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September 9, 2012

Dopo l\’agguato di Terracina, prosegue la faida di camorra con un omicidio a Scampia

Filed under: Camorra,Criminalità a Napoli,Omicidi,Pubblicati — admin @ 5:00 am

Dopo l’agguato di Terracina, prosegue la faida di camorra con un omicidio a Scampia

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domenica 9 settembre 2012

Non si era nemmeno spenta l’eco sinistra dell’omicidio di Gaetano Marino, alias Moncherino, alias Manuzza McKay, freddato in costume da bagno, il 23 agosto 2012, sul lungomare di Terracina, che la camorra napoletana aveva già messo a segno un nuovo colpo, appena 5 giorni dopo, con l’omicidio di Gaetano Ricci, della stessa fazione di Marino, nell’ennesimo lontano strascico di quella sanguinosa faida di Scampia, combattuta, nel 2004-2005, tra gli opposti clan degli Scissionisti di Secondigliano e del “cartello dei Di Lauro” per il controllo del traffico di droga, e che aveva visto questi ultimi soccombere ai primi.

La nuova escalation di violenza[]

Chi, come molti osservatori, si attendeva un nuovo exploit criminale, con una risposta del clan di Marino e Ricci, è stato accontentato questa notte, alle 2.45 del mattino, nel consueto scenario fatiscente della “Gomorra” napoletana di Scampia, e dei suoi degradati rapporti sociali, così ben raccontato da Roberto Saviano nel suo celebre romanzo.

L’ultima fatale tazzulella ‘e cafè[]

Emergenze archeologiche romane nel paesaggio urbano di Scampia

Raffaele Abete, 41enne, abitava nel cuore di Gomorra, al lotto T/A di via Ghisleri.

Erano già passate da tempo le 2.00 di notte, a Scampia, quando Raffaele si era concesso uno dei piccoli innocenti piaceri che scandiscono, come un rito laico, le giornate di molti italiani, ‘na tazzulella ‘e cafè in un bar dal nome improbabile, Zeus, a cui avrebbe fatto seguito, probabilmente, l’immancabile sigaretta. Non poteva immaginare, mentre sorseggiava il fondo zuccheroso di quella tazzina, che era anche l’ultima volta in cui si sarebbe concesso a quell’innocua vizio, e che, alle 2.45, in via Roma, uscendo dal bar Zeus, a fulminarlo ci avrebbe pensato una folgore di proiettili rinforzati scaricatagli alla nuca da almeno un paio di sicari.

A indagare su questo nuovo episodio di recrudescenza criminale nella guerra tra i cartelli della droga, sarà la Squadra mobile del Commissariato di Scampia, la cui azione investigativa sarà coordinata dalla Procura napoletana. A rendere difficile l’inchiesta sarà il consueto intreccio di complicità omertose che permea il degrado sociale della Gomorra di Scampia.

Il ruolo della vittima nella guerra di camorra[]

Raffaele Abete era poco noto alle cronache giudiziarie. A suo carico solo vecchi e piccoli precedenti penali, per rapina e associazione a delinquere, risalenti addirittura al 1986.

Raffaele, tuttavia, era il fratello di un boss di rango, lo “scissionista” Arcangelo Abete, uno dei vincitori della lotta intestina combattuta negli anni 2004 e 2005 contro i Di Lauro, irraggiungibile dai sicari perché finito da tempo nelle maglie della legge e attualmente in stato di detenzione.

Dopo quella vincente stagione criminale, qualcosa si era rotto all’interno del fronte trionfante degli scissionisti, e aveva contribuito a destabilizzare equilibri criminali che si scoprono essere sempre incerti e provvisori, quando le azioni sottostanti sono avvolte dal vortice turbinoso di denaro garantito dai traffici illeciti: così, una parte degli scissionisti, a cui apparteneva anche il Gaetano “Manuzza” Marino freddato a Terracina, aveva alimentato un’ulteriore scissione interna, avvicinandosi ai “Vanella Grassi”. Ne era nata la fazione dei “Girati”.

Gli Abete, invece, erano esponenti del nucleo storico degli scissionisti, vicini alle famiglie Aprea, Notturno e Abbinante, tutte nella cordata ferocemente contrapposta agli scissionisti epigoni (i “Girati”) dei Marino Mckay e ai loro alleati “Vanella Grassi”.


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August 29, 2012

Recrudescenza della faida di Scampia. Un altro omicidio a Napoli

Recrudescenza della faida di Scampia. Un altro omicidio a Napoli

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mercoledì 29 agosto 2012

emergenze archeologiche romane tra i palazzi di Scampia

Nel clima stagnante e recessivo che soffoca l’economia italiana in crisi ormai da anni, esiste un’industria italiana che mostra un’incredibile vivacità e non conosce recessioni, né si ferma per le vacanze estive. È l’industria poco invidiata della criminalità organizzata che, anche nell’infuocata estate 2012, mostra la consueta disinvolta vitalità che gli permette di esportare i suoi prodotti anche al di fuori dei suoi tradizionali confini, come si è visto, in questa estate, sul litorale laziale, con l’omicidio di Nettuno e l’assassinio di Gaetano Marino, alias Manuzza, alias Moncherino McKay, sul lungomare di Terracina .

L’omicidio di Scampia[]

Un nuovo episodio di questa recrudescenza vertiginosa di faide infinite si è avuto ieri, a Napoli, in una delle due Vela residue del famigerato quartiere di Scampia, assurto a emblema del degrado urbano, umano e criminale della città partenopea e immortalato come sfondo fatiscente nel film Gomorra dall’omonimo film di Roberto Saviano.

A cadere, stavolta, è stato Gennaro Ricci, 36 anni, uomo affiliato al Clan camorristico Grassi (detto dei “Girati”). L’episodio criminale si inquadrerebbe nell’ambito della efferata Faida di Scampia, che insanguina da tempo le strade della città in una feroce contesa che ha come posta il controllo del traffico di droga.

Nell’azione criminosa si contano anche due feriti, due personaggi non del luogo: Vincenzo Lasorte, 25enne, residente in via Stadera a Napoli, e Salvatore Piedimonte, 21enne, di Giugliano, entrambi riusciti a darsi alla fuga, e poi ricoverati agli ospedali «Cardarelli» e «San Giovanni Bosco». Rimane da chiarire il motivo della loro presenza sulla scena del delitto.

La lunga scia di sangue della faida di Scampia[]

L’episodio, secondo gli investigatori, si inserirebbe proprio nella scia di sangue dell’assassinio di Gaetano Marino, il 23 agosto scorso, a Terracina, quale ritorsione a quell’omicidio.

Il clan dei “girati” faceva parte della stessa cordata di Gaetano Marino, il clan degli Scissionisti di Secondigliano (detti anche gli Spagnoli), fuoriusciti dal w:Clan Di Lauro e in lotta contro quest’ultimo. Ma nel complesso gioco degli equilibri criminali, gli “girati”, negli ultimi tempi, si sono resi protagonisti di una lotta intestina che ha visto la loro defezione dagli Scissionisti, un episodio che ha contribuito all’escalation criminale che imperversa sulla città.


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August 24, 2012

Nuova sparatoria sul litorale laziale. Ucciso un camorrista

Nuova sparatoria sul litorale laziale. Ucciso un camorrista

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venerdì 24 agosto 2012

Veduta di Terracina, nello scenario del Circeo

Un’estate di fuoco, quella che si vive quest’anno nelle località turistiche del litorale laziale, non solo a causa delle ondate di calore che, senza concedere tregua, da mesi avvolgono implacabili l’intera penisola. Si tratta, in questo caso, di un fuoco poco metaforico, quello sprigionato dalle pallottole esplose all’interno di interminabili faide che da anni, ormai, imperversano tra famiglie e fazioni della camorra napoletana e casertana, quelle stesse famiglie che, da tempo, hanno eletto alcune rinomate località turistiche del Lazio a buen retiro delle loro estati e a territorio di conquista per l’espansione tentacolare delle loro attività imprenditoriali. Così, quelle spiagge, in alcuni casi, finiscono inevitabilmente per essere anche teatro delle loro efferatezze omicide.

L’omicidio in spiaggia a Terracina[]

Ieri, 23 agosto, è toccato a Terracina il compito di raccogliere lo scomodo testimone della violenza camorrista estiva inaugurata poco meno di un mese fa nella non lontana Nettuno. Lo ha fatto con un agguato cruento proprio su quel lungomare che i suoi cittadini hanno voluto dedicare a una loro illustre antenata e conterranea, la mitica Circe omerica. Vittima è ancora una volta un camorrista, Gaetano Marino, napoletano, 48 anni, personaggio ben noto agli abitanti e ai frequentatori della località circea, delle cui spiagge era considerato un habitué. Marino è stato abbattuto da cinque dei numerosi colpi di pistola sparatigli contro nei pressi dello stabilimento, dopo essersi appena allontanato da quella spiaggia sulla quale, in vacanza dal suo pericoloso lavoro, si godeva ignaro i piaceri dell’estate in famiglia, tra ombrelloni e lettini dello stabilimento balneare La Sirenella, meta abituale di festose e schiamazzanti famigliole di bagnanti in cerca di relax, costrette, nell’occasione, a un precipitoso e generalizzato fuggi-fuggi. A ucciderlo, secondo le testimonianze oculari raccolte dalla squadra mobile di Latina, intervenuta sul posto, sarebbero stati in due: i killer gli avrebbero teso un tranello, inducendolo con uno stratagemma ad avvicinarsi, e quindi, compiuto il loro servizio, sarebbero fuggiti a bordo di una Fiat Punto bianca. La scena del crimine è stata subito interdetta alla folla di curiosi che si è assiepata sul lungomare, e consegnata alla polizia scientifica per i rilievi di routine.

Il precedente del 24 luglio a Nettuno[]

L’abitato di Nettuno, visto dal lungomare

Un episodio molto simile era già accaduto meno di un mese fa, a Nettuno, amena località balneare, a cui era toccato il poco invidiabile primato di inaugurare la stagione della violenza camorristica dell’estate laziale.

La dinamica e gli obiettivi di quell’episodio criminale, in quel caso, non avevano dato adito a dubbi: una vera e propria esecuzione, in perfetto stile mafioso, che, il 24 luglio 2012, aveva visto morire Modesto Pellino (Modestino), luogotenente del clan camorristico Moccia, freddato anche lui, in un agguato in piazza Garibaldi, in pieno centro cittadino, da cinque colpi di pistola indirizzatigli da suoi colleghi e rivali di un clan antagonista.

L’apparizione televisiva su Rai 2 del «padre più bello del mondo»[]

Anche la vittima di Terracina, Gaetano Marino, era un personaggio ben noto alle cronache, nel suo caso, però, non solo criminali: una vita pericolosa vissuta sempre sul filo della circospezione, della dissimulazione e della fuga, che non gli aveva però impedito, nel 2010, di guadagnarsi la ribalta mediatica, nientemeno che sulla televisione di stato, con un’apparizione da ospite d’onore in una trasmissione televisiva. Si era trattato forse di una debolezza del suo buon cuore di papà premuroso, qualità che sono solite albergare dietro la maschera spietata del buon mafioso: un mix di buoni sentimenti che doveva averlo spinto a percorrere quel sentiero di conoscenze e raccomandazioni, che, attraverso oscuri meandri, alimenta il sottobosco delle comparsate televisive e canore. Tutto questo, sia detto, non per ambizione personale, ma solo per regalare alla dodicenne Mary, figlia adorata, l’ebbrezza di esibirsi sotto le luci del palcoscenico più ambito d’Italia, quello televisivo, in uno dei tanti spettacoli che si occupano di offrire in pasto, a un pubblico vorace e di bocca buona, le incerte e indigeste esibizioni canore di improvvisate starlette in erba e minorenni aspiranti a una carriera di veline. E Mary, a suo modo, aveva saputo sdebitarsi con quel padre affettuoso, intonando per lui, di fronte all’intera Italia televisiva, un vero e proprio inno melodico all’amore filiale e paterno: «Tu sei il padre più bello del mondo che non cambierei…»

La polemica di Roberto Saviano[]

Roberto Saviano

In quell’occasione, com’era prevedibile, l’esposizione sul palcoscenico RAI 2 non era passata inosservata e aveva fornito, allo scrittore Roberto Saviano, il destro per innescare una polemica giornalistica contro la televisione di stato che, a spese dei contribuenti e dei consumatori, si permetterebbe la libertà di offrire la sua vasta ed esclusiva ribalta televisiva a improbabili quadretti pittoreschi, incentrati sull’affetto familiare filiale fiorito in una consorteria camorrista. La denuncia di Saviano andava anche oltre: quell’episodio non era l’effetto del caso o di una distrazione, ma il frutto malato delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel sottobosco degli appalti legati al mondo della televisione e dello spettacolo.

La polemica aveva anche dato, all’autore di Gomorra, l’ occasione per delineare l’alto profilo criminale di Gaetano Marino, camorrista spietato nella vita, padre premuroso e generoso in quello che voleva essere un edificante siparietto televisivo da propinare agli italiani.

L’alto profilo criminale di Gaetano Marino, alias Gaetano McKay[]

Come spiegato in quell’occasione da Saviano, Gaetano Marino non era certo un personaggio di secondo piano, ma un leader agguerritissimo della fazione dei cosiddetti Scissionisti di Secondigliano (detti anche gli Spagnoli, per via della fuga in Spagna di uno dei futuri capibastone durante i mesi che precedettero la cosiddetta guerra camorristica di Scampia), protagonisti di una faida intestina che aveva sconvolto, dall’interno, l’equilibrio del cosiddetto “cartello dei Di Lauro”. Di quella lotta intestina, la famiglia Marino (conosciuta anche, per motivi televisivi di cui si dirà più oltre, con il soprannome di McKay) era stata promotrice e fortunata protagonista. Quella faida, infatti, iniziata da Gennaro, fratello di Gaetano, aveva avuto un esito vittorioso per gli Scissionisti, anche se all’inevitabile prezzo di qualche perdita collaterale. Una di queste aveva colpito proprio Gaetano e Gennaro, rimasti orfani del loro padre Crescenzo, ucciso per ritorsione proprio dal clan Di Lauro. Crescenzo Marino era il patriarca eponimo della famiglia, quello che, per la somiglianza fisica a un personaggio di una vecchia saga televisiva western, si era guadagnato il soprannome americaneggiante di McKay, poi trasmessosi, come succede spesso, all’intera schiatta.

La misteriosa vicenda dell’amputazione delle mani[]

Gaetano Marino era noto anche per una particolare mutilazione fisica, che gli era valsa il soprannome di Moncherino, o Manuzza: dagli anni ’90, infatti, in maniera inspiegabile, era rimasto improvvisamente privo di entrambe le mani. Avvolte dal mistero, infatti, sono ancor oggi le circostanze e le cause di quella mutilazione, sulla quale è fiorita una fitta letteratura di miti e leggende, tra cui anche quella, suggestiva, ma alquanto improbabile, di un loro “discioglimento nell’acido”, che da anni si scambiavano, di bocca in bocca, in un eccitante passaparola, gli avventori abituali del lido “La Sirenella”: tra le storielle che si affollavano, senza conferme né smentite, la più accreditata, tuttavia, era quella del malaugurato imprevisto accadutogli durante la manipolazione di un ordigno. Insomma, si sarebbe trattato di quello che, a prezzo di un certo abuso di linguaggio giuslavoristico, molti cronisti avevano classificato come un “incidente sul lavoro” (un evento, tuttavia, si spera, non coperto né indennizzato dall’ INAIL). Comunque sia, era questo il motivo per cui, da tempo, Gaetano Marino era costretto a muoversi accompagnato da un fedelissimo dioscuro, un maggiordomo personale che lo seguiva ovunque e lo accudiva, facilitandolo nel compimento delle incombenze più spicciole e fisiologiche della vita: mangiare, bere, lavarsi, vestirsi, aprire le porte…

L’epilogo di Manuzza[]

Quel particolare anatomico non poteva passare inosservato sotto lo sguardo della conduttrice televisiva di quel programma galeotto su Rai Due, ignara, chissà, di trovarsi, invece, davanti alle stimmate di una feroce assiduità criminale. Forse colpita dalle circostanze, forse in ottemperanza a una scaletta predisposta da altri, aveva chiamato dal pubblico quel papà, invitandolo ad avvicinarsi al palco, perché, trepidante, porgesse la guancia al bacio dell’adorata figlia che aveva appena intonato a lui, «il padre più bello del mondo», un vero e proprio inno d’amore filiale. La conduttrice, in quell’occasione, aveva espresso i suoi più fervidi auguri, ma non certo lei, e neppure la maggior parte dei telespettatori di quell’evento, avrebbero mai immaginato che il futuro di quella famiglia, immortalata in un idilliaco siparietto televisivo, in capo a due anni sarebbe giunto a un tragico epilogo, quello che si è consumato ieri, 23 agosto 2012, su un altro palcoscenico, non più sotto i riflettori di scena, ma nella luce abbacinante di un sole infuocato, sul lungomare di Terracina, dove «il padre più bello del mondo», ancora in costume da bagno, si è accasciato a terra per sempre, sotto i colpi delle pistole, tra i miasmi della cordite e le urla in dialetto partenopeo dei parenti, sull’asfalto, squallidamente addossato alla fiancata di un’automobile, in una pozza di sangue.


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June 21, 2012

Informazione, una sfida contro le mafie

Informazione, una sfida contro le mafie

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giovedì 21 giugno 2012

Si è svolto ieri nell’Aula Francesco Pessina della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli il seminario “Conoscere le mafie per contrastarle” che prende spunto da una citazione di Einaudi secondo il quale “conoscere per deliberare” non è altro che una filosofia capace di rappresentare in modo pieno il problema per predisporre una risposta effettiva perché al di fuori della conoscenza è difficile produrre dei risultati concreti. Per contrastare in modo più facile e veloce la Camorra, occorre anche intervenire sul piano amministrativo con strumenti diversi come le interdittive antimafia, quindi se, ad es., una società vuole partecipare ad un appalto ma ha a suo carico una denuncia o una sentenza passata in giudicato, bisogna intervenire subito per interdirla.

Per fare ciò bisogna affrontare alcuni problemi. Prima di tutto l’inflazione di documentazione che costringe gli enti pubblici a compiere degli scambi interminabili di certificazioni (17000) che si potrebbero ridurre al minimo con l’organizzazione di un sistema informatico efficiente. Altro problema è la definizione a livello regionale di una conoscenza specifica sulla prevenzione affinché le buone pratiche possano diffondersi, così come il modello basato sulle evidenze che ha già dato buoni risultati nella lotta all’abuso di sostanze e al traffico di stupefacenti. Su ventisei categorie di affari quella che certamente colpisce di più l’economia locale è la contraffazione. Come tutte le cose bisogna iniziare da quelle piccole: non acquistare le musicassette false, non prendere le sigarette di contrabbando, non mangiare il pane adulterato, non pagare la moneta al parcheggiatore abusivo. Diversamente se la domanda non crolla, l’offerta della Camorra sarà sempre alta.

A tal fine le forze dell’ordine hanno valorizzato il territorio di concerto con l’attività delle associazioni locali private, in tal modo si realizza anche, e sopratutto, una condivisione di conoscenze e di esperienze tra i cittadini partenopei che più di tutti convivono e subiscono la realtà criminale che a sua volta ha sottratto loro ampie porzioni del territorio e che, in seguito a confisca, sono ritornate di utilità sociale, nonostante i problemi derivanti dai procedimenti e dai deficit burocratici. Allo stato attuale, infatti, il numero di beni sequestrati è molto alto, ma l’effettivo utilizzo di questi è inferiore a quanto dovrebbe essere effettivamente, e ciò perché oggi ci vogliono molti anni prima che un bene patrimoniale sia disponibile (5-10% di beni che ritornano dopo la confisca).

Oltre all’eccezionale opera di aggressione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, occorre accennare anche al lavoro svolto in merito all’individuazione dei flussi finanziari che sostengono i clan sia dentro che fuori dal carcere. Le forze dell’ordine e la magistratura possono certo contribuire a controllare meglio il territorio ma lo Stato è anche altro, si pensi al ragazzo di Scampia che campa con 20 euro al giorno. Solo negli ultimi anni si sono persi 30000 posti di lavoro a causa della Camorra. La condivisione della conoscenza, dunque, e la possibilità di gestirla in sinergia con le istituzioni, è fondamentale per i fini che lo Stato si propone. Il richiamo ai reti finanziari, inoltre, rievoca le difficoltà a realizzare un’economia basata sulla produzione industriale nonostante tutta l’economia mondiale è ormai basata sull’oro delle banche, senza considerare i “paradisi fiscali” attraverso i quali si entra nel problema più grave del riciclaggio.

Nonostante i risultati raggiunti a livello politico, come ad es. l’istituzione del Centro di documentazione contro la Camorra alla quale ha contribuito la Regione Campania, restano i problemi di tipo amministrativo, in particolare sulla rendicontazione delle attività e sullo snellimento delle procedure burocratiche. C’è bisogno dunque di regole nuove perché quelle attuali hanno ostacolato il lavoro negli ultimi anni, ad es. il protocollo d’intesa è una “cambiale in bianco”. I politici non dovrebbero rimpiangere gli anni ’80 quando erano loro a decidere e quando la guerra di camorra imperversava, mentre oggi sono le associazioni di cittadini a decidere. Si pensi al caso di Bagnoli quando il controllo apparteneva alla CGIL e poi è passato alla Camorra.

Una sfida dunque difficile quella del contrasto alle mafie ma che si può vincere anche col diritto penale che, ricordiamolo, è l’extrema ratio della politica sociale. E ciò chiama in causa un paradosso e cioè che la Camorra a Napoli è anche un ammortizzatore sociale, urge dunque più attenzione da parte del mercato così come della politica. Il problema, ad es., dello scioglimento delle amministrazioni municipali per infiltrazioni mafiose coinvolge una normativa che presenta diverse lacune laddove risulta più facile commettere reati: perché non si inviano gli ispettori del ministero? Perché si aspetta sempre la tragedia sulle pagine di cronaca prima di intervenire? La cultura dell’informazione e dello Stato di diritto, dunque, conferiscono la giusta soluzione per la lotta alla criminalità organizzata, infatti la conoscenza di un fenomeno non è solo la lettura di alcuni suoi aspetti patologici ma serve anche a stimolare la società e le persone al cambiamento.


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May 20, 2012

Napoli: convegno sui beni sequestrati alla Camorra

Napoli: convegno sui beni sequestrati alla Camorra

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domenica 20 maggio 2012

Si è svolto l’altro ieri a Napoli presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II un convegno sulle più recenti iniziative legislative in materia di lotta alla Camorra, in particolare sul processo di valutazione per l’accesso ai beni sequestrati alla criminalità organizzata ai fini del riscatto del territorio. L’evento è iniziato con un filmato in memoria dei due eventi che hanno determinato l’inizio di una nuova strategia di lotta alla mafia: gli omicidi di Pio La Torre (30 aprile 1982) e Giovanni Falcone (23 maggio 1992). La criminologia, infatti, in base alla letteratura più recente, è giunta alla conclusione che non basta solo perseguire penalmente i responsabili di tali delitti ma che occorre colpire le organizzazioni criminali nel proprio patrimonio in modo da restituire i valori di legalità al territorio ed alla comunità civile.

Fino ad oggi solo in Campania ci sono state circa 6000 aziende sequestrate per un valore complessivo di circa 6 milioni di euro. Considerando che trascorrono circa 6-8 anni dal sequestro all’utilizzo del bene patrimoniale, l’amministrazione giudiziaria ha una duplice responsabilità: verso lo Stato perché deve dare conto della propria attività e verso il soggetto titolare del bene perché, se il fatto non sussiste, l’indagato può rivalersi sull’amministrazione giudiziaria per ottenere un risarcimento.

In base ai dati relativi alle indagini su alcuni casi è emerso che la maggior parte delle aziende sequestrate fa largo uso di personale assunto dal mercato nero, evitando di consultare l’erario e gli istituti previdenziali necessari per la regolarizzazione delle pratiche di assunzione. Paradossalmente lo Stato diventa un problema a causa dei controlli che deve effettuare con ricadute sui costi e sulla pubblica amministrazione. Dal lato del ricavo, i soggetti delle aziende internazionali hanno subito un tracollo di fatturato e falliscono anche se ottengono il risarcimento. Se invece il sequestro passa in giudicato, il bene è restituito al territorio per fini sociali o culturali con grande sollievo per la lotta al crimine organizzato. A tal proposito si avanzano due proposte di intervento: non far pagare le sanzioni all’amministrazione giudiziaria e non far pagare le imposte sul reddito nel periodo durante il quale avvengono i controlli. Se l’azienda dovesse essere sequestrata, da quel momento si pagherebbero le tasse. La proposta è approvata all’unanimità.

Il dott. Baldascino fa notare che il 30 aprile ha riaperto l’Ieva Group con 50 dipendenti e 100 automezzi impegnata nell’attività di corriere e trasporti che è passata da 30 milioni a 500 mila euro di fatturato in un anno perché non ha ricevuto nessun aiuto dallo Stato. «Che garanzie allora abbiamo che questa legge consenta una certa sostenibilità?» – dice lo stesso – «Il mercato oggi richiede una forte responsabilità e trasparenza cercando di monitorare e di migliorare il fund raising». Quindi al posto della Commissione sarebbe meglio introdurre un Osservatorio magari in seno all’assessorato o alla presidenza regionale con competenze in merito all’attuazione dei programmi.

Il dott. Allucci, amministratore delegato del “Consorzio Agrorinasce” denuncia il fatto che molti beni sequestrati alla Camorra sono stati vandalizzati o trascurati dalle stesse istituzioni perché quando un bene diventa pubblico ha bisogno di una serie di interventi di recupero e di tutela che richiedono ingenti finanziamenti (minimo 100 mila euro ciascuno). Ad esempio, per un progetto di un milione di euro l’amministrazione municipale locale deve contribuire per almeno l’1%, in tal modo la lotta alla Camorra costa 180 mila euro all’anno per ogni ente locale e, poiché i finanziamenti sono quasi del tutto pubblici, si gioca al rialzo con l’inevitabile incremento dei costi. Specialmente i beni destinati a fini sociali sono quelli che soffrono di più le lacune di questo sistema, meglio vanno le opportunità per i servizi di ristorazione.


Fonti[]


Notizia originale
Questo articolo contiene notizie di prima mano comunicate da parte di uno o più contribuenti della comunità di Wikinotizie.

Vedi la pagina di discussione per maggiori informazioni.

Note[]

  1. Eventi e news di Facoltà. Facoltà di Scienze Politiche – Università degli Studi di Napoli “Federico II”. URL consultato il 20-05-2012. – fonte del link alla locandina

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March 24, 2012

Sciolti per mafia sette comuni d\’Italia

Sciolti per mafia sette comuni d’Italia – Wikinotizie

Sciolti per mafia sette comuni d’Italia

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venerdì 24 marzo 2012

Il Consiglio dei Ministri italiano ha deliberato[1] ieri secondo quanto disposto dall’art. 143 del D.Lgs. 267/2000 lo scioglimento per infiltrazioni mafiose di sette comuni italiani. Si tratta di due comuni siciliani Salemi (amministrato da Vittorio Sgarbi) e Racalmuto, di due comuni campani Pagani e Gragnano, di due comuni calabresi Bova Marina e Platì e di un comune piemontese Leinì (che si va ad aggiungere agli altri tre comuni sciolti nel nord Italia).

La decisione è stata presa sulla base delle relazioni dei vari prefetti competenti che hanno riscontrato la presenza delle organizzazioni criminali all’interno delle pubbliche amministrazioni, con influenze che andavano dal settore appalti pubblici alle concessioni e autorizzazioni amministrative). Ora verranno nominate, con decreto del Presidente della Repubblica italiana, le varie commissioni straordinarie che guideranno gli enti per i prossimi 18 mesi prorogabili fino ad un massimo di 24 mesi.

Sempre di ieri la notizia che il governo intende estendere il criterio di scioglimento anche ai comuni e alle province che non si adoperino adeguatamente contro la corruzione. Il Ministro della Giustizia, Paola Severino, annuncia che il provvedimento sarà presentato alla Camera entro la fine di marzo.[2]

Approfondimenti in Wikipedia[]

  • Legge contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali
  • Consiglio comunale – Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose
  • Commissario prefettizio – Scioglimento per infiltrazioni o condizionamenti mafiosi
  • Commissario straordinario – Il commissario straordinario per la gestione di enti locali sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata di tipo mafioso


Fonti[]

Note[]

  1. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri, fonte cit.
  2. il Fatto Quotidiano – La corruzione come l’infiltrazione mafiosa …, fonte cit.

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September 6, 2010

Cilento: ucciso in un agguato Angelo Vassallo, sindaco di Pollica

Cilento: ucciso in un agguato Angelo Vassallo, sindaco di Pollica

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Torre Caleo presso Acciaroli, il borgo cilentano in cui è avvenuto l’agguato

Pollica, lunedì 6 settembre 2010
Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di Pollica, è stato ucciso ieri notte ad Acciaroli, intorno alle 2, mentre rientrava in casa.

L’uomo, noto per il suo impegno politico e ambientalista, è stato colpito da numerosi colpi di arma da fuoco, sferratigli nel corso di quello che per le modalità esecutive sembra un agguato di natura camorristica. È stato raggiunto da almeno nove proiettili calibro 9, che hanno frantumato il finestrino dell’automobile che stava guidando. Il corpo crivellato di colpi è stato trovato dal fratello, allarmatosi per il suo ritardo.

Le indagini sono affidate al sostituto procuratore Alfredo Greco, della Procura della Repubblica di Vallo della Lucania, che ha espresso l’impressione di un omicidio di stampo camorristico, con cui si è voluto colpire chi come Angelo Vassallo, era considerato un simbolo della lotta all’illegalità.

L’attività politica di Vassallo lo aveva portato a ricoprire più volte la carica di sindaco di Pollica, quella di presidente della Comunità montana e quella, attualmente ancora detenuta, di presidente della Comunità del parco, organo statutario, consultivo e propositivo, del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, comprendente tutti i rappresentanti degli enti locali nel cui territorio ricade l’area protetta. Quella stessa attività gli aveva procurato alcune denunce per estorsione, concussione e reati contro l’amministrazione della giustizia. Tali episodi sono ora oggetto di attenzione da parte degli investigatori al fine di riconoscervi eventuali collegamenti con l’agguato.

La salma di Angelo Vassallo è stato trasferito all’Ospedale civile di Vallo della Lucania, dove sarà sottoposta ad autopsia. Vassallo lascia moglie e due figli. Era noto come il “sindaco pescatore”, per l’attività che esercitava professionalmente insieme al fratello.


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August 10, 2008

Spagna: arrestato il latitante camorrista Patrizio Bosti

Spagna: arrestato il latitante camorrista Patrizio Bosti

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domenica 10 agosto 2008

È stato arrestato oggi all’alba a Girona, in Spagna, Patrizio Bosti, boss della camorra ricercato dal 2005 e facente parte dell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia. L’uomo si trovava in un ristorante di Plaia de Aro, nella provincia di Girona, assieme ad una quindicina di persone, quando i Carabinieri e la Guardia Civil spagnola lo hanno arrestato. Era disarmato e non ha opposto resistenza, anche se, prima di arrendersi, ha tentato di nascondere la sua identità mostrando un documento falso. Bosti viveva nel lusso: al momento dell’arresto aveva 24 mila euro in contanti ed un’Audi R8; inoltre abitava in un residence molto costoso e dotato di piscina.

Patrizio Bosti è nato il 5 settembre 1958 a Napoli ed è ritenuto il reggente del clan Licciardi-Contini. È stato il promotore della cosiddetta alleanza di Secondigliano ed era stato sottoposto alla carcerazione preventiva per il duplice omicidio dei fratelli Giglio avvenuto a Napoli nel 1982. Era ricercato dal 2005 per concorso in omicidio ed altro. Il suo arresto segue di pochi giorni quello di Giuseppe Coluccio, altro latitante tra i 30 più pericolosi d’Italia.

«L’arresto del pericoloso camorrista Patrizio Bosti, che segue quelli effettuati nei giorni scorsi, testimonia ancora una volta l’impegno incessante delle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo», ha dichiarato il Ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, che, come anche il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha inviato un telegramma di congratulazioni al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, gen. Gianfranco Siazzu.


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July 27, 2008

Nuovo colpo contro la Camorra: arrestato Adriano Graziano, boss di Quindici

Nuovo colpo contro la Camorra: arrestato Adriano Graziano, boss di Quindici

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domenica 27 luglio 2008

Panoramica di Valmontone

È stato arrestato ieri sera l’ultimo boss del clan Quindici di Avellino, Adriano Graziano, mentre si trovava in un negozio di Valmontone, nella Provincia di Roma. Stava acquistando dei vestiti, griffati, per continuare la sua latitanza, quando i carabinieri di Avellino e i militari l’hanno bloccato, dopo diversi giorni di pedinamento.

L’uomo era accompagnato da un imprenditore edile del Vallo di Lauro, arrestato insieme a Graziano per favoreggiamento personale. Il boss era in possesso di documenti falsi e varie schede telefoniche. Adriano Graziano era ricercato per essere sfuggito al blitz del 5 maggio scorso, eseguito dal Nucleo investigativo del comando provinciale di Avellino, dove furono arrestati 23 membri del clan omonimo.

“O Professore”, così era soprannominato, aveva acquisito fama dopo esser rimasto coinvolto nella strage delle donne nel 2002, durante la guerra tra il clan dei Fava e quello dei Quindici. Negli anni passati era stato arrestato più volte, per diversi reati, tra i quali tentato omicidio, estorsione ed associazione a delinquere.


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