esempio. Quando hanno iniziato ad allegare il libro unito al quotidiano, la Repubblica ha deciso di iniziare con il mio Il nome della Rosa, dandomi una modesta cifra forfettaria. Però poi ne hanno venduti due milioni, quel giorno. Io mi sono detto pazienza, non ci avevo guadagnato ma andava bene così. Poi però ho controllato, sei mesi dopo, i rendiconti della casa editrice, e la vendita del paperback non era assolutamente mutata. Cioè, quei due milioni lì, erano in più, erano altre persone che non sarebbero mai entrati in libreria a comprare il mio libro. Non mi ha tolto una copia venduta. Quindi vuol dire che c’è uno “spazio” talmente grande che [la pirateria] non mi pare una tragedia. Solo per l’autore che vende mille copie, se ne gliene piratano cento si arrabbia.

Fino al Seicento e Settecento, uno scrittore viveva perché c’era un mecenate che lo pagava. Magari si tornerà lì, non si verrà pagati dal pubblico ma si verrà pagati da un mecenate. Se l’è cavata l’Ariosto, perché non dovrei cavarmela io? [ride, N.d.R]

Se la sono cavata anche prima. Poi certo, la rivoluzione del Settecento in cui un narratore andava in giro a vendere i propri libri ha portato anche la nascita dei diritti. In un certo senso questo ha democraticizzato, perché lo scrittore ed il pensatore non hanno più dovuto leccare il sedere al mecenate.

Senta, fra il modo in cui l’Ariosto ha leccato il sedere agli Estensi al modo in cui un sacco di gente lecca il sedere a tutti, non è poi cambiato mica molto. [ride, N.d.R]

Non è che l’Ariosto ci interessa meno perché mette due ottave di ringraziamento agli Estensi.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgA proposito di libri e diritti, ultimamente Google Books[2] ha fatto parlare di sé.

Eco: Io non capisco tutto queste proteste attorno a Google Books. Sinceramente, a me fa arrabbiare perché mi fa vedere due pagine e poi non posso comprare il libro. Gli editori dovrebbero essere entusiasti, non capisco. È un po’ come le vie pedonali: quando si pedonalizza una strada, tutti commercianti protestano, pur essendo scientificamente provato che la pedonalizzazione della strada aumenta i commerci.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgÈ un discorso che si intreccia con quello del pubblico dominio. Ci sono tendenze forti, sia negli USA che in Europa, a allungare i tempi del copyright, diminuendo così “fette di pubblico dominio”. C’è molto clamore e molta paura riguardo alla proprietà intellettuale.

Eco: Ogni scrittore ha delle tendenze conflittuali, perché da un lato gli va bene che il suo libro venga letto, dall’altro gli dispiace che i suoi nipoti non prendano i proventi dei diritti. Adesso, il mio editore mi ha detto che darà i diritti de Il nome della rosa per fare l’eBook sul Kindle, credo. Le percentuali sono molto minori che per i libri normali, ma mi va bene. Personalmente non ci credo, credo ancora che la gente per leggere i libri vorrà ancora la carta, ma non ho problemi, mi sembra giusto che chi vuole abbia l’edizione elettronica. Non mi sembra così complicato, loro pagano i diritti, anche se meno perché l’eBook costa meno. O sarà uno smash, e ne venderai milioni, oppure ne venderai poche copie e va bene lo stesso.

Secondo me la mettono giù troppo dura, come appunto la storia degli editori contro Google. Google Books serve a vendere libri, non a farne vendere meno. Ha la stessa funzione che ha la libreria, quando si va a sfogliare dei libri. Si può comperare o limitarsi a leggiucchiare una pagina o l’indice. Come con Google.

C’è poi la tendenza a dare le cose sempre più gratis. Io non sopporto Adobe, che ogni anno mi vuole far pagare la sua licenza per leggere i PDF. Ho trovato in pochi minuti programmi che fanno la stessa cosa gratis. Non capisco cosa viene in tasca agli sviluppatori…

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSpesso, niente. I software open source vengono spesso scritti dalle persone per uso personale (magari, erano persone che non volevano pagare la licenza ad Adobe come lei), e rilasciati liberamente per chi li desidera. Se qualcuno poi li migliora, lo stesso creatore ci guadagna. È un circolo virtuoso.

Eco: C’è anche OOorg, che sostituisce Word. È ottimo, funziona benissimo.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgFra l’altro, Wikipedia nasce proprio dal mondo open source, che negli anni ha sviluppato una propria filosofia sulla cultura libera. Sono collegati.

Note[]

  1. Umberto Eco. «La bustina di minerva: Ho sposato Wikipedia?». L’Espresso, 04-09-2009. URL consultato in data 25-02-2016.
  2. books.google.com


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