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February 2, 2016

2015 TB145 e WT1190F. Intervista a Marco Micheli.

2015 TB145 e WT1190F. Intervista a Marco Micheli.

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intervista a cura di Alexmar983

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martedì 2 febbraio 2016

Un’immagine del detrito spaziale WT1190F, mentre si disintegra in una palla di fuoco sopra i cieli dello Sri Lanka.

Marco Micheli (Brescia, 1983) è un ricercatore in astronomia, esperto a livello internazionale dell’osservazione e lo studio della dinamica degli asteroidi, in particolare dei near-Earth objects, cioè quegli asteroidi con orbite tali da poter collidere in un futuro prossimo con il pianeta Terra. Astronomo amatoriale presso l’osservatorio Serafino Zani di Lumezzane fin da giovanissimo (ha scoperto il suo primo asteroide, (177853) Lumezzane, a 22 anni con Gianpaolo Pizzetti), è stato alunno del corso ordinario della Scuola Normale Superiore a partire dal 2002, a luglio 2007 ha discusso presso l’Università di Pisa una tesi di Laurea Specialistica in Astronomia e Astrofisica dal titolo “Effetto YORP sulle proprietà rotazionali degli asteroidi” con relatore Paolo Paolicchi. Ad agosto 2007 si è trasferito negli USA dove ha iniziato il suo dottorato presso l’University of Hawaii. Dopo aver completato quest’ultimo con una tesi intitolata “Exploring connections between near-Earth objects and meteoroid streams”, ha iniziato a lavorare al NEO Coordination Centre dell’ESA, con sede a Frascati.[1]

Wikipedia

Wikipedia ha una voce su 2015 TB145.

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Wikipedia in lingua inglese ha una voce su WT1190F.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI mass media non mancano di mostrare un interesse continuo per gli argomenti di astronomia “classica”, che trattano al pari dell’astrofisica e delle nuove frontiere nello studio dell’universo. Negli scorsi mesi, ad esempio, altri due oggetti passati sopra le nostre teste sono balzati all’attenzione della stampa generalista: 2015 TB145, un asteroide, e WT1190F, un probabile detrito di origine umana. Secondo te alla base c’è una forte richiesta da parte del pubblico? Soprattutto, continuerà in futuro?

Micheli : Nei primi anni del mio interesse amatoriale per l’astronomia ho avuto l’occasione di partecipare ad attività di divulgazione astronomica, grazie ad eventi organizzati dall’osservatorio Serafino Zani di Lumezzane, o scrivendo per la rivista Astronomia; fin da subito ho notato che molte persone sono attratte verso la scienza in generale, ma verso l’astronomia in modo ancor più particolare. Forse perché anche le semplici osservazioni astronomiche a occhio nudo sono un’esperienza che colpisce profondamente. L’astronomia inoltre è oggigiorno quasi unica tra le scienze sperimentali, perché gode ancora del contributo di parecchi appassionati competenti, che anche con strumentazioni amatoriali e poco costose riescono a ottenere risultati scientifici di valore, non solo come soddisfazione personale, ma anche come contributo generale alla scienza. Questo fatto, già da solo, dice molto di questa disciplina, capace di catturare l’interesse e l’investimento di tempo ed energie di migliaia di persone, dalla formazione più variegata. La scoperta di nuovi asteroidi per esempio è stata per anni una delle principali attrattive per gli astronomi amatoriali, e ha dato grandi soddisfazioni a centinaia di astrofili.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSul passaggio di 2015 TB145 e WT1190F sei già stato intervistato o ripreso da varie testate giornalistiche italiane e straniere (Wired, LaVanguardia, der Standard). Quando hai iniziato la carriera d’astronomo ti aspettavi di dover interagire così tanto con i mezzi di informazione?

Micheli : L’interazione con i media, italiani o esteri, è effettivamente una delle componenti fondamentali in questo lavoro. Già dagli inizi della mia passione astronomica avevo avuto occasione di essere intervistato da media locali, ad esempio il Giornale di Brescia. Ora che lavoro al centro sui NEO dell’ESA la comunicazione degli eventi sugli asteroidi è diventata una delle nostre mansioni ufficiali, e quindi i nostri risultati, e anche le immagini che produciamo, vengono spesso riprese da testate anche internazionali.[2]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgHai seguito entrambi gli oggetti per conto del SSA NEO Coordination Centre. Cosa è esattamente?

Micheli : Il NEO Coordination Centre è stato fondato alcuni anni fa dall’ESA, all’interno del suo programma Space Situational Awareness (SSA), che si occupa di raccogliere informazioni su tutti i pericoli per la Terra che possono venire dallo spazio. Ha due compiti chiave: produrre e distribuire informazioni aggiornate sui NEO a scienziati, pubblico, media e decision-makers (in caso di pericolo di impatto reale e concreto), e allo stesso tempo raccogliere osservazioni di asteroidi pericolosi, grazie ad un network mondiale di osservatori e collaboratori. La mia mansione specifica è proprio questa seconda parte.[3]

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgEntriamo nel dettaglio del primo evento. Il 31 ottobre, intorno alle 18, l’asteroide 2015 TB145 (circa 400 m di diametro) ha sfiorato il nostro pianeta alla distanza di 1,3 volte che ci separa dalla luna. L’asteroide ha avuto il nomignolo di spooky o great pumpkin per la concomitanza con la festa di Halloween. Non è il primo di questi eventi a finire sui giornali negli ultimi mesi: per esempio 2004 BL86, dal diametro di mezzo chilometro, si è avvicinato alla Terra il 26 gennaio 2015. Sbaglieremmo a pensare che questi avvistamenti stiano quasi diventando routine?

Micheli : Il passaggio di 2015 TB145 non è in realtà stato particolarmente eccezionale dal punto di vista scientifico. Oggetti di questo tipo si avvicinano alla Terra abbastanza spesso: come giustamente dici un evento simile è avvenuto per esempio all’inizio di quest’anno. Un oggetto di queste dimensioni, transitato così vicino alla Terra, sarebbe stato comunque scoperto entro pochi giorni dal passaggio ravvicinato, e quindi mi aspetto che la frequenza totale di questi passaggi rimanga abbastanza costante. Quello che probabilmente è cambiato nell’ultima decade è la maggiore attenzione mediatica, talvolta giustificata e altre volte, a mio parere, eccessiva.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgRispetto a altri sfioramenti avvenuti negli anni passati, 2015 TB145 è stato in qualche modo “particolare”? Per esempio alcune fonti d’informazione generalista hanno posto in rilievo la possibilità di ottenere per la prima volta delle immagini radar di oggetti simili con una buona risoluzione per conoscere così qualcosa di più sulla natura degli asteroidi.

Micheli : L’aspetto che rende 2015 TB145 interessante è che, a differenza della maggior parte di NEO grandi, questo oggetto è stato scoperto solo poche settimane prima del passaggio ravvicinato, e non molti anni prima. Ad oggi la maggioranza degli oggetti di queste dimensioni sono stati scoperti, ma il fatto che alcuni siano ancora ignoti rende evidente che le campagne di monitoraggio del cielo sono ancora necessarie (e lo saranno per molte decadi a venire). Quanto all’osservazione via radar ad alta risoluzione, questo oggetto non è stato particolarmente eccezionale. Immagini simili di qualche decina di oggetti sono state ottenute negli ultimi anni, e 2015 TB145 non si è rivelato particolarmente interessante neanche da questo punto di vista.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLa notizia di fine ottobre è stata poi oscurata dal più piccolo WT1190F, del quale già a fine mese era stato previsto un impatto il 13 novembre e che si riteneva essere, per forma e densità, un probabile rifiuto di qualche missione spaziale. Molte fonti sostenevano che fosse stato identificato infine con una parte del vettore dell’Apollo 10, ma la cosa non è stata mai del tutto chiara. Si è capito alla fine cosa era probabilmente WT1190F?

Micheli : Purtroppo no, nessuno è riuscito a determinare con certezza cosa fosse. L’ipotesi di essere un componente dell’Apollo 10 è quella che ha circolato di più sui media, probabilmente per il fatto che la missione è ben nota al grande pubblico, e forse anche per l’attraente nomignolo “Snoopy” associato all’oggetto. L’unica cosa che sappiamo per certo è che l’oggetto era in orbita terrestre almeno dal 2009, perché siamo riusciti a trovare osservazioni di quell’epoca. Potrebbe ovviamente essere anche molto più vecchio, ma sicuramente non più recente.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCercando fra i risultati su Google Notizie, l’arrivo di WT1190F è stato in effetti più ripreso del passaggio del precedente 2015 TB145. Anche per la comunità astronomica uno degli eventi si è rivelato più interessante? Lo suo studio di WT1190F è stato inoltre diverso da quello di 2015 TB145 mentre si avvicinava alla terra?

Micheli : Decisamente. Il rientro di WT1190F ha fornito un’occasione irripetibile per studiare un oggetto in traiettoria di impatto con la Terra. Nonostante l’oggetto fosse artificiale, data la sua orbita molto lontana dalla Terra, e fuori dall’atmosfera, questo evento è stato una perfetta simulazione di cosa fare nel caso di un futuro impatto asteroidale. Per esempio, il nostro centro si è attivato per ottenere più osservazioni possibili, anche con grandi telescopi, per studiarne l’orbita, la composizione e il moto, e i risultati sono stati ottimi.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgAlcune fonti riportavano un probabile spettacolo di una palla di fuoco nel cielo diurno. L’impatto era anche relativamente vicino alle coste dello Sri Lanka, non in pieno oceano. Alla fine almeno a leggere la stampa generalista però non sembra che si sia organizzato uno studio sul campo di più ravvicinato, come mai? Non si ha ancora o non si avrà mai una tale reattività a livello operativo?

Micheli : Al contrario, è stato fatto molto! Il rientro dell’oggetto nell’atmosfera, e la sua disintegrazione, sono stati osservati da un team di astronomi (compreso un nostro collaboratore) che hanno organizzato un sorvolo aereo, con un business jet.[4] Vari altri team hanno anche tentato osservazioni da terra, dalla costa Sud dello Sri Lanka, ma purtroppo le pessime condizioni meteo hanno precluso ogni risultato. Queste osservazioni del rientro sono molto importanti. Ad esempio, si spera che i dati che hanno ottenuto possano rivelare informazioni utili per determinare meglio le caratteristiche e la composizione dell’oggetto, e quindi ridurre il range di candidati possibili e magari identificarlo con certezza. In generale, esiste già un network di astronomi che è “in allerta” per organizzare campagne di osservazioni sul campo in caso di impatti. In questo caso il network ha reagito molto bene perché avevamo un preavviso di molte settimane, ma l’obiettivo è quello di avere un sistema con ramificazioni in vari paesi, in grado di mettere un team sul campo entro 24-48 ore dal momento in cui si sappia di un impatto imminente.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl nome WT1190F ha causato qualche ilarità[5]. In genere hai anche tu avuto l’impressione in questi anni che la divulgazione generalista si focalizzi poco sullo spiegare il nome degli oggetti? Per esempio balza agli occhi che 2015 TB145 è una sigla che riporta chiaramente l’anno, mentre WT1190F no, perché?

Micheli : La storia del nome di WT1190F è stata effettivamente oggetto di molta attenzione. In realtà la spiegazione di questa denominazione “anomala” è molto semplice. Ogni volta che un nuovo oggetto viene identificato da survey di scoperta, questi assegnano internamente un “codice” identificativo, spesso generato da calcolatori con algoritmi vari e più o meno casuali. Nei casi normali questo codice sopravvive solo pochi giorni, perché appena ulteriori osservatori confermano l’esistenza dell’oggetto, questo riceve una designazione ufficiale anno+lettere+numeri (come quella di 2015 TB145) che sovrascrive la designazione temporanea. Per WT1190F però questo processo non è accaduto, perché ci si è subito resi conto che l’oggetto era probabilmente artificiale, e quindi non gli è mai stata assegnata una designazione asteroidale. Dato che purtroppo non era noto a che oggetto corrispondesse, la designazione temporanea assegnata al momento della scoperta è rimasta l’unica disponibile.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgPiù in generale, sfogliando la stampa generalista, quali informazioni, specifiche o peculiarità dei due eventi secondo te non è stato generalmente colto o comunque divulgato?

Micheli : Per 2015 TB145 non ho visto nessun media generalista che abbia fatto notare il preavviso abbastanza piccolo con cui era stato scoperto, pur essendo un evento di routine. Per WT1190F, invece, la mancanza più grave a mio parere è stato il focalizzarsi sull’identificazione, senza menzionare che in ogni caso l’evento era estremamente interessante come test in vista di un futuro impatto di un oggetto naturale.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSempre parlando di divulgazione, tu sei anche sporadicamente attivo come wikipediano registrato, un po’ di più come IP. Editi soprattutto su wikipedia in inglese, giusto? Che giudizio daresti sulla copertura dell’evento sulle piattaforme wiki? Le voci sui due oggetti ti sembrano ad esempio abbastanza complete e accurate?

Micheli : Riferendomi alla versione inglese delle pagine di questi due oggetti, personalmente le giudico entrambe ottime, in particolare quella su WT1190F che fornisce anche informazioni non banali rendendole accessibili al pubblico. Purtroppo noto che l’edizione italiana non ha invece alcun articolo riguardo a WT1190F, a conferma della mia convinzione che non abbia ancora raggiunto, almeno in ambito astronomico, un livello di profondità e accuratezza al pari della prima.

Note[]

  1. Marco MICHELI. 2010. URL consultato il 27-01-2016.
  2. N.d.R.: alcune informazioni sui diritti di riutilizzo delle immagini ESA sono disponibili su Intellectual Property Rights
  3. NEO Coordination Centre
  4. WT1190F Reentry on 13 November 2015
  5. twitter.com/wt1190f/…

Fonti[]

Anna Lisa Bonfranceschi. «Come seguire online l’asteroide di Halloween». Wired, 30-ottobre-2015.

«Dove è caduto il detrito spaziale WT1190F le previsioni esatte per metà». http://it.blastingnews.com/, 16-novembre-2015.


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June 1, 2015

Lo stato della divulgazione della chimica in Italia. Intervista a Valentina Domenici e Gianni Fochi

Lo stato della divulgazione della chimica in Italia. Intervista a Valentina Domenici e Gianni Fochi

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lunedì 1 giugno 2015

Valentina Domenici.

Gianni Fochi.

Pisa, maggio 2015

Qual è lo stato attuale della divulgazione scientifica in Italia? Poniamo in merito alcune domande a due divulgatori scientifici, entrambi chimici, ma anche abbastanza diversi come profilo.

Valentina Domenici : giovane (1977) e donna, vincitrice nel 2010 del Premio “L’Oreal Italia per le donne e la scienza” e ricercatrice in chimica-fisica nel campo della soft matter e delle tecniche analitiche presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Pisa. Ricopre il ruolo istituzionale di assessore all’ambiente al comune di Rosignano e si occupa di comunicazione scientifica, con particolare attenzione al settore della divulgazione museale, fin da quando nel 2006 ha conseguito il Master in Comunicazione della Scienza presso la Sissa di Trieste.[1][2]

Gianni Fochi : uomo e più maturo (1950), autore di libri, giornalista e ricercatore in pensione presso la Scuola Normale Superiore. Dopo una prima attività di ricerca nell’ambito della chimica inorganica, si è dedicato dagli anni Ottanta alla divulgazione della chimica sulla carta stampata e si è caratterizzato per essere una delle voci più critiche e apprezzate nel settore. Fra i suoi argomenti principali l’ambientalismo e l’uso improprio dell’italiano scientifico.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgFate entrambi divulgazione, siete chimici, vivete nella stessa città, eppure avete raramente collaborato. In questo si deve vedere un segnale della varietà o della frammentazione del mondo della divulgazione scientifica in Italia?

Valentina Domenici : Io mi sono avvicinata alla divulgazione scientifica molto più di recente; credo che il fatto di non aver collaborato con Gianni Fochi, che per me è un esempio di divulgazione critica e intelligente come raramente si incontra, è piuttosto casuale. Per la verità, ci siamo incontrati in diverse occasioni per parlare di Chimica al grande pubblico, e ci ripromettiamo di farlo in altre occasioni. La divulgazione in Italia è certamente molto varia, perché sono molte le forme di comunicazione, dalla televisione alla saggistica, dai Musei alla radio. Del resto anche il pubblico al quale ci si rivolge non è omogeneo e ognuno tende a privilegiare un tipo di target. Io ad esempio, mi rivolgo molto spesso ai bambini e ai ragazzi, e quindi privilegio la divulgazione e la comunicazione della Chimica nelle scuole. In generale, credo che la grande varietà di forme di comunicazione sia una ricchezza e non un elemento di frammentazione.

Gianni Fochi : Innanzitutto la divulgazione tramite testi scritti è molto personale nello stile linguistico, nel taglio e addirittura negli obiettivi. Nel giornalismo prevale la ricerca dello spettacolare, che comporta una narrazione dove spesso i concetti non sono neppure sfiorati. Una mia collaborazione in tal senso è impensabile, visto che quando scrivo lo faccio per lo più proprio per mettere concetti alla portata dell’uomo della strada. Il caso di Valentina Domenici è ovviamente diverso da quelli di tanti altri divulgatori, ed è molto simile al mio; però rimane il fatto che di volta in volta possono differire i nostri interessi occasionali, o i momenti in cui lei e io possiamo dedicarci alla scrittura perché liberi da altri impegni. Chissà! Magari in avvenire potrà capitare che noi due facciamo qualcosa insieme. Per esempio, sarebbe bello collaborare alla realizzazione d’un video per qualche ente pubblico o azienda. Sono tanti anni che noi Fochi in famiglia produciamo filmati su temi scientifici e tecnologici. Opere del genere richiedono appunto collaborazioni anche multiple.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgUn uomo, una donna: la divulgazione scientifica in Italia sta superando il divario di genere? Basterà una generazione prima che la maggioranza dei nomi associati al grande pubblico non siano più uomini?

Valentina Domenici : Questo è un limite della nostra Società e purtroppo riflette una situazione generale, che è molto più grave in Italia che all’estero. Il numero di donne, Chimiche, che hanno ruoli di professore ordinario nell’Università o di manager in aziende pubbliche o private, è ancora troppo basso. Ci sono ancora troppi pregiudizi, che sono veri e propri ostacoli culturali, e credo che ci sia ancora molto da lavorare. Penso che si debba partire dall’educazione nelle scuole e in famiglia. Spesso, inconsapevolmente, sono proprio le donne a trasmettere ai loro figli valori sbagliati, che poi negli anni si trasformano in un ostacolo per il raggiungimento della parità di diritti e di opportunità. Nel mio piccolo, cerco, di impegnarmi ogni giorno, ma mi rendo conto che anche nell’ambiente lavorativo siamo ancora lontani da questo obiettivo.

Gianni Fochi : Oh! Come socio dell’U.G.I.S. (Unione dei Giornalisti Italiani Scientifici) ho un sacco di consocie donne. Anche in televisione vedo da anni donne in primo piano nelle trasmissioni scientifiche.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgAltra cosa che balza all’occhio: le vostre età sono diverse. La divulgazione scientifica in Italia gode di una buona varietà “anagrafica”?

Valentina Domenici : Penso proprio di sì. Con la bellissima esperienza del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA, ho avuto modo di conoscere tantissime persone, giovani e meno giovani, che si occupano di comunicazione della scienza con grande professionalità. Su questo sono molto positiva!

Gianni Fochi : Sì, di sicuro. Il problema è che ci sono molti giovani con una formazione scientifica universitaria, i quali vorrebbero dedicarsi al giornalismo, ma nelle redazioni i posti scarseggiano. Ed è un peccato, perché spesso a occuparsi di problemi connessi con la scienza sono invece persone che di scienza non sanno nulla.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDove, secondo voi, la linea fra didattica e divulgazione si fa sfumata?

Valentina Domenici : Aggiungerei anche la parola “comunicazione”. Spesso si fa confusione tra “comunicazione della scienza”, “divulgazione” e “didattica”. Le prime due sono in parte sovrapposte per alcuni ambiti, anche se la “comunicazione” è molto più ampia e comprende quella formale e informale, e può rivolgersi a tutti i tipi di pubblico. La didattica è invece cosa diversa sia dalla comunicazione che dalla divulgazione. La didattica è infatti legata all’insegnamento e all’apprendimento e segue quindi metodi e tecniche che sono specifici. Del resto anche gli obiettivi della didattica sono diversi da quelli della divulgazione. Personalmente, quindi non credo che ci siano sovrapposizioni tra “didattica della Chimica” e “divulgazione della Chimica”.

Gianni Fochi : In senso letterale anche l’insegnamento è divulgazione, perché dissemina conoscenze. Inoltre sarebbe un gran bene che molti docenti avessero una qualche esperienza di divulgazione nei media: saprebbero farsi capire meglio anche a livello universitario o scolastico, e interesserebbero di più i loro studenti.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgLa formazione universitaria nell’ambito della divulgazione o anche dell’allestimento museale, seppur non ancora al livello dei corsi di didattica, sta secondo voi recuperando rispetto agli altri paesi?

Valentina Domenici : Ci sono in Italia scuole di eccellenza nella formazione in ambito museale e in generale della comunicazione della scienza, soprattutto a livello di post-laurea (master e scuole di dottorato). Penso però che alcuni elementi di comunicazione scientifica dovrebbero essere introdotti nei corsi di laurea delle discipline scientifiche. Oggi un ricercatore, ad esempio, deve saper comunicare quello che fa e non può improvvisarsi comunicatore. La comunicazione non si improvvisa!

Gianni Fochi : Le università organizzano master in comunicazione della scienza. Ho fatto lezioni in alcuni di questi e ho visto che pochi iscritti avevano una laurea scientifica. Stando così le cose, mi pare che una formazione di quel tipo non risolva il vero problema. Quei master dovrebbero insegnare un pochino di giornalismo agli scienziati, mentre spesso contribuiscono ad allevare nuovi giornalisti scientifici che non sanno di scienza.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn generale, se doveste individuare una priorità di intervento, quale aspetto della divulgazione scientifica in Italia secondo voi è particolarmente carente rispetto all’estero?

Valentina Domenici : Pensando alla Chimica, credo che ci siano almeno due aspetti critici. Uno è legato alla non oggettività con cui spesso si riportano le notizie e in generale le informazioni. Questo riflette la non “buona” immagine della Chimica nella nostra società, ma anche una tendenza tutta italiana di esprimere giudizi e opinioni quando si riporta una notizia o anche semplicemente un fatto di cronaca. L’altro elemento di criticità è legato alla stessa scienza Chimica. Rispetto ad altre discipline, la Chimica ha un proprio linguaggio, che richiede un certo rigore e attenzione. Purtroppo, invece, nel tentativo di semplificare, vengono fanno molti errori, oppure non si riportano le diciture corrette. Queste “storture” contribuiscono a diffondere l’immagine di una scienza ostica, difficile, lontana.

Gianni Fochi : Forse la mancanza più grave, da noi, è quella di veri incentivi utili a far partecipare attivamente il mondo accademico alla divulgazione. Per fare un esempio, quando in Italia una rete televisiva vuole la presenza d’uno scienziato, l’ospita in studio dandogli se va bene il rimborso delle spese di trasferta. A una squinzia del Grande Fratello, che viene per mostrar le gambe, va invece un bel cachet. Ma qui la colpa è proprio degli scienziati: se, invece d’andare in televisione solo per vanagloria, cominciassero a pretendere compensi dignitosi, le cose forse cambierebbero. Le tante persone che danno vita agli show vengono pagate, com’è giusto. Ma perché conduttori, autori, microfonisti, cameraman, trovarobe sì e uno scienziato no?

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgSecondo voi negli ultimi anni la chimica è stata svantaggiata o avvantaggiata rispetto a altre discipline nell’ambito della divulgazione scientifica? Aree come l’astronomia, la medicina, o la biologia evolutiva ad esempio, non godono comunque di più attenzione?

Valentina Domenici : Indubbiamente, la Chimica non gode di una buona immagine, anche se negli ultimi anni mi sembra che gradualmente le cose stiano migliorando. Nel grande pubblico, ci sono alcune discipline, come appunto l’astronomia e la medicina, che suscitano un grande interesse e anche un certo fascino, e non è casuale che negli inserti dei giornali, ad esempio, siano queste discipline a fare da padroni. D’altra parte, anche i giornali seguono le logiche del mercato! La Chimica purtroppo paga il prezzo di una storia recente macchiata da episodi estremamente negativi, da un lato, e un poco impegno da parte dei Chimici stessi nel campo della didattica e della comunicazione, dall’altro.

Gianni Fochi : Mi pare evidente: la chimica ha poco spazio nei media, e di solito ce l’ha quando c’è da parlarne male. In parte se lo merita, perché di rado affronta con l’uomo della strada un esame pacato e approfondito sulle sue colpe passate. Come si può convincere la gente che oggi la situazione generale è molto migliorata, se si sfugge a un confronto serio su certe pagine nere della storia industriale chimica? Fra l’altro, da un confronto equilibrato, che richiederebbe appunto le conoscenze dei chimici, verrebbe fuori che comunque anche in passato la chimica, nell’insieme, è stata l’anima del progresso materiale. È ciò che ho scritto nel mio ultimo libro (“La chimica fa bene”, Giunti), aggiungendo che in tal senso l’anno internazionale della chimica (2011), se s’eccettuano le Fabbriche Aperte e altre iniziative interessanti ma limitate, è stata una grande occasione sprecata: parate, autocelebrazioni e poco più, fra gli eventi che hanno avuto molta risonanza. Sull’altro versante delle responsabilità c’è invece il fatto che l’editoria è dominata da persone che non hanno una formazione scientifica, ma per lo più umanistica. Se costoro sentono un minimo d’attrazione per la scienza, i loro interessi vengono filtrati attraverso una mentalità di tipo filosofico. Quindi è assai più facile che, fra le scienze, diano valore a quelle che in qualche modo possono aver sapore appunto filosofico: la fisica coinvolge l’origine dell’universo, la biologia l’origine della vita. La chimica invece sfugge a inquadramenti così semplicistici, e ciò in questo quadro la svantaggia.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCosa direste all’altro dopo una lettura delle sue risposte?

Valentina Domenici : Mi piace molto l’idea di progettare un video insieme sull’importanza della Chimica oggi, rivolto soprattutto alle nuove generazioni. Chissà che qualcuno leggendo questa intervista non voglia contribuire alla realizzazione!

Gianni Fochi : Direi a Valentina Domenici che purtroppo di chimici e chimiche come lei, che riescono a cogliere spunti per avvicinare la gente alla nostra scienza, sapendo crearsi gli spazi adeguati per poterlo fare, non ce ne sono quanti ce ne vorrebbero.


Note[]

  1. Franco Rosso. Intervista a Valentina Domenici: dalla chimica nei musei ai Musei di Chimica. http://www.divulgazionechimica.it/, 10 novembre 2012. URL consultato il 25-05-2014.
  2. Valentina Domenici. http://www.scienzainrete.it/. URL consultato il 25-05-2014.
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November 15, 2014

Vini nel tempo. Intervista ad Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival

Vini nel tempo. Intervista ad Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival

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sabato 15 novembre 2014

Helmuth Köcher fotografato in sala stampa dall’inviato di Wiki@Home.

Merano, domenica 9 novembre

“Vini nel tempo” è il tema di quest’anno della sezione Cult2014, uno degli eventi che il 7 novembre ha inaugurato il Merano WineFestival, un’occasione per soli 250 partecipanti e dedicata “ai 41 viticoltori che hanno segnato la storia e l’evoluzione recente del vino italiano”[1]. Un evento creato per tenere conto dello sforzo di coloro che hanno portato avanti nel settore un percorso basato sulla qualità, e fra i quali si può far rientrare di diritto proprio Helmuth Köcher[2], fondatore stesso del festival. Sulla falsariga di questo tema, ho parlato con quest’ultimo del passato, del presente e del futuro della manifestazione giunta oramai alla ventiduesima edizione.

Incontro Köcher in sala stampa presso lo storico Biergarten Forsterbräu, nella giornata di domenica, mentre sono ospitato in città dalla società organizzatrice dell’evento, la Gourmet’s International. Prima di rispondere alle domande Köcher ricorda quanto per lui sia importante in vista dell’EXPO di Milano del prossimo anno rilanciare un messaggio unico da parte del sistema vitivinicolo italiano e delle sue eccellenze. Sempre venerdì si è tenuto in città il WineWorld Economic Forum, un workshop sugli obiettivi comuni per la sostenibilità del vino, fra i cui invitati spiccano ad esempio il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e il presidente onorario dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino Mario Fregoni.

Wikipedia

Wikipedia ha una voce su Merano WineFestival.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgQuando nel 1992 il MWF è nato, in Italia il Vinitaly era fra i pochi eventi noti al grande pubblico. In seguito, sono comparsi l’Eurochocolate nel 1993, il Salone internazionale del gusto nel 1996, il Cheese di Bra nel 1997, il Triestespresso Expo nel 2000, Il Bontà di Cremona nel 2003… in quale aspetto secondo lei il MWF si può considerare un pioniere?

Köcher : Sicuramente di essere stato il primo evento in Italia e in tutta l’Europa a credere che la chiave vincente per i produttori vitivinicoli per il futuro è quella dell’alta qualità, inoltre è stato il primo evento con il criterio della selezione accurata in seguito a degustazioni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgCome si aspettava che il MWF sarebbe divenuto a vent’anni dalla nascita? Cosa la ha sorpreso maggiormente della sua evoluzione?

Köcher : Quando avevo creato il primo MWF insieme con un amico [Johann Innerhofer, Othmar Kiem n.d.r.] ci eravamo già posti allora l’obiettivo di diventare uno dei riferimenti maggiori per quanto riguarda il vino di alta qualità. La passione e la convinzione sono state, e sono a tutt’oggi, la mia spinta a continuare in questa direzione. Quello che mi ha sorpreso maggiormente è che veramente tanti eventi in Italia e all’estero sono stati “fotocopiati” da Merano, avrei dovuto patentare marchio e organizzazione.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn oltre venti anni, quale ritiene sia stata la critica più costruttiva portata al festival?

Köcher : Difficile dirlo, personalmente sono sempre aperto a tutte le critiche costruttive, forse quella più costruttiva era quella di dividere gli spazi del vino dagli spazi della culinaria e quindi dei prodotti tipici.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgDall’introduzione di Euro World Tour nel 2004, bio&dinamica nel 2005, agli eventi fuorisede del Food and Wine nelle grandi città nel 2012, passando per Dialogues nel 2013, a Cult2014 nel 2014, il MWF ha introdotto novità quasi ogni anno. Una scelta quasi obbligata? Che cosa mantengono questi eventi della formula originaria?

Köcher : Sono convinto che sia importante proporre nuove tematiche e promuovere nuovi trend sul mercato viticolo. Il Merano WineFestival può autodefinirsi anche una specie di trendsetter: quando appena si iniziò a parlare di biodinamica il Merano WineFestival lo aveva già proposto nelle sue iniziative. Quindi sento personalmente quasi come un messaggio quello di essere sensibile e di recepire prima di altri in che direzione il mercato enogastronomico si sta evolvendo. La formula originaria è sempre quella della selezione dell’alta qualità che si svolge a tutti i livelli.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgI festival hanno spesso un rapporto specifico con il luogo dove si svolgono, soprattutto Il MWF che in Italia fra i pochi a avere la sede nel nome ufficiale. Come sintetizzerebbe il rapporto fra la città e l’evento?

Köcher : Fondamentale! Sono Meranese di nascita e amante della mia città. La città di Merano ha un potenziale di flair e di fascino notevole che sicuramente sono ingredienti importanti per l’organizzazione di eventi di alta qualità.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl rischio che una città di provincia sia travolta dalla pressione degli eventi quando questi assumono rilevanza internazionale è sempre concreto. La piccola dimensione di Merano in questo caso è un limite allo sviluppo o è forse una garanzia che il MWF debba puntare alla qualità e non all’ingrandimento?

Köcher : Effettivamente Merano come cittadina non è facilmente raggiungibile come lo è Milano oppure Roma. Questo costituisce un limite. Però un evento come il Merano WineFestival non vuole puntare sui grandi numeri ma vuole mantenere il limite logistico di massimo 6500 visitatori, il più possibile esperti del settore. In questo spirito Merano sicuramente ha un potenziale maggiore rispetto alle grandi città.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIn Europa siamo in recessione da oltre sette anni. Il MWF ne ha risentito negativamente, oppure questo contesto economico ha accelerato l’internazionalizzazione dell’evento? Nel 2014 ad esempio l’anteprima del festival si è tenuta a Chicago: queste trasferte fuori dall’Europa diventeranno più frequenti?

Köcher : Proprio in momenti di recessione la promozione diventa importante. Il Merano WineFestival offre una specie di palcoscenico ed è un garante della qualità dei prodotti selezionati, quindi non ha risentito della recessione ed è riuscito a mantenere i numeri del pubblico e dei produttori. Sicuramente ha anche accelerato l’internazionalizzazione dell’evento. Proprio per questo motivo le trasferte in altre città del mondo diventano importanti e saranno maggiorati nei prossimi anni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svgIl punto di forza del MWF è la selettività, ottenuta tramite il lavoro di commissioni di assaggio selezionate. Quis custodiet ipsos custodes? Qual è la loro attuale composizione professionale e geografica?

Köcher : Ogni anno sono ca. 5000 vini e ca. 300 prodotti tipici che devono essere assaggiati e valutati. Per far fronte a questo impegno devo per forza di cosa avvalermi di commissioni di assaggio che lavorano soprattutto in Alto Adige ma anche nel Friuli Venezia Giulia e in Emilia Romagna. La composizione delle commissioni deve garantire la presenza di un coordinatore che abbia almeno 10 anni di professione nel settore e di almeno altri due membri giornalisti e tecnici fino ad un massimo di 5 membri.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg L’interazione con il mondo scientifico-accademico è fondamentale per il miglioramento della qualità e dei metodi di controllo nelle filiere produttive. Fra gli eventi futuri di contorno al festival questa dimensione comparirà?

Köcher : Complimenti per questo suggerimento. Da qualche anno seguo con particolare attenzione il ruolo del mondo-scientifico e accademico e ritengo che questo debba integrarsi sempre di più in eventi come lo è il Merano WineFestival. Ogni produttore ha bisogno di capire meglio tanti aspetti come ad esempio la sostenibilità del vino.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Se guardiamo la cartina dei grandi eventi enogastronomici italiani, il Mezzogiorno è assente. Leggendo la stampa locale italiana si vede comunque un grande entusiasmo per i produttori locali del Mezzogiorno di poter partecipare a Merano. Il MWF ha in mente di organizzare qualche evento a sud della capitale nei prossimi anni, ad esempio sulla falsariga dei Food and Wine festival di Milano e Roma?

Köcher : È già da anni che ho in programma di organizzare un evento nel Sud-Italia. Qualche anno addietro ero molto orientato su Napoli oppure su Trapani. Molto probabilmente il momento non era quello giusto. Oggi ritengo che la regione migliore per proporre un evento come il Merano WineFestival è la Puglia in quanto proprio negli ultimi anni la qualità del vino ha iniziato ad avere un riscontro che si sta facendo vedere e sentire anche sui mercati internazionali.


Note[]

  1. Helmuth Köcher. Cult 2014 in www.meranowinefestival.com. Gourmet’s International Srl/GmbH. URL consultato il 15-11-2014. — “[…] Una mia personale selezione di 41 viticoltori […] che rappresentano la storia ed anche il presente dell’alta qualità.”
  2. Helmut Koecher [scheda biografica] in salepepe.it. Arnoldo Mondadori Editore Spa. URL consultato il 15-11-2014.
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May 14, 2014

UEFA Europa League, il regista tv: \”Sarà una sfida adrenalinica\”

UEFA Europa League, il regista tv: “Sarà una sfida adrenalinica”

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mercoledì 14 maggio 2014

TORINO, Juventus Stadium – C’è ancora un po’ di Italia nella finale di UEFA Europa League. Oltre alla splendida cornice offerta dallo Juventus Stadium di Torino, il più moderno e tecnologicamente avanzato degli stadi italiani, in cabina di regia c’è Riccardo Poma, il più giovane “football match director” chiamato a dirigere una finale europea, coordinerà una produzione Mediaset senza confronti: 37 camere ad alta tecnologia, oltre 200 persone al lavoro, 65 mezzi regia (tra broadcast italiani e stranieri), 200 paesi collegati per una audience che si stima oltre il miliardo di persone. Per Poma è la prima finale europea. Lo raggiungiamo al telefono, mentre supervisiona la realizzazione dei contributi per le tv di tutto il mondo.

La diretta tv è una sfida nella sfida: sei pronto?

Non vediamo l’ora di cominciare. Sarà una sfida “adrenalinica” per noi: circa 60 persone che si preparano da mesi per raccontare il meglio possibile un evento di portata mondiale.

Non c’è una squadra italiana, in finale. La Juventus avrebbe potuto giocare in casa…

Sarebbe stato ancora più appassionante, ma è rappresentata comunque da un magnifico stadio.

Mediaset ha messo a disposizione mezzi straordinari. Viene da chiedersi come fai a vedere contemporaneamente tutte quelle camere.

C’è un metodo, naturalmente, chi fa le dirette televisive è abituato. E c’è anche la formazione: ogni tipo di camera ha una funzione e offre prestazioni differenti: la qualità del gioco in diretta, i replay, gli ipermotion e gli slow motion… io parlo con ogni singolo operatore, perché voglio ottenere il massimo dai mezzi e dalle persone, per raccontare nel miglior modo possibile non solo l’andamento della partita, la tattica, i protagonisti, ma anche proprio la bellezza del gioco del calcio.

C’è un’estetica, nella diretta di una partita?

Certo, e la tecnologia aiuta a esaltarla. C’è soprattutto l’emozione. Quando andavo allo stadio da ragazzino e stavo dietro la porta… magari non vedevo cosa succedeva dall’altra parte, ma era bellissimo quando vedevo l’azione arrivare. Ora con la regia io posso essere in ogni parte del campo, e condividere questa emozione con il pubblico.

Sai già come racconterai la partita?

Prima, i fondamentali: vedere sempre la palla in movimento, mai interrompere il gioco. Il replay deve servire per chiarire e spiegare. Poi, c’è la possibilità di arricchire il racconto, con le espressioni, le coreografie del pubblico, il colpo di tacco.

Puoi farci un esempio di scelta “stilistica”?

Quando l’attaccante segna un gol, spesso vediamo la palla in rete, ma ci perdiamo parte di quello che succede dopo. Noi ci teniamo pronti a riprendere non solo il tiro e la palla, ma anche il giocatore che corre via, la sua esultanza, la delusione del portiere, il pubblico… L’emozione ha tanti volti e da regista – da “primo spettatore” – non voglio perdermene nemmeno uno.


Fonti[]


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April 6, 2013

Crisi in Corea del Nord: intervista a Scott Snyder e Robert Kelly

Crisi in Corea del Nord: intervista a Scott Snyder e Robert Kelly

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sabato 6 aprile 2013
Negli ultimi giorni, la Corea del Nord ha minacciato più volte azioni belliche contro la vicina Corea del Sud e gli Stati Uniti. La tensione è salita ed è stata decisa addirittura la chiusura dell’area industriale di Kaesong ai lavoratori sudcoreani.

Wikinews ha intervistato il dottor Robert Kelly dell’Università Nazionale di Busan (Pusan National University, PNU), specializzato in sicurezza e diplomazia, e Scott Snyder, esperto di Corea del Nord del Council of Foreign Relations (CFR).

W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgInnanzitutto, che ruolo ha nella sua istituzione?
Robert Kelly: Sono professore di Relazioni Internazionali alla PNU.
Scott Snyder: Sono senior fellow per gli Studi sulla Corea e direttore del Programma sulla politica estera fra Stati Uniti e Corea presso il CFR.

W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgLa Corea del Nord ha minacciato spesso la Corea del Sud. Che possibilità ci sono che stavolta queste minacce si traducano in realtà?
RK: Molto poche. La Corea del Nord perderebbe la guerra, se mai iniziasse. Se poi utilizzassero le loro armi nucleari, perderebbero ogni appoggio nel mondo e la Cina li abbandonerebbe. Dietro queste minacce, c’è l’intenzione di estorcere aiuti alla Corea del Sud e al suo nuovo presidente, non certo far scoppiare una guerra.
SS: Le minacce nordcoreane servono una varietà di scopi. Alcuni sono di tipo difensivo e sono primariamente intesi a scoraggiare gli altri Stati a prendere posizioni troppo aggressive contro una Corea del Nord debole. Altre sono di tipo tattico, in vista di nuovi negoziati. Altre ancora sono espressione di intenti o aspirazioni che vanno oltre le capacità nordcoreane e che non possono essere attuate senza affrontare gravi conseguenze. Infine, alcune sono minacce specifiche che la Corea del Nord tenterà di attuare nell’ambito di una strategia di guerriglia, in modo da evitare l’escalation e mantenere il vantaggio dell’effetto sorpresa. Le minacce nordcoreane vanno prese seriamente, ma valutate con attenzione per determinare quali sono le circostanze in cui vengono effettivamente portate avanti.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgCome stanno reagendo i cittadini sudcoreani al programma di armamenti nucleari nordcoreano?
RK: Ovviamente non sono d’accordo, ma si preoccupano meno di quanto uno straniero possa immaginare. I sudcoreani vivono da anni con questa spada di Damocle. Il Nord li ha minacciati più volte in passato, quindi è un po’ come il ragazzino che urla “al lupo, al lupo”. Nessuno si aspetta che lancino davvero una bomba.
SS: Sempre più turbati e preoccupati, soprattutto per la possibilità di essere oggetto di un ricatto nucleare. Allo stesso tempo, tutto questo finora ha avuto un impatto trascurabile sulla vita quotidiana dei sudcoreani.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgQuindi i sudcoreani continuano a vivere normalmente?
RK: Sì. Non è come la crisi dei missili di Cuba, quando la gente svuotava gli scaffali dei supermercati e costruiva dei bunker nelle cantine. I miei studenti continuano ad andare e venire dall’università normalmente. Decisamente, la compostezza dei sudcoreani è impressionante.
SS: Sì.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgLa Corea del Nord diventerà ancora più isolata?
RK: Sì. Minacciare una guerra nucleare è una escalation genuina che allontanerebbe qualsiasi Stato. Comunque, la Corea del Nord è già sufficientemente isolata. Siccome la Cina, che è il primo Paese donatore di aiuti, non li taglia, un ulteriore isolamento avrà pochi impatti pratici.
SS: La Corea del Nord è sempre più isolata politicamente, ma è economicamente e informaticamente più connessa di quanto lo fosse dieci anni fa.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgL’esercito sudcoreano è pronto per affrontare un qualsivoglia conflitto con quello nordcoreano?
RK: Sì. L’esercito sudcoreano è moderno, ben addestrato e ben formato, con una superiorità tecnica e organizzativa sostanziale rispetto all’esercito nordcoreano. Al momento, il Sud non ha risposto alle provocazioni del Nord solo per evitare una escalation, non perché non sono in grado di farlo. La superiorità convenzionale del Sud è ulteriormente incrementata dall’aiuto degli Stati Uniti.
SS: La Corea del Sud vincerebbe nettamente larga parte degli scontri convenzionali col Nord, ma è vulnerabile in alcuni teatri d’azione, in cui la Corea del Nord percepisce una mancanza di prontezza o un vantaggio tattico.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgLa chiusura di Kaesong da parte della Corea del Nord è una prova della tensione montante fra i due Paesi?
RK: Sì e no. È un fatto importante, perché Kaesong è una fonte di denaro contante per il Nord, quindi la sua chiusura testimonia che è intenzionata a sopportare alti costi per questa faida. D’altra parte, i media sudcoreani hanno definito la chiusura anticipata dell’area come un segno della determinazione nordcoreana, affermando piuttosto chiaramente che se la Corea del Nord avesse tenuto aperte le industrie, avrebbe voluto dire che non stavano facendo sul serio. In altre parole, penso che il Nord sia stato “costretto” a chiudere Kaesong per non venire meno alla guerra di parole, non perché fosse nei piani.
SS: Finora, è la manifestazione più evidente della crescente tensione, ma non ci sono ancora stati effetti materiali. Vedremo come evolverà la situazione nei prossimi giorni. Kaesong diventerà vulnerabile soltanto quando le operazioni si fermeranno e quando i trasferimenti finanziari connessi al fallimento di queste ultime diventeranno operativi.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgLa Corea del Nord ha spostato uno dei suoi missili a lungo raggio sulla sua costa orientale. È una mossa di cui preoccuparsi?
RK: Non penso che sia una mossa seria come l’hanno descritta i media. Prima di tutto, hanno spostato un solo missile. Secondo, non è chiaro se la Corea del Nord abbia effettivamente delle testate nucleari sufficientemente piccole per essere inserite su dei missili. Loro hanno detto di sì, ma le testate nucleari sono particolarmente pesanti e per questo motivo hanno bisogno di missili sufficientemente larghi, quindi spostare un missile non significa necessariamente che verrà puntato verso gli Stati Uniti o verso Tokyo, che secondo me sono gli obbiettivi più probabili. Non è chiaro se si tratti davvero di un missile nucleare, se sia pronto al decollo… quindi per quanto ne so, mi sembra ancora una volta un bluff. Mi sembra che parlino, parlino, ma che non ci saranno poi reali conseguenze, mi sembra più una “guerra di parole”.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgSi parla molto di Kim Jong-un come di un leader privo di esperienza. Secondo lei, saprà fermarsi sul ciglio del burrone?
RK: Ecco, questa è una bella domanda. No, non lo penso, e questo è il motivo per cui stiamo avendo questa conversazione. Kim Jong-il, il padre di Kim Jong-un, era davvero molto bravo in questo senso — dico “bravo” fra virgolette. Sapeva molto bene come giocare a questo gioco, sapeva molto bene come prendere il Sud, soprattutto per ottenere aiuti, riso, assistenza, carburante… Suo figlio è lì da 14-15 mesi, un anno e mezzo circa al massimo. Non è passato attraverso i processi educativi del regime, non ha avuto esperienze né nell’esercito, né nel partito. E sicuramente non ha alcun addestramento militare, non sembra sia mai andato in un qualche istituto militare. Ha frequentato un collegio in Svizzera, al massimo. Quindi, non è del tutto chiaro cosa davvero sappia fare, se sappia come comportarsi. Ho come l’impressione che sia stato incitato dai suoi stessi generali e che loro lo facciano perché non vogliono che la loro posizione venga ridimensionata nel nuovo ordine. Sotto suo padre Kim Jong-il, l’esercito è stato costituzionalmente elevato a un livello di importanza molto alto, quasi come se fossero il primo pilastro del Governo, quella che noi chiamiamo “strategia dell’esercito prima di tutto”. Penso che adesso siano preoccupati che, per far ripartire l’economia, il nuovo Kim possa ridimensionare il ruolo dei militari, penso sia questo il vero motivo di tutto ciò. Non penso che vogliano davvero una guerra.
W@H waves left.svgWNW@H waves right.svgQuindi pensa che queste minacce siano soltanto un metodo per ottenere più aiuti dalle Nazioni Unite?
RK: Non proprio dalle Nazioni Unite, il loro ruolo nella vicenda è piuttosto limitato a dire il vero. Ci sono alcune agenzie ONU specializzate che operano in Corea del Nord — penso che il Programma alimentare mondiale sia la principale fra queste, perché i nordcoreani hanno costantemente problemi di mancanza di cibo — e poi ci sono altre ONG occidentali, organizzazioni benefiche e simili. Io stesso sono stato in Corea del Nord e ho visto come lavorano queste organizzazioni, ho incontrato persone che vivono lì e fanno questo. Ma sono organizzazioni piccole. I nordcoreani hanno paura che gli occidentali possano girare liberamente, creare problemi, parlare alla gente… Ogni tipo di contatto con l’esterno in Corea del Nord è molto, molto limitato. Penso che il vero problema siano in realtà i vicini della Corea del Nord, ossia Giappone, Cina, Stati Uniti e Corea del Sud. La Russia non ha un grande ruolo in tutto questo. E questo è ciò che davvero vogliono, i nordcoreani adesso sono totalmente dipendenti dai soli cinesi. Un tempo riuscivano a mettere i cinesi, i sudcoreani, i giapponesi e gli statunitensi l’uno contro l’altro e a ottenere aiuti e concessioni da ciascuno di loro. Negli ultimi dieci anni, il gioco si è fatto più difficile. Soprattutto Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud hanno serrato i ranghi e non vogliono più affrontare la Corea del Nord da soli, spingendola sempre più verso la Cina. Ma alla Corea del Nord non piace essere dipendente da un Paese solo. E credo che tutto questo sia solo un tentativo di liberarsi da questa dipendenza, ma è piuttosto difficile dal momento che è ormai una colonia economicamente dipendente dalla Cina.


Fonti[]

Wikinews

Questo articolo, o parte di esso, deriva da una traduzione di North Korea’s rising tensions: Wikinews interviews Scott Snyder and Dr Robert Kelly, pubblicato su Wikinews in lingua inglese.

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September 5, 2012

Scuole digitali e biblioteche civiche – Intervista a Valentina Ghio

Scuole digitali e biblioteche civiche – Intervista a Valentina Ghio

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mercoledì 5 settembre 2012

Abbiamo intervistato Valentina Ghio assessore alla cultura del Comune di Sestri Levante che ha idee molto innovative sull’utilizzo delle biblioteche civiche, anche in riferimento alla nuova legge della Regione Liguria sulla scuola digitale e sulla diffusione del libro elettronico.

W@H waves left.svgDomandaW@H waves right.svg La nuova legge regionale della Liguria sulla scuola digitale e sulla diffusione del libro elettronico prevede la
«  emanazione di indirizzi a comuni e province perché adeguino le strutture edilizie, le infrastrutture e le attrezzature scolastiche alle esigenze dell’innovazione tecnologica in atto in vista dell’estensione territoriale della connettività a banda larga »

Da questo punto di vista sappiamo che il comune di Sestri Levante si pone in una posizione di assoluta avanguardia, da vera apripista avendo già collegato in rete tutti i plessi e le singole scuole. Lei come assessore alla cultura pensa che ci siano altre forme di interazione possibili da parte del comune?

Valentina Ghio: Nel pieno rispetto delle competenze dei diversi enti penso che la biblioteca civica può dare un contributo alla diffusione del libro elettronico. La Biblioteca Fascie Rossi è da non molto tornata nella sua storica sede, nel frattempo restaurata. Per l’occasione è stata dotata di postazioni pc a disposizione degli utenti e di collegamento wifi gratuito per chi preferisce portare il proprio portatile. Ma queste sono solo le premesse indispensabili. Per pensare però che la biblioteca si doti di un catalogo di e-book da distribuire agli utenti, in particolare a docenti e studenti, bisogna percorrere ancora una lunga strada.

Palazzo Fascie-Rossi sede della Biblioteca civica di Sestri Levante

W@H waves left.svgDW@H waves right.svg Quali difficoltà vede?

V.G. La prima è che si riscontrano pochi precedenti. E in questo periodo in cui i comuni non hanno fondi a disposizione, tutto è più difficile.

W@H waves left.svgDW@H waves right.svgIn internet si legge che la biblioteca di Lerici ha acquistato alcuni e-reader, caricandoli con testi classici e moderni e li dà in prestito per la consultazione.

V.G. Una formula del genere oltre ad essere non adatta a coprire le esigenze scolastiche è una soluzione onerosa.

W@H waves left.svgDW@H waves right.svg Lei pensa che il compito di curare la raccolta e la selezione degli e-book già disponibili gratuitamente in rete (solo per fare degli esempi: Wikisource, Liber Liber, Matematicamente) potrebbe essere affidata a qualche iniziativa di volontari su base allargata e possibilmente con metodologia Wiki mentre la biblioteca civica si assumerebbe l’incarico di metterlo a disposizione dei singoli plessi e delle singole scuole?

V.G. L’idea è interessante, ma la percorribilità è tutta da verificare Anche le soluzioni apparentemente a costo zero in realtà comportano impiego di risorse di personale che non può essere distolto dai suoi compiti istituzionali. Occorre bene approfondire la cosa.

W@H waves left.svgW@H waves right.svg La ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato e per l’impegno mostrato per realizzare il suo progetto.


Articoli correlati[]

Collegamenti esterni[]

Wikinotizie
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July 2, 2012

Intervista a Giovanni Guaraldi

Intervista a Giovanni Guaraldi – Wikinotizie

Intervista a Giovanni Guaraldi

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2 luglio 2012

Intervista a Giovanni Guaraldi, Direttore di CUSCOS – Centro Universitario di Servizi per la Cooperazione allo Sviluppo (2009)[]

RUOLO dell’EDUCAZIONE NEL PROMUOVERE SUPPORTO alla COOPERAZIONE INTERNAZIONALE
Università per la Cooperazione Internazionale: ruolo di CUCS e ruolo di CUSCOS; come funziona l’attività di network tra Università; multidisciplinarità; come esprimere la propria professionalità attraverso la Cooperazione Internazionale.

Di che cosa si occupa CUSCOS e di cosa si occupa CUCS?
CUCS, nata nel 2004 ed avente come referente il Politecnico di Milano, è una rete di Atenei italiani che si è posta degli obiettivi, essenzialmente nell’ambito della formazione e della ricerca a favore della Coop. Internazionale. Questa rete fa sì che, di tanto in tanto, le Università italiane si incontrino per promuovere azioni a favore della Coop. Internaz.
Questa rete è nata per interesse da parte del MAE (Ministero degli Affari Esteri) nel coinvolgere le Università, al fine di utilizzarne know how e competenze per la promozione e per la valutazione dei progetti di cooperazione.
Sostanzialmente, però, per poter dare una risposta coerente, io che ero allora il rappresentante dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia, ho ritenuto opportuno cercare di divulgare questi obiettivi all’interno dell’ateneo modenese.
Quindi, ispirandomi ad esperienze storicamente consolidate come quelle di Pavia, di Ferrara o di Parma, ho proposto di creare un Centro di Servizi per la Cooperazione allo Sviluppo. Il quale si è dato uno Statuto e nel dicembre 2008 ha dato vita ad un vero e proprio Organo istituzionale Universitario, denominato CUSCOS.

Quali sono i servizi offerti dal Cuscos?
I servizi sono tutto quello che l’Università può mettere a disposizione a favore della Ricerca, della Formazione e del Partenariato con organismi privati o pubblici che si occupano di Cooperazione. Un servizio è quindi, ad esempio, fornire attività didattica, fornire competenze di consulenza, preparare un progetto di ricerca. Questo sono i servizi che fornisce l’Università.

Chi fa parte di CUSCOS?
Cuscos fa riferimento unicamente all’Università di Modena e di Reggio Emilia, e a Cuscos possono aderire tutte le facoltà dell’Ateneo, inviando ciascuna di esse i loro rappresentanti. La caratteristica fondamentale del Cuscos è che si tratta di un centro multidisciplinare. Fa parte di Cuscos chi si riconosce negli obiettivi di questo centro. Esiste un Cuscos docenti ed esiste un Cuscos studenti. Esiste un Comitato Direttivo a cui partecipano rappresentanti dei docenti e rappresentanti degli studenti.

Come funziona la Rete del Cuscos piuttosto che del Cucs, in quanto Rete?
Innanzitutto è conoscersi. E’ innanzitutto una mailing list, che distribuisce informazioni, esempio bandi di finanziamento oppure iniziative che ciascuno di noi fa. Di tanto in tanto, a mesi alterni, i referenti di questa rete si incontrano, e discutono su temi di interesse comune quali progetti nell’ambito della formazione oppure nuovi temi nell’ambito della ricerca della CE (e allora … chi di noi si occupa di questo argomento? Che contatti abbiamo con i Cittadini del Mondo che si occupano di questo argomento?).
Fare rete è dunque conoscersi e far circolare informazioni.

Nel momento in cui tu hai proposto di fondare la rete del Cuscos, con l’obiettivo quindi di dedicarsi alla Cooperazione Internazionale, qual è stata la reazione dei tuoi colleghi? Quanto è difficile sensibilizzare i docenti universitari a tematiche di questo tipo, avendo già loro un percorso formativo ben definito da seguire?
Il problema è effettivamente quello di riuscire a raggiungere le persone motivate. Questo, nella mia esperienza, passa molto di più con il passaparola che non attraverso gli organi istituzionali. Abbiamo fatto una prima lettera circolare che veniva letta da tutti i Presidi di facoltà, alla quale praticamente non ha risposto nessuno. Attraverso il passaparola, e grazie agli studenti che ci hanno permesso di metterci in contatto tra noi docenti, abbiamo capito chi erano le persone più sensibili alla tematica. Io sono convinto che il vero motore del Cuscos è e debba essere rappresentato dal mondo giovanile. Sono loro le persone che hanno più voglia di conoscere e di interrogarsi su questa Cittadinanza del Mondo.

Quanti sono i docenti che fanno parte del Cuscos?
Ci sono persone che hanno dichiarato la loro disponibilità a partecipare in maniera attiva e ci sono persone che hanno chiesto di partecipare alla mailing list, in modo da aderire .
Le persone che si incontrano regolarmente all’interno del Cuscos sono sei e rappresentano il Comitato di Direzione.
Non penso comunque che il successo o l’insuccesso del Cuscos dipenda dalla partecipazione più o meno numerosa, ma più che altro dalla capacità innanzitutto di offrire agli studenti gli strumenti che permetteranno loro di diventare la nuova generazione di cooperanti. E soprattutto l’idea di diventare comunque una voce autorevole all’interno dell’Università nel proporre attività culturali significative. Non mi preoccupo del fatto che, pur essendoci centinaia di docenti, solo alcune decine di loro si sono formalmente inseriti nella mailing list. Mi preoccupo di essere comunque accogliente, sia all’interno che all’esterno dell’università, rispetto a queste tematiche.
Non è che uno debba spogliarsi della propria attività, di quello che sta facendo. Per esempio uno dei primi gruppi che ha risposto alle attività del Cuscos è stata Ingegneria senza frontiere, neonata a Modena. Prima cosa di cui mi sono preoccupato è che chi era attivo in Ingegneria senza frontiere e voleva conoscere il Cuscos non doveva spogliarsi o abbandonare la propria attività. Ognuno entra nel Cuscos proprio grazie alla propria esperienza e alla propria attività.

Nuovo paradigma della cooperazione internazionale[]

Cito una dichiarazione: “Il Millennio appena avviato ha segnato l’avvio di un nuovo tempo per la cooperazione allo sviluppo, che si fonda su un diverso paradigma da cui guardare il mondo”. Tu cosa pensi di questa affermazione? Qual è il nuovo paradigma di cui si parla?
Questa frase è di Felice Rizzi, che ha la cattedra Unesco all’Università di Bergamo. Il concetto di Cooperazione è cambiato in questi anni. Il primo trentennio di Cooperazione aveva visto una situazione di forte squilibrio tra chi proponeva/eseguiva la Cooperazione e chi la riceveva, quindi situazione di grande disparità, non solo economica ma anche di relazione. Oggi invece si parla di Progettazione per la Cooperazione, logica a cui si associa una scadenza temporale predefinita e una sostenibilità del progetto a lungo termine, in cui il beneficiario del progetto – già fin dalla fase della progettazione – diventa sostanzialmente l’attore principale del rapporto cooperativo.
Purtroppo spesso si ritiene ancora la Cooperazione come un processo unidirezionale, in cui sostanzialmente continuiamo a pensare di avere qualcosa da insegnare a qualcun altro. Il percorso in realtà non è così. Anzi, il più delle volte è proprio l’inverso. Le risposte ai grandi temi del mondo, quelli enunciati dai Paesi in via di sviluppo, verranno dai Paesi in Via di Sviluppo. Non verranno da noi. Noi quindi, quando ci interfacciamo su questi temi, dobbiamo avere la lucidità che le risposte verranno dai luoghi su cui questi temi sono maggiori. Quindi dobbiamo metterci in una situazione tale da facilitare lo sviluppo delle loro soluzioni, e non proporre noi dei nostri modelli culturali che saranno sicuramente fallimentari nel momento in cui verranno esportati.
La cooperazione è un dialogo politico.

Esempio di buona pratica – Progetto “Community based system in HIV treatment – CoBaSys[]

Cuscos è leader di una Rete che ha ottenuto un finanziamento da parte della CE per un Progetto che si occupa del ruolo di partecipazione delle comunità locali nei progetti di accesso alla terapia anti retro virale (cioè terapia per il trattamento dell’Aids) nei Paesi in Via di Sviluppo della fascia equatoriale sub-sahariana.
Il Cuscos di Modena ha creato una rete che coinvolge alcuni Partner europei, ma soprattutto un numero consistente di Paesi africani, coinvolgendo sia gruppi istituzionali, essenzialmente Università africane e ONG africane che si occupano di Coop. Internazionale nell’ambito dell’Aids, per andare a studiare questa situazione un po’ nuova nell’ambito dell’accesso ai farmaci anti – retro virali.
Il presupposto base dei progetti di cooperazione è quello di prevedere la sostenibilità del progetto, anche dal punto di vista economico, ma purtroppo nell’ambito dell’HIV questo presupposto viene a mancare perché l’accesso a questo tipo di farmaci è molto costoso e coinvolge delle fasce così ampie della popolazione, vista anche la progressione in forma epidemica della malattia da HIV in Africa, che solo attraverso i grandi Donours internazionali si può avere accesso ai farmaci anti – retro virali.
Allora ci siamo chiesti se aveva senso parlare di Cooperazione allo Sviluppo in progetti che per definizione non sono sostenibili. Nessun Paese, nessuna ONG riesce oggi a garantire la terapia anti-retro virale se non attraverso dei meccanismi di Donours internazionali.
Esiste dunque un altro livello di sostenibilità di progetto di cooperazione che consideri non tanto la sostenibilità economica quanto piuttosto quella culturale? Intendo parlare del ruolo delle comunità locali nel sostenere l’accesso ai farmaci anti retro virali. Questo è un modello in cui noi riteniamo che si giochi un partenariato politico partendo dai destinatari ultimi, che sono sostanzialmente i pazienti infetti da HIV, con particolare attenzione alle comunità rurali, dove oggi è più difficile avere accesso ai farmaci anti retro virali.
Questa è dunque un’azione concreta che sta facendo il Cuscos nell’ambito della Ricerca nei confronti della lotta all’Aids (uno degli Obiettivi del Millennio).

Percorsi formativi all’interno dell’Università[]

Prima missione dell’Università è la Formazione. Da questo punto di vista oggi penso che qualunque professionista di qualunque branca – sia essa scientifica oppure umanistica – non può fare a meno di avere un minimo di background culturale necessario per capire cos’è la Cooperazione nell’ambito di un processo di globalizzazione, indubbiamente di tipo irreversibile. A riguardo il Cuscos sta cercando di diffondere la possibilità, all’interno dell’Ateneo, di fare sì che ogni studente di ogni facoltà possa accedere a dei crediti formativi in questo ambito della Cooperazione. Ci sono alcune facoltà che per natura sono facilitate nei confronti di questa situazione. Mi riferisco in modo particolare alla mia facoltà, io sono un medico, sono un infettivologo, mi occupo di Aids e ho un’esperienza in passato ma anche nel presente di Cooperazione in ambito sanitario , per quanto riguarda l’Aids in vari Paesi in Via di Sviluppo. Ho ritenuto indispensabile che i miei studenti del corso di Malattie Infettive del 4^ anno di medicina piuttosto che di Odontoiatria piuttosto che di Scienze infermieristiche avessero la possibilità di fare un’esperienza sanitaria prima di laurearsi andando a visitare sul campo centri sanitari che lavorano in situazioni di maggior povertà. Per esempio oggi la Facoltà di Medicina offre a tutti gli studenti la possibilità di acquisire dei crediti formativi con esperienze sul campo, attraverso una rete di Ospedali e di Università in vari Paesi nel mondo, dall’America Latina all’India, in cui fare queste esperienze sanitarie, che vengono poi riconosciute nell’ambito dei curricula degli studenti.

Questo lo possiamo dunque intendere come un esempio di nuovo percorso formativo calato in un centro che studia le malattie infettive trovo che abbia anche facilmente una sua ragionevole collocazione. Ma se ci interfacciamo con le altre facoltà, quali nuovi percorsi formativi possiamo sviluppare a riguardo?
La Cooperazione lavora con uno strumento fondamentale che è la multidisciplinarità. Citavo prima il progetto, nell’ambito della sostenibilità dei progetti per la terapia anti retro virale. Lo strumento d’indagine di questo progetto è rappresentato dallo studio sulla Comunicazione. Rispetto a questo non è certo il medico che ha i migliori strumenti nell’ambito della Comunicazione. Alcune tecniche di utilizzo di questi progetti sono assolutamente mutuate da esperienze nell’ambito delle facoltà umanistiche su come meglio coinvolgere le comunità, partendo da distanze culturali e linguistiche rispetto a queste situazioni. La sostenibilità passa inoltre attraverso tutto quello che non è strettamente necessario ma si colloca nell’ambito della dimensione socio – economica, con attività quali quelle di microcredito o di promozione umana attraverso l’accessibilità all’acqua. Quindi nel nostro progetto, a pari dignità scientifica, lavorano laureati in lettere, laureati in lingue, ingegneri, economisti, …. E sono tutti ruoli centrali rispetto a quello del medico, che in ultima analisi fa la parte più facile, cioè quella di somministrare il farmaco, in questa circostanza. Abbiamo bisogno di tutte queste competenze per riuscire ad interfacciarci con queste comunità locali.

Fate dunque un’azione congiunta di Ricerca, Formazione e Trasferimento di conoscenze?
…. E cooperazione con le ONG e con i Partner istituzionali. Un errore su cui si può cadere è quello di pensare che questi centri, piuttosto che l’università stessa, possano diventare poi un diretto erogatore di prestazioni. Io penso che non sia questo il ruolo dell’università. Esistono centri istituzionali piuttosto che ONG che hanno molta più competenza nell’erogare sul campo le prestazioni. E su questo l’università deve imparare a cooperare.

Percorsi formativi all’esterno dell’Università[]

Se è obiettivo dell’università quello di creare i futuri Cittadini del Mondo, con quali altre figure o enti ci si può interfacciare per portare in campo un’azione sinergica che favorisca tale obiettivo?
L’università può promuovere un messaggio culturale alla cittadinanza, senza per questo essere certo l’unica depositaria di tale messaggio. L’università però non si rivolge solo agli universitari; si rivolge in generale alla comunità nella quale è inserita, sia nel Nord che nel Sud del Mondo. Va quindi al di là della rete locale stessa. Esempio pratico. Sono abbastanza comuni adesso per noi gli incontri anche con studenti delle scuole superiori, che sono già animati dal desiderio di iniziare delle esperienze di cooperazione. Sono energie straordinarie quelle dei giovani che si vogliono affacciare al mondo, e l’università può avere un ruolo nel meglio indirizzare queste future generazioni. Anche se questi ragazzi non sono ancora studenti universitari e non necessariamente diventeranno studenti universitari, possiamo dare loro alcuni strumenti interpretativi per aiutarli in alcune scelte di base piuttosto che non nella vita post universitaria, nell’ambito dell’ambiente imprenditoriale, o in generale nell’ambiente di lavoro. L’università ha delle competenze tecnologiche, scientifiche, culturali, che devono essere messe a disposizione per esempio di ONG o di istituzioni quali il Ministero degli Affari Esteri. È comune oggi che una ONG si rivolga a noi perché ha bisogno, ad esempio, della competenza di un architetto per realizzare il tetto di un ospedale, non disponendo di un architetto come risorsa interna. L’università può fornire consulenza piuttosto che promuovere iniziative culturali, che possano tenere alto il tema della Coop. Internaz. in un dibattito interculturale all’interno della società. L’università però non solo si rivolge al Paese in cui è inserita; può introdursi anche in alcuni Paesi in cui alcune tematiche, quale ad esempio della povertà, sono maggiormente presenti, pensando che gran parte delle risposte verranno proprio da questi Paesi. Quindi non è che noi “trasferiamo competenze”. Noi semplicemente diventiamo facilitatori di competenze che sono presenti nei luoghi in cui lavoriamo.

Leggendo il protocollo del Cuscos, trovo che tra gli impegni assunti c’è quello di “fare dell’Università un interlocutore rappresentativo, riconosciuto e autorevole per la società civile e il mondo istituzionale a livello nazionale e internazionale”. Come si intende realizzare, in concreto, questo dialogo interistituzionale tra Stato, Società civile, Organismi Internazionali, Mondo industriale e Università?
Vedi ad esempio il Convegno di Pavia, che prevedeva come relatori dei rappresentanti dei Ministeri , quindi è lì che l’Università si interfaccia con lo Stato per promuovere le attività di cooperazione. Ricordiamo che l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa nell’ambito del sostegno ai progetti di cooperazione, ivi inclusa di conseguenza la diffusione di una cultura a sostegno degli Obiettivi del Millennio. Nelle scuole, per esempio, dove io spesso faccio interventi, mi rendo conto che non sono stati assolutamente recepiti quali sono gli impegni assunti in seno agli Obiettivi del Millennio.
Spesso le ONG si trovano a lottare per sopravvivere rispetto a torte molto scarse nell’ambito delle disponibilità economiche, piuttosto che a cercare di coltivare i propri orticelli, quasi con una certa rivalità. Penso che da questo punto di vista l’Università, che funziona un po’ come Ente super – partes, possa aiutare ad un miglior coordinamento delle attività delle ONG presenti in un determinato territorio.
Quindi, in sintesi, vediamo che l’Università può interfacciarsi sia con grossi organismi istituzionali sia con realtà locali, talora anche molto molto piccole, per facilitare una migliore organizzazione e un miglior utilizzo delle risorse disponibili nell’ambito della cooperazione.

Voi avete anche un rapporto di collaborazione con il Corso per Volontari della Cooperazione Internazionale, un corso promosso dal Comune di Modena e in modo particolare dall’Ufficio di Coop. Internazionale. Qual è il ruolo dell’Università all’interno di corsi di questo tipo?
Posso citare il secondo obiettivo del Cuscos, quello cioè di farsi promotore di un percorso di Master universitari di primo livello, destinati a persone già laureate (sia con laurea breve che con laurea standard) . Il Cuscos è riuscito quest’anno ad omogeneizzare alcune esperienze che erano già presenti nell’ambito dell’Università di Modena come Master isolati (vedi un Master per le Emergenze, Master per gli operatori della disabilità e della programmazione sanitaria nei Paesi in via di Sviluppo), e associarli al Corso di Cooperazione, offerto ora anche a studenti universitari, in modo da beneficiarne pure in termini di crediti formativi. A questo si deve uno sforzo congiunto sia da parte dell’organo docenti che da parte dell’assessore di Modena Fabio Poggi, con cui è nata una nuova voglia di collaborazione.

Ostacoli incontrati dal CUSCOS[]

Punti negativi, limiti, ostacoli incontrati dal Cuscos?
Il Cuscos non vanta una disponibilità economica né organizzativa.

Come si finanzia il Cuscos?
Il Cuscos non è finanziato da nessuno, quindi si deve finanziare. È partito con un bilancio di zero euro. Il Cuscos promuove progetti, e con i progetti potrà investire la propria disponibilità economica, quindi avrà un suo bilancio. È chiaro se ci fossero più energie e più disponibilità la cosa sarebbe più facile. L’aspetto motivazionale è comunque un valore aggiunto che permette a tutti noi che lavoriamo in questo ambito di dedicarci comunque, come se fosse il nostro lavoro istituzionale. Io sono un medico e faccio attività di ricerca nell’ambito dell’HIV, faccio anche assistenza, penso di essere una persona molto fortunata perché nell’ambito della mia attività di lavoro posso comunque esprimere grande amore e passione nei confronti di questi temi. Sia il rettore Pellacani prima che il rettore Tommasi poi hanno intuito che l’Università poteva spendersi in questo ambito e ci hanno sempre supportato per far sì che questo centro possa cominciare a crescere.

Quali sono dunque, soldi a parte, gli ostacoli reali del Cuscos?
Il Cuscos non è ancora conosciuto. Spesso si trova a dover mediare rispetto a piccoli campanilismi, individualità e protagonismo che possono sussistere all’interno di progettazioni singole. Essenzialmente abbiamo bisogno di crescere e di dare visibilità a questa attività, e soprattutto di dare la possibilità, a tutti quelli che aderiscono al Cuscos, di poter esprimere le proprie energie. Cosa che in questo momento, per limitazioni di tempo, di spazio, di attività, non riusciamo a fare.


In che modo gli specialisti della Comunicazione che interagiscono con il Cuscos pensano di poter dare visibilità ad un’iniziativa come questa?

Su questo io ammetto purtroppo un grosso deficit culturale, io faccio il medico …. Intuisco comunque una cosa. Proprio per ovviare a questi meccanismi di paternalismo e di compassioniamo che spesso circondano l’informazione che riguarda la Coop. Internaz. penso che bisognerebbe che le persone toccassero con mano, vedessero quanto è bello fare cooperazione sul posto. Ero di ritorno, un mese fa, dalla Tanzania dove, in un piccolo villaggio, nell’ambito di soli due anni di attività, un piccolo gruppo di medical assistant è riuscito a mettere in terapia 850 persone con infezione da HIV e a gestire oltre 1500 malati di HIV. Si tratta quindi di una struttura paragonabile a quella della struttura universitaria del Policlinico di Modena , quanto a volume di attività, dove però sono presenti 12 medici, 25 infermieri, 10 specializzandi …. In Tanzania invece stiamo parlando di 2 medical assistant, cioè di 2 figure paragonabili a quelle delle infermiere professionali, che riescono a fare queste cose grandiose. Io mi chiedevo: come fare a comunicare questo? Come spiegare che, anche con pochissime risorse si riescono a fare queste cose straordinarie, se non facendosi raccontare queste esperienze bellissime di vita quotidiana? Parlavo con un malato che ha fondato una prima associazione di auto aiuto nell’ambito dell’Aids. L’Aids in Africa è massimamente oggetto di discriminazione. Qualche anno fa io giravo in Africa e mi era stato detto che in ospedale non potevo pronunciare la parola, perché questo avrebbe immediatamente discriminato il malato. Oggi, nel giro di pochi anni, grazie anche all’accesso ai farmaci, esistono associazioni dichiarate di soggetti sieropositivi. Queste persone mi dicono: “L’anno scorso ero così malato che non ero riuscito a coltivare il mio campo di fagioli e per fortuna quest’altro malato mi ha aiutato a coltivarlo per me, perché sennò i miei bambini sarebbero morti. Quest’anno io ho avuto accesso ai farmaci, ho recuperato le forze, riesco a coltivare il mio campo e sento il dovere di aiutare il mio vicino, anche lui malato e che non ha ancora accesso ai farmaci, per aiutarlo come io sono stato aiutato”. Queste sono cosa concrete. Accedere alla terapia anti retro virale vuol dire poter coltivare un campo di fagioli. Vuol dire la testimonianza di persone che ti dimostrano come il problema sanitario va ben oltre il problema sanitario , va sul tema dell’economia, della discriminazione, della riconoscibilità politica. Quindi io penso che forse gli strumenti della comunicazione dovrebbero molto di più raccontare queste esperienze di vita vissuta, per andare a spiegare che la cooperazione è fatta di questi piccoli gesti, che però ci danno anche grandi insegnamenti nella nostra vita di quotidianità qua, pensandoci davvero tutti Cittadini del mondo e responsabili di questa cittadinanza.

Cioè, in due parole, tu come definiresti il Cittadino del Mondo?
È una persona consapevole di fare parte di questa comunità, e che si ritiene responsabile di questa comunità. Quindi consapevolezza e responsabilità.


Fonti[]

Intervista a Giovanni Guaraldi realizzata da Wilma Massucco per Progetto Eugad – EUGAD è l’acronimo di “European Citizens working for the Global Agenda for Development”(Cittadini Europei impegnati nell’Agenda Globale per lo Sviluppo); riceve un supporto finanziario da parte del Programma di Cooperazione Esterna della Commissione Europea; è una delle azioni di implentazione del Programma  “Attori non statali e autorità locali” – Sezione: Consapevolezza ed educazione dei cittadini europei

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August 19, 2011

Riciclaggio, corruzione ed economia legale: Wiki@Home intervista Ranieri Razzante

Riciclaggio, corruzione ed economia legale: Wiki@Home intervista Ranieri Razzante

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intervista a cura di Agatino Grillo

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venerdì 19 agosto 2011

Microbiografia[]

Ranieri Razzante presidente di AIRA

Ranieri Razzante è il presidente di AIRA, Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio, una organizzazione senza fini di lucro dedita alla diffusione e divulgazione della “cultura dell’antiriciclaggio” in banche e aziende. Razzante, laureato in Economia e in Legge, avvocato, dottore commercialista, revisore dei conti, autore di numerosi testi sul diritto dei mercati finanziari e sulla legislazione antiriciclaggio, docente all’università di Firenze, collaboratore de Il Sole 24 Ore, è anche consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali. È stato membro della Commissione del Ministero dell’Economiaper la redazione del Testo Unico in materia di Antiriciclaggio.

Incontro[]

L’incontro ha avuto luogo il 23 luglio 2011 presso la sede di AIRA a Roma. Sono giorni densi di lavoro per Ranieri Razzante. Nonostante il periodo estivo, la Commissione Antimafia, con la quale Razzante collabora, ha appena approvato all’unanimità la relazione sulle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito ed illecito [1], investendo il Parlamento della necessità di varare con urgenza misure adeguate alla gravità del fenomeno, comprese le misure per impedire il riciclaggio del denaro sporco. Durante l’intervista il cellulare di Ranieri squilla continuamente. Malgrado gli impegni, Ranieri ha voluto comunque concederci l’intervista.

Intervista[]

Riciclaggio, economia sommersa, corruzione, terrorismo[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Buonasera Ranieri e grazie per averci concesso questa intervista. Cos’è il riciclaggio di beni e denaro e perché è importante contrastare tale fenomeno?

Il riciclaggio consiste nel “lavaggio di denaro sporco”, cioè in quell’insieme di attività volte a reinvestire nell’economia legale risorse finanziarie o patrimoniali di origini illecite; il riciclatore agisce in modo da nascondere, occultare o comunque ostacolare l’accertamento delle fonti da cui provengono i beni “ripuliti”. Il riciclaggio è un fenomeno che riguarda tutto il mondo, ma in Italia assume contorni e dimensioni particolarmente allarmanti. Infatti, secondo le rilevazioni fatte da Banca d’Italia, confermate da stime Eurispes e dell’Osservatorio Usura di Confesercenti, il riciclaggio in Italia vale circa il 10 per cento del PIL, per un importo complessivo valutato tra i 75 e 110 miliardi di euro, contro il 5 per cento a livello mondiale stimato dal Fondo monetario internazionale.

Banconote

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Il riciclaggio è un reato che generalmente non suscita allarme sociale; si è portati a pensare che si tratti di un fenomeno connesso alla grande criminalità che non riguardi la gente comune. È così?

Purtroppo questa è una falsa percezione ed anche uno degli ostacoli maggiori per chi opera nella prevenzione e nel contrasto di tale fenomeno. Il mancato allarme sociale sul riciclaggio nasce dalla sottovalutazione sia dei volumi sia degli effetti sociali ed economici di questa attività. Per essere chiari: il riciclaggio non è assolutamente un fenomeno che riguardi solo la criminalità organizzata, ma al contrario un fenomeno diffuso anche tra gli “insospettabili” perché strettamente legato alla corruzione, all’economia sommersa e al “nero”, problematiche purtroppo assai diffuse nella nostra società. Deve essere chiaro che è un riciclatore sia il mafioso che ripulisce i proventi del traffico di stupefacenti, sia il piccolo criminale che investe in un’attività commerciale i frutti della sua attività di usuraio, sia infine l’imprenditore, piccolo o grande, che falsifica la propria contabilità per creare fondi occulti da reimpiegare.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Tuttavia alcuni osservano che il riciclaggio in un certo senso contribuisce a creare ricchezza; al di là del riciclaggio “mafioso” che presuppone gravi reati si sostiene che il piccolo “riciclaggio” frutto di evasione fiscale o altri reati minori in realtà non faccia male a nessuno.
Corrupte

Invece è proprio il contrario. Il riciclaggio di beni e capitali illeciti genera gravi distorsioni nell’economia legale, alterando le condizioni di concorrenza, il corretto funzionamento dei mercati e i meccanismi fisiologici di allocazione delle risorse, con riflessi, in definitiva, sulla stessa stabilità ed efficienza del sistema economico. Uno degli effetti più deleteri del riciclaggio è, ad esempio, il mancato sviluppo economico; alcuni studi di Banca d’Italia hanno evidenziato che nelle aree a forte presenza criminale la crescita economica risulta compressa , le imprese pagano più caro il credito, gli investimenti sono disincentivati e “in quelle aree è più rovinosa la distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale[2]“.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Puoi farci un esempio concreto in cui il riciclaggio causa un danno economico alla collettività?

L’esempio classico è l’inquinamento del mercato immobiliare. Se io desidero comprare un appartamento che viene offerto a 300.000 euro per prima cosa farò un’offerta di acquisto a 250.000 per tentare di spuntare un prezzo migliore. Viceversa chi ha soldi da riciclare è disposto a offrire di più del prezzo richiesto, diciamo 400.000 euro, perché il suo vero obiettivo è ripulire legalmente il denaro ottenuto in maniera illegale anche rinunciando ad una percentuale dello stesso. In tal modo il prezzo degli immobili sale non per motivi economici, ma per patologie criminose; in pratica i cittadini onesti sono penalizzati ed i disonesti sono premiati. Vorrei inoltre sottolineare lo stretto legame fra riciclaggio e finanziamento del terrorismo. E dirò di più: oggi senza riciclaggio le grandi organizzazioni criminali non potrebbero sopravvivere e il terrorismo verrebbe fortemente limitato.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Qual è il legame tra riciclaggio e finanziamento del terrorismo?

Attentati dell’11 settembre 2011

Storicamente il collegamento nasce a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 contro le Torri gemelle di New York. Le indagini rilevarono che i terroristi si erano finanziati grazie al riciclaggio. Da quel momento il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo è diventata una priorità per tutto il sistema internazionale. Già a fine ottobre del 2011 il GAFI, che è un organismo intergovernativo che coordina la lotta al riciclaggio e che fa parte dell’OCSE, pubblicò una serie di “raccomandazioni speciali” per contrastare il finanziamento del terrorismo, raccomandazioni che si aggiungono a quelle che nel 1990 erano già state emanate per il riciclaggio.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  E il legame tra riciclaggio e attività criminosa e mafiosa?

Giovanni Falcone è stato il primo in Italia a capire che per sconfiggere la mafia occorreva colpirne le modalità di finanziamento: la sua strategia consisteva nel tracciare i flussi di denaro che arrivavano alla mafia e nel sequestrarli. È mio convincimento che la mafia può essere contrastata e definitivamente debellata grazie alla regolamentazione contro il riciclaggio, se tutti faremo il nostro dovere e ci impegneremo in prima persona. A riguardo approfitto di questa intervista per sottolineare, al di la´ degli schieramenti politici, la continua azione del governo, della magistratura e delle forze dell’ordine contro le associazioni criminali che sta producendo risultati significativi. Vorrei anche evidenziare l’importante contributo fornito dal mondo bancario e finanziario che sempre più collabora con le autorità su questo fronte[3] .

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Cosa puoi dirci invece del rapporto fra corruzione e riciclaggio?

Il GAFI, l’organismo internazionale che già citavo e che coordina la lotta di tutti i Paesi contro il riciclaggio e la criminalità economica, ha da tempo segnalato i rapporti stretti tra corruzione e riciclaggio. Il 14 giugno 2011 inoltre il GRECO, Gruppo di Stati contro la corruzione, l’organismo del Consiglio d’Europa deputato alla prevenzione e al contrasto della corruzione, ha reso noto il suo rapporto sull’Italia.

Il simbolo del Consiglio d’Europa in un francobollo tedesco del 1999

Il rapporto descrive una situazione in chiaroscuro; desta preoccupazione in particolare la mancata adozione delle norme relative all’Autorità nazionale anti-corruzione. Tuttavia il GRECO riconosce che sono stati fatti passi in avanti specie per quanto riguarda “le segnalazioni” di transazioni sospette legate alla corruzione ed al riciclaggio di denaro grazie all’articolo 41 del decreto legislativo 231 del 2007, il quale “fa obbligo di adottare indicatori di anomalie che possano aiutare ragionieri, commercialisti, notai, avvocati, consulenti, gestori di casinò, agenti immobiliari e società di certificazione a riportare transazioni sospette”; effettivamente indicatori di anomalia di possibili “operazioni sospette di riciclaggio” sono stati emanati dal Ministero dell’Interno (17 febbraio 2011) per gli operatori non finanziari, dal Ministero della Giustizia (16 aprile 2010) per i “professionisti” e dalla Banca d’Italia (24 agosto 2010) per gli “Intermediari finanziari”.

Planisfero illustrante la percezione di corruzione nel 2010, a cura di Transparency International, che rileva il “grado a cui è percepita la corruzione esistente tra pubblici ufficiali e politici”. Un indice più elevato (in blu) indica una percezione minore della corruzione, mentre valori minori (in rosso) indicano un alto grado di percezione.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  In questi giorni la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali ha reso noto la sua relazione finale sul “fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito e illecito”[4] con la quale lancia un allarme e chiede al Parlamento di intervenire urgentemente anche per gli aspetti relativi al riciclaggio attraverso le casa da gioco. Tu sei un collaboratore della Commissione per la quale hai lavorato proprio sul tema dell’antiriciclaggio. Qual è la situazione?

Come ho già avuto modo di dichiarare, considero quello tra riciclaggio e gioco un “matrimonio perverso”. La Commissione ha infatti rilevato preoccupanti infiltrazioni della malavita organizzata nel settore giochi e scommesse gestite dallo Stato. Inoltre, il gioco online viene utilizzato per riciclare denaro sporco, sfuggendo ai controlli attraverso lo “stabilimento” delle piattaforme internet all’estero. Quello che però genera veramente allarme è il costo sociale di giochi e scommesse. C’è una crescita esponenziale di cittadini attratti dal gioco, soprattutto tra i giovani e le classi più disagiate, che rischiano di essere “incastrati” in situazioni ancor più gravi come ludopatia e fenomeni di usura. Il gioco, comprese le scommesse su eventi sportivi, per i notevoli introiti che vengono assicurati, è ormai diventato la nuova frontiera della criminalità organizzata di tipo mafioso e per contrastare tali fenomeni è necessario agire con misure preventive concrete.

AIRA, Associazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  In che modo la società e l’economia sana possono contribuire alla lotta contro il riciclaggio?

L’arma più importante nella lotta al riciclaggio è l’affermarsi di una coscienza sociale su tale fenomeno e sui suoi effetti deleteri. In poche parole, occorre sviluppare una “cultura dell’antiriciclaggio” diffusa. Questa è proprio la missione di AIRA, l’Associazione Italiana dei Responsabili Antiriciclaggio, che ho fondato, con altri amici, nel 2008. L’associazione si rivolge principalmente a chi opera in banca e in azienda nell’ambito dell’antiriciclaggio, ma anche ad una platea più vasta; tra i nostri associati ci sono infatti anche studenti e professori universitari, amministratori, magistrati. La nostra mission è fornire una informazione corretta ed aggiornata sul riciclaggio e sulle modalità di prevenzione e contrasto.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Si può definire, in un certo senso, AIRA come una lobby trasparente finalizzata alla diffusione della sensibilità sociale sui pericoli del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo?

Definizione perfetta. Ai nostri associati offriamo attività di formazione e informazione sui temi del riciclaggio, della legalità economica, del contrasto del crimine economico. Nel corso del 2011 abbiamo organizzato oltre 10 convegni, due edizioni del nostro “corso di specializzazione in compliance antiriciclaggio”, pubblicato centinaia di notizie sul nostro sito web, offerto borse di studio a neolaureati per specializzazioni in antiriciclaggio, eccetera. L’associazione ha inoltre 12 commissioni permanenti di studio sui principali temi dell’antiriciclaggio, pubblica una newsletter mensile, una rassegna stampa quotidiana ed ha recentemente annunciato un percorso di “certificazione” per le competenze antiriciclaggio in banche, assicurazioni e intermediari finanziari. Nel 2010 AIRA, grazie al lavoro delle commissioni e di tutti i suoi associati, ha realizzato un “Libro Bianco” che contiene le proprie proposte al legislatore per migliorare la normativa antiriciclaggio.

L’autoriciclaggio[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  La legislazione italiana sull’antiriciclaggio è adeguata o servono dei miglioramenti?

Questo tema è stato al centro di un convegno dal titolo “Mafia e Riciclaggio: l’emergenza criminale e gli strumenti di contrasto” che AIRA ha organizzato il 13 giugno 2011 presso il Senato della Repubblica. Erano presenti sia senatori sia professori universitari che si sono confrontati sul tema della legislazione antiriciclaggio nazionale. Direi che tutti sono stati concordi sul fatto che la normativa italiana, pur essendo stata tra le prime ed essere emanate e unanimemente riconosciuta, all’epoca, come tra le più avanzate, oggi tuttavia soffra di alcune incoerenze e mancanze. Tra queste l’elemento più critico riguarda l’autoriciclaggio.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Cos’è l’autoriciclaggio?

Il nostro codice penale non punisce il riciclatore se questi è l’autore del reato che ha prodotto il denaro o i beni da ripulire. Tale scelta dell’ordinamento italiano, come ha ricordato il direttore dell’UIF[5], costituisce una delle principali cause di inefficacia della repressione penale del riciclaggio. Di conseguenza, da tempo in Italia si discute dell’opportunità di introdurre la “punizione penale” dell’autoriciclaggio anche perché in altri Paesi questo già avviene e inoltre è previsto nella disciplina amministrativa di prevenzione contenuta nel d.lgs. n. 231 del 2007.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  In quali paesi l’autoriciclaggio è perseguito penalmente?

Negli Stati Uniti da tempo l’autore del reato presupposto che ricicla i proventi dell’attività illecita da lui stesso compiuta è perseguito penalmente. Lo stesso avviene in Svizzera, Germania, Regno Unito, Spagna e Portogallo. Anche la Francia ha deciso di inserire da poco l’autoriciclaggio quale reato.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  L’Italia ha intenzione di punire l’autoriciclaggio dal punto di vista penale?

Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi legislativi per introdurre la punibilità dell’autoriciclaggio. Al momento vi è una proposta di modifica dell’art 648-bis del codice penale, contenuta nel ddl anticorruzione, proposta che consiste nella semplice eliminazione della cosiddetta “clausola di riserva”; in pratica l’autoriciclaggio sarebbe sempre punito. A mio avviso, ciò non è corretto perché creeremmo disparità tra autori di “reati bagatellari”, cioè reati con pene inferiori a 2 anni, presupposto di riciclaggio. Credo invece che l’autoriciclaggio debba essere una sorta di aggravante per chi commette reati puniti con sanzioni inferiori, come quelli fiscali. L`ho anche scritto nei miei due ultimi volumi sul tema, contenenti la proposta da me elaborata per conto della Commissione Antimafia.

Le banche e l’antiriciclaggio[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  La “collaborazione attiva” di banche, intermediari, assicurazioni e professionisti è fondamentale per la prevenzione del riciclaggio. Qual è a riguardo la situazione delle banche italiane? Funziona la “collaborazione attiva”?

Il già citato d.lgs. 231 del 2007 è la norma italiana che ha recepito nel nostro ordinamento la terza direttiva europea sull’antiriciclaggio (n. 2005/60/CE); tale direttiva ha introdotto un nuovo approccio alla prevenzione e contrasto del riciclaggio basato, soprattutto, sulla “collaborazione attiva” di banche, intermediari finanziari, assicurazioni e professionisti nelle attività di prevenzione. I risultati, a oltre tre anni dall’entrata in vigore delle nuove norme, sono per quanto riguarda le banche e alcune categorie di intermediari finanziari (money transfer) superiori alle aspettative, almeno sotto il profilo quantitativo. Uno degli adempimenti più importanti previsti da tale “collaborazione” è infatti la segnalazione all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) presso la Banca d’Italia dell’operazioni sospette di riciclaggio (o finanziamento del terrorismo). L’operazione sospetta è un’operazione che per caratteristiche, entità, natura o per qualsivoglia altra circostanza induce l’operatore in banca a “sapere, sospettare o ad avere motivo ragionevole per sospettare” che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo; in tal caso si deve inviare senza ritardo alla UIF una segnalazione. Le segnalazioni di operazioni sospette hanno segnato negli ultimi anni una crescita continua e sostenuta: 14.600 nel 2008, 21.000 nel 2009, 37.300 nel 2010. Secondo i dati del Ministro dell’Economia (relazione al Parlamento del 2009) , circa il 60% delle segnalazioni ha trovato riscontro in evidenze investigative; dopo gli approfondimenti circa il 20% delle segnalazioni è confluito in procedimenti penali in corso ovvero ha originato nuovi procedimenti per casi di riciclaggio, usura, estorsione, abusivismo finanziario, frode fiscale e truffa. Tuttavia, ci sono anche punti di criticità, recentemente illustrati dal direttore UIF nella sua audizione presso l’Antimafia: vi è ancora poca collaborazione da parte dei professionisti, delle società di intermediazione mobiliare (SIM) e delle società di gestione del risparmio (SGR). Alcune banche, soprattutto cooperative di piccole dimensioni e filiali di banche estere, non hanno fatto nessuna segnalazione negli ultimi due anni.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Qual è l’approccio giusto per l’antiriciclaggio in banca?

In banca l’antiriciclaggio è un tema che riguarda in primo luogo il Consiglio d’Amministrazione e la Direzione Generale. Infatti l’obiettivo generale del d.lgs. 231 del 2007 è la protezione dell’integrità del sistema bancario e finanziario e, di conseguenza, la protezione della stabilità dello stesso. Di fatto la banca deve confrontarsi, ai suoi livelli più alti, con il rischio “riciclaggio”: si tratta di un rischio operativo e come tutti gli altri rischi operativi deve essere gestito in primis a livello di alta direzione.

Rischio di compliance e rischio operativo

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Puoi approfondire maggiormente le caratteristiche del rischio di riciclaggio in banca?

Ho recentemente pubblicato un articolo proprio su questo tema[6]. In banca il rischio di riciclaggio assume tre aspetti:

  • rischio penale “proprio”
  • rischio penale “improprio”
  • rischio di non conformità.

Il rischio di riciclaggio penale “proprio” si riferisce al rischio connesso alla violazione delle norme previste dal codice penale o di altre disposizioni che abbiano natura penale. Il riciclaggio come rischio penale “improprio” nasce dall’introduzione del riciclaggio nella disciplina della responsabilità amministrativa degli enti, il decreto legislativo 231/01. Tale norma richiede che qualunque ente, comprese le banche, si “organizzino” al fine di prevenire una serie di reati tra i quali, appunto, il riciclaggio. Si potrebbe pensare che nel caso delle banche si sia di fronte ad una duplicazione degli adempimenti richiesti dalla normativa antiriciclaggio (il d. lgs. 231/07), ma non è così. Il 231/01 è molto più ampio del 231/07. Si pensi, per esempio, al rischio riciclaggio/ricettazione in cui possono incorrere tutti gli enti nell’attività di gestione degli acquisti. Le aziende, difatti, stipulano costantemente contratti di compravendita e/o fornitura di beni. Il rischio di commissione del reato di ricettazione non è poi così inconsueto, così come non è eccezionale il rischio di pagare fatture tramite denaro (di origine illecita) entrato in precedenza nelle casse dell’ente. Il rischio riciclaggio, dunque, può essere sotteso ad ogni operazione di incasso crediti che comporti un successivo riutilizzo delle somme (di provenienza illecita) da parte dell’ente. Si pensi, ancora, ad eventuali investimenti finanziari o immobiliari effettuati con denaro sporco. Infine, esiste il rischio di riciclaggio inteso quale “rischio di non conformità”, cioè come mancato rispetto delle norme emanate da Banca d’Italia sulla “Compliance”; come dicevo prima si tratta di un rischio operativo, direttamente proporzionale alla quantità e complessità delle norme emanate.

Formazione in banca

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Compliance e antiriciclaggio sembrano sempre più temi fortemente intrecciati in banca …

Effettivamente è così. A marzo e luglio 2011 la Banca d’Italia ha emanato le “Disposizioni attuative” in materia di organizzazione antiriciclaggio in banca e ha chiaramente detto che occorre individuare e nominare un “Responsabile” antiriciclaggio che rientra, a tutti gli effetti, nel novero dei responsabili di funzioni aziendali di controllo di secondo livello tanto che, in certi casi, la funzione può essere attribuita al responsabile della funzione di Compliance o al Risk Manager . Al riguardo, vorrei osservare che il rischio sanzionatorio del riciclaggio si abbatte se il responsabile antiriciclaggio è in grado di ricostruire l’iter valutativo seguito nell’applicazione delle norme. La “tracciabilità delle valutazioni” si ottiene anche grazie alla formalizzazione di efficaci procedure.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Quanto è importante la formazione sull’antiriciclaggio in banca?

Fondamentale. Banca d’Italia è molto chiara su questo punto: è necessaria una adeguata formazione perché “l’applicazione della normativa antiriciclaggio” presuppone la piena consapevolezza delle finalità e dei principi del d.lgs. 231/07. La formazione, ovviamente, deve essere modulata in base alle funzioni svolte dal personale e anche qui AIRA può essere un valido aiuto per la progettazione e la certificazione di tali percorsi formativi.

Proprietà intellettuale, Wikipedia, licenze libere[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Hai scritto diversi libri e pubblichi spesso articoli sulla stampa e sul web. Sei anche un avvocato. Cosa pensi delle attuali norme sul diritto d’autore, sulla proprietà intellettuale e del dibattito in corso su come tali norme si applicano sul web?

Internet ha prodotto una vera e propria rivoluzione nel modo di comunicare, dunque è ovvio che debbano prodursi dei cambiamenti anche nel modo di proteggere la proprietà intellettuale degli autori del XXI secolo. Le attuali norme sulla proprietà intellettuale ed il copyright, così come oggi sono intese, nascono secoli fa quando i libri cominciarono ad essere distribuiti in modo massiccio grazie alle nuove macchine “stampatrici”. Sarebbe miope pensare che oggi nulla debba essere cambiato. Ovviamente essendo io un “lavoratore della conoscenza” vorrei che anche in quest’epoca in cui il lavoro intellettuale è facilmente smaterializzabile i miei diritti di autore fossero salvaguardati. Credo però che bisogna essere aperti alle novità e non chiudersi in un recinto. Gli e-book si stanno diffondendo sempre più ed io credo, come autore e come lettore, che ciò sia un bene. Le case editrici e le librerie devono però evitare di fare gli errori che un decennio fa sono stati compiuti dalle etichette discografiche e dalle case produttrici quando la musica digitalizzata via web si è diffusa in modo incontrollabile. Occorre individuare nuovi modelli di business senza chiudere le porte al futuro. Credo che noi autori dobbiamo servirci delle opportunità delle rete ed anche essere “generosi”. Ad esempio, per il mio lavoro di divulgatore sui temi dell’antiriciclaggio, il web è essenziale perché permette, a costi molto accessibili, di comunicare e scambiare informazioni con un numero altissimo di interlocutori. Quello che pubblichiamo, come AIRA, è spesso messo a disposizione di tutta la comunità in modo gratuito attraverso il sito, il blog e gli articoli che pubblichiamo, anche se ovviamente alcuni servizi sono riservati solo agli associati. Io stesso nei mesi scorsi ho pubblicato un articolo con licenza aperta dal titolo “Compliance Antiriciclaggio: le novità del 2010”[7].

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Conosci Wikipedia? Cosa ne pensi?

Conosco bene Wikipedia e la trovo uno strumento utile ed anche un po’ magico. Dico “magico” perché credo che nessuno potesse prevedere che Wikipedia avrebbe assunto le dimensioni ed anche l’autorevolezza che ha conquistato sul campo. Mi sembra “meraviglioso” che tanta gente dedichi il suo tempo a questo progetto al solo fine di aumentare o sistematizzare le conoscenze dell’umanità. Mi piace pensare che Wikipedia sia come il calabrone: un insetto che secondo le leggi della fisica non potrebbe volare. Ebbene Wikipedia secondo le leggi economiche non dovrebbe esistere: se viceversa esiste vuol dire che siamo di fronte a qualcosa di importante e nuovo, una mutazione genetica dell’economia.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Insieme a Wikipedia esistono anche i cosiddetti progetti minori: Wikimedia Commons, Wikibooks, Wikizionario, Wikinotizie (che pubblica quest’intervista). Li conosci? Che ne pensi?

So che esistono ma non li frequento molto. Comincerò a frequentare Wikinotizie dato che mi ha intervistato!

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg  Bene. Grazie Ranieri per il tempo che ci hai dedicato e buon lavoro a te e agli amici di AIRA.

Ranieri Razzante e Agatino Grillo durante l’intervista 23 luglio 2011

Grazie a te e agli amici di Wikipedia.

Collegamenti esterni[]

Interviste ed articoli di Ranieri Razzante disponibili online[]

Siti web delle istituzioni che si occupano di antiriciclaggio[]

Siti web di associazioni[]

Una guida “libera” all’antiriciclaggio[]

Note[]

  1. Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, 22 luglio 2011, “Relazione sul fenomeno delle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito e illecito”, Doc. XXIII, n. 8, in http://www.parlamento.it/documenti/repository/commissioni/bicamerali/antimafiaXVI/Doc%20XXIII%20n.%208.pdf
  2. Mario Draghi, Governatore Banca d’Italia, “Le mafie a Milano e nel Nord: aspetti sociali ed economici”,11 marzo 2011 in http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/mafie-al-nord/draghi-110311.pdf, pag. 5
  3. Giovanni Castaldi, Direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), “L’azione di prevenzione e contrasto del riciclaggio”, 28 giugno 2011, audizione presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali anche straniere, in http://www.bancaditalia.it/homepage/notizie/uif/AUDIZIONE-COMMISSIONE-ANTIMAFIA.pdf
  4. http://www.parlamento.it/documenti/repository/commissioni/bicamerali/antimafiaXVI/Doc%20XXIII%20n.%208.pdf
  5. Giovanni Castaldi, Direttore dell’Unità di Informazione Finanziaria (UIF), “L’azione di prevenzione e contrasto del riciclaggio”, 28 giugno 2011, audizione presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali anche straniere, in http://www.bancaditalia.it/homepage/notizie/uif/AUDIZIONE-COMMISSIONE-ANTIMAFIA.pdf
  6. Ranieri Razzante, “Il rischio riciclaggio nell’attività di intermediazione finanziaria”, in Finanziaria – Quadrimestrale di Economia e Finanza Aziendale”, n. 1/2011, qui in pdf http://www.airant.it/system/files/Finanziaria%20n.1-2011.pdf
  7. http://www.compliance-normativa.it/article/compliance-antiriciclaggio-le-novita-del-2010
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April 7, 2011

Premio Wikimedia Italia 2010: Wiki@Home intervista Fabrizio Colombo

Premio Wikimedia Italia 2010: Wiki@Home intervista Fabrizio Colombo

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giovedì 7 aprile 2011

Fabrizio Colombo premiato da Frieda e CristianCantoro

Il 12 settembre 2010 è stato assegnato a Mantova in occasione del Festivaletteratura il Premio Wikimedia Italia. I contenuti quest’anno dovevano riguardare l’Africa. Il premio in denaro è andato alla trasmissione Ponte Radio. Una menzione speciale è andata al progetto Nigrizia Multimedia, la sezione dedicata ai contenuti multimediali di Nigrizia, la rivista italiana mensile dei padri comboniani dedicata all’Africa.

CristianCantoro ha intervistato Fabrizio Colombo, direttore responsabile di Nigrizia Multimedia.

Intervista[]

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Siamo ancora da Mantova, dal Festivaletteratura. Menzionato speciale per il premio Wikimedia Italia 2010 è stato il progetto Nigrizia Multimedia. Siamo con Fabrizio Colombo, che è il direttore responsabile del progetto. Ciao Fabrizio, puoi presentarti?

Fabrizio Colombo: Salve a tutti, sono Fabrizio Colombo. Innanzitutto sono un missionario comboniano e mi occupo di Nigrizia Multimedia, quindi tutta la parte multimediale di Nigrizia, che è una rivista che esiste dalla fine del XIX secolo – perché è dal 1883 che esiste la rivista – e nell’ultima decina d’anni si è fornita di un sito web e anche di tutta una parte multimediale, sia di video che di audio, perché da anni esiste una radio web che si chiama Afriradio e tutto fa parte di questo progetto. Quindi mi occupo di tutti questi aspetti multimediali: web, audio, video.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Che tipo di materiale raccoglie Nigrizia?

Fabrizio Colombo: Nigrizia è principalmente una fonte d’informazione sul continente africano. Lo fa sul cartaceo, come rivista, da ormai più di 150 anni, ma naturalmente con le nuove tecnologie anche sul web: quindi abbiamo un sito internet che ogni giorno pubblica attualità dedicata all’Africa, con degli articoli. Il sito è fornito anche di una mappa interattiva del continente africano, quindi uno può andare stato per stato a vedere sia i dati dello stato sia tutta l’evoluzione economica, sociale, politica, che viene aggiornata continuamente, e ovviamente gli articoli correlati a quel paese. In più, da due anni, come dicevo, abbiamo una radio web, che trasmette 24 ore su 24 notizie, musica e contenuti sul continente africano. Si chiama Afriradio, la radio con l’Africa dentro, in quanto abbiamo dei giovani africani che lavorano con noi. Oltre alla radio web, che comunque mette in podcast (in libero download) i vari programmi che sono su questa radio, abbiamo anche un settore video che da più di un anno mette anche degli elementi video, interviste che facciamo in giro, incontri, eccetera, sempre dedicate all’Africa o al mondo delle migrazioni, su YouTube. Questo in generale è quello che facciamo sui contenuti multimediali.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Con quale licenza sono rilasciati i materiali che sono all’interno del vostro sito?

Fabrizio Colombo: I materiali, per il momento solo gli articoli, per cui diciamo tutta la parte scritta che possiamo trovare sul nostro sito, vengono rilasciata con una licenza Creative Commons, e quindi uno può scaricare liberamente ed usare tutti gli articoli. Ricordo che abbiamo un archivio di più di 12.000 articoli, che risalgono anche al vecchio archivio di Nigrizia, e che stiamo pian pianino digitalizzando, perché è un lavoro abbastanza lungo.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Perché avete scelto questa licenza per il vostro materiale?

Fabrizio Colombo: Innanzitutto, e lo dicevo anche prima, per evitare dei falsi giudizi sul continente africano, delle considerazioni erronee, e per il fatto che sappiamo che c’è ancora molta ignoranza sul continente africano, abbiamo deciso di rilasciare tutto liberamente proprio per una maggiore conoscenza del continente. Chi scrive per Nigrizia sono sempre esperti, Nigrizia è e resta uno dei giornali di riferimento in Italia sul continente africano, quindi non c’era niente di meglio che rilasciare liberamente questa conoscenza di modo che tutti possano usarla e ripubblicarla, insomma fare quello che vogliono.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Quali progetti avete per il futuro?

Fabrizio Colombo: Già tutte le nostre trasmissioni, ma ad esempio anche le conferenze a cui partecipiamo come media partner, le rimettiamo tutte in podcast, quindi sono anche quelle liberamente usabili per un download e quindi un riuso. In futuro sarebbe interessante e vorremmo fare la stessa cosa per le immagini, cioè per le fotografie. Abbiamo tanti fotografi che collaborano con Nigrizia, c’è tra l’altro sul sito una rubrica che è chiamata “Il Fotografo”; l’ideale sarebbe per il futuro rilasciare in libero uso, con una licenza Creative Commons, anche le immagini. Questo è un po’ il progetto. Ma ci vuole un po’ di tempo per convincere tutti a lasciare le cose libere.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Allora non mi resta che augurarvi in bocca al lupo, e buon lavoro!

Fabrizio Colombo: E grazie a voi di tutto.

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W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg Grazie a te.

Fonti[]


Notizia originale
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November 26, 2010

Wikiwall: Wikipedia prende forma fisica a Lucca Comics and Games

Wikiwall: Wikipedia prende forma fisica a Lucca Comics and Games

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Andrea Plazzi scrive sul Wikiwall.

venerdì 26 novembre 2010

A Lucca Comics and Games Wikipedia ha preso forma fisica con il Wikiwall. Ne abbiamo parlato con Frieda Brioschi, presidente di Wikimedia Italia, Andrea Plazzi, editor fumettistico, e Giovanni Russo, coordinatore di Lucca Comics.

Le interviste sono stata realizzata da Niccolò Caranti per Sanbaradio e sono state pubblicate con una licenza Creative Commons. Clicca sul bottone qua sotto per ascoltarla.

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Interviste a Frieda Brioschi, Andrea Plazzi e Giovanni Russo (info file)
© Niccolò Caranti / Sanbaradio / CC-BY-2.5

Articoli correlati[]


Fonti[]

Wikivoyage

Wikivoyage ha un articolo su Lucca.

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