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February 11, 2008

Categoria:11 febbraio 2008

Filed under: Febbraio 2008 — admin @ 5:00 am

Categoria:11 febbraio 2008 – Wikinotizie

Categoria:11 febbraio 2008

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12 febbraio 2008 »

Questa categoria raccoglie tutti gli articoli relativi ad avvenimenti accaduti il 11 febbraio 2008, o scritti in quel giorno.

Pagine nella categoria “11 febbraio 2008”

Questa categoria contiene le 5 pagine indicate di seguito, su un totale di 5.

P

  • Paolo Attivissimo: i miei “2 cents” su giornalismo, Wikipedia e progetti fratelli

S

  • Stati Uniti: chieste 6 pene capitali per gli attentati dell’11 settembre
  • Stati Uniti: morto l’attore Roy Scheider

T

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Trapani: F16 militare precipitato, pilota disperso

Trapani: F16 militare precipitato, pilota disperso

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lunedì 11 febbraio 2008

Le Isole Egadi

Un caccia F-16, componente del 37esimo stormo dell’aeronautica militare, partito dall’aeroporto di Trapani, è caduto vicino alla cittadina di Levanzo, nelle Isole Egadi. Da 16 miglia da terra, nel tratto marittimo di Levanzo e Marettimo, sarebbe stato riconosciuto il pilota. Alla ricerca del disperso è impegnato un elicottero dell’aeronautica, oltre a navi e motovedette di Polizia, Carabinieri e Guardia Costiera.

la perdita di questo F-16 è la seconda di cui si abbia notizia, dopo che un altro precipitò attorno al 2004. I caccia americani sono stati ceduti in leasing dopo la scadenza dell’analogo contratto per i Tornado ADV, macchine RAF fornite nel 1993-2003 come rimpiazzi per i vecchi F-104, solo 64 dei quali aggiornati allo standard ASA-M. Non bastando per tutta la linea di caccia italiani, e visti i ritardi degli EFA, fu la RAF a fornire questa soluzione ‘provvistoria’, perché aveva Tornado ADV in eccesso. Ma il contratto non venne rinnovato per l’onere economico che comportava, e riaperta la gara venne accettata la proposta americana per gli F-16ADF, battendo tra l’altro anche la candidatura dei francesi con i Mirage 2000, dei tedeschi con i MiG-29 e persino dei greci con i vecchi Mirage F-1 resi disponibili data la loro sostituzione con nuovi F-16.

Fonti[]

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Stati Uniti: morto l\’attore Roy Scheider

Stati Uniti: morto l’attore Roy Scheider

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lunedì 11 febbraio 2008

Oggi si ha notizia del decesso dell’attore Roy Scheider, avvenuto all’età di 75 anni, al locale ospedale di Little Rock, negli USA. L’attore era gravemente malato da tempo. Nervoso e con l’aria da “cattivo”, ebbe modo di dare la sua impronta come attore caratterista e nervoso in parecchi film d’azione e drammatici, sopratutto degli anni ’70.

Iniziò la sua carriera come giocatore di baseball e boxeur (da cui deriva il naso storto, causa la frattura riportata in un Golden Gloves), poi si dedicò al teatro. Da lì al successo il suo passo fu svelto: nonostante l’intermezzo del servizio nell’esercito, vinse l’Obie Award con lo spettacolo Stephen D. Poi arrivò al cinema nel 1964 con un film horror, The curse of the living corpse. Vi furono altri film: Star! (1968), Paper Lion (1968), Stiletto (1969), Loving, Gioco crudele (1970) e Mannequin-Frammenti di donna (1970), ma senza particolare risonanza.

Il successo iniziò veramente con Una squillo per l’ispettore Klute di Pakula, assieme a Jane Fonda e Donald Sutherland. Era il 1971, anno fondamentale per la sua carriera. Infatti interpretò anche Il braccio violento della legge con Gene Hackman. Fu candidato all’oscar per l’interpretazione di Buddy Russo, ma non vinse. Vi sarebbero stati altri film rimasti nella storia del cinema: Il Maratoneta, lo Lo squalo e anche il suo primo modesto seguito, lo Squalo II. Nel 1979 ebbe un’altra nomination, per All that jazz, di Bob Fosse. La sua ultima famosa interpretazione fu nel film Tuono blu. Poi si dedicò a produzioni televisive come SeaQuest Dsv. Infine, nel suo penultimo film lavorò come attore nel film Texas ’46 di Giorgio Serafini, del 2002.

Wikipedia

Wikipedia ha una voce su Roy Scheider.

Fonti[]

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Stati Uniti: chieste 6 pene capitali per gli attentati dell\’11 settembre

Stati Uniti: chieste 6 pene capitali per gli attentati dell’11 settembre

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lunedì 11 febbraio 2008

Le Torri gemelle, distrutte l’11 settembre 2001

Il Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha annunciato che chiederà la pena capitale per 6 detenuti della prigione di Guantanamo accusati di aver partecipato agli attentati dell’11 settembre 2001. Le pene di morte riguarderanno Khalid Sheikh Mohammed, ideatore degli attentati a New York e nella capitale Washington, e altri 5 terroristi, coinvolti anch’essi nel disastro.

Il generale Thomas Hartmann ha annunciato in una conferenza stampa al Pentagono che la vicenda riguarda particolarmente Khalid Sheikh Mohammed, che ha organizzato il piano fin dal 1996, anno nel quale ha proposto il tutto al capo di Al-Qaida, Osama Bin laden fino all’attuazione. Delle “commissioni militari” create dal Ministero della Difesa USA, mai andate nella base americana di Guantanamo, per interrogare i prigionieri.

Gli altri 5 terroristi sono Mohammed al-Qahtani (dirottatore mandante degli attentati del World Trade Center), Ramzi Binalshibh (membro della cellula di Amburgo), Ali Abd al-Aziz Ali (meglio conosciuto come Ammar al-Baluchi, nipote di Mohammed al-Qahtani e promotore degli attentati), Mustafa Ahmed al-Hawsawi (aiutante di al-Baluchi) e Walid bin Attash (conosciuto con il nome guerrigliero di Khallad, addestratore di qualche dirottatore).

Le accuse daranno strada a nuovi processi, in cui saranno presenti le “commissioni militari“, organi creati dopo gli attacchi e mai funzionanti. Questa è la prima volta che si discute nella base USA di detenuti destinati a morire mediante la pena di morte.

Fonti[]

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Wikinotizie:Amministratori/Elezioni/Olando

Filed under: Uncategorized — admin @ 5:00 am

Indice

Olando

Olando è stato candidato e ha accettato. L’elezione inizia l’ 11 febbraio 2008 alle ore 15.55 (CET) e terminerà il 18 febbraio 2008 alle ore 15.55 (CET).

Con 10 voti a favore Olando è eletto amministratore. 

Pro

  1. Loroli…on WikiNews 15:56, 11 feb 2008 (CET)
  2. DarkAp89 Post It! 16:06, 11 feb 2008 (CET)
  3. Stefano Mailbox 16:28, 11 feb 2008 (CET) (non ho votato contro, era per far impaurire Olando :P)
  4. –Ramac 16:41, 11 feb 2008 (CET)
  5. si è fatto le ossa… è ora che pure lui le spacchi a qualcuno 😀 –valepert 21:53, 12 feb 2008 (CET)
  6. Davide21 20:02, 13 feb 2008 (CET)
  7. hmm, sì 🙂 –Broc 20:28, 13 feb 2008 (CET)
  8. Leoman3000 15:54, 14 feb 2008 (CET)
  9. –Wappi76 12:21, 16 feb 2008 (CET)
  10. Quoto valepert: agisci pensando con la tua testa, prendendo in considerazione quel che dicono gli altri, ma rielaborando con le tue idee e con le regole del progetto, e allontanando lusinghe e scambi di favori. —Toocome ti chiami? 03:05, 17 feb 2008 (CET)

Contro

Astenuti

Tipologie Voti % tot. % rel.
Pareri favorevoli 10 100% 100%
Pareri contrari 0 0% 0%
Astenuti 0 0%
Totale votanti 10 ( 10 ) 100% ( 100% )

L’utente è stato eletto amministratore


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Trento: il presidente Napolitano accusa malore mentre parla all\’università, condizioni buone

Trento: il presidente Napolitano accusa malore mentre parla all’università, condizioni buone

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lunedì 11 febbraio 2008

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è stato colpito da un leggero attacco di ipotensione mentre parlava all’Università di Trento. All’improvviso, mentre teneva il suo discorso, infatti, alcuni docenti e il rettore hanno notato che il presidente faceva difficoltà a parlare, e, con evidente difficoltà, ha fatto capire di aver accusato un malore.

Tutte le persone a lui vicino, quindi, l’hanno rassicurato e aiutato a sedersi, per poter continuare a parlare con meno fatica.

Napolitano stava tenendo una lectio magistralis a margine dell’assegnazione del titolo di professore straordinario dell’ateneo trentino, quando si è sentito male. Al suo personale, subito dopo la fine del discorso, ha fatto sapere che la causa più probabile del malore sia stata la costrizione al collo provocata dalla tunica, indossata durante la lectio.

Il presidente ha ribadito, anche in rapporto alle consultazioni elettorali, la necessità che il Parlamento ratifichi il Trattato di Lisbona: «Certamente è indispensabile che in questo contesto nessuno Stato membro si sottragga alle sue responsabilità e agli impegni ancora una volta assunti». «Il tempo stringe. Non possiamo più esitare. L’Italia deve fare la sua parte, innanzitutto ratificando il trattato anche in questa fase elettorale. È indispensabile che anche alle elezioni europee si giunga potendo presentare ai cittadini il nuovo quadro di obiettivi e regole dell’Unione europea».

Fonti

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Paolo Attivissimo: i miei \”2 cents\” su giornalismo, Wikipedia e progetti fratelli

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Elitre

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lunedì 11 febbraio 2008

Indice

Intervista, parte seconda

Paolo Attivissimo mostra un wikicalendario

Paolo Attivissimo mostra un wikicalendario

Eccoci alla seconda ed ultima parte della nostra chiacchierata con Paolo Attivissimo, che ci illustra il suo pensiero sull’informazione ai tempi della Rete e sui progetti della Wikimedia Foundation.

L’informazione tra servizio antibufala e giornalismo

W@H: Come ti è venuta in mente l’idea di creare un servizio antibufala[1]? Lo ritieni la parte più importante della tua attività? Per i lettori di lingua italiana, il tuo è ormai il sito di riferimento sulle leggende metropolitane: quando lo hai lanciato, ti aspettavi che lo sarebbe diventato?

Attivissimo: Tutto nacque dalla mia pigrizia – pardon, ricerca della massima efficienza. Nei miei primi libri e nella newsletter che scrivevo vari anni fa (troppi anni fa) avevo citato alcune bufale molto popolari, sperando di chiarirle una volta per tutte. Ma continuavano ad arrivarmi e-mail di lettori che chiedevano chiarimenti sulle medesime bufale già indagate. Ogni volta cercavo di rispondere con uno spiegone dettagliato, ma questo alla lunga mi portava a dedicare troppo tempo alla posta ed era piuttosto ripetitivo.
Così ebbi l’idea fatale di risolvere il problema pubblicando una paginetta Web con le medesime cinque o sei bufale e le relative spiegazioni, in modo da poter rispondere ai lettori “Vai qui che trovi tutto spiegato per bene”. Mal me ne incolse: infatti cominciarono ad arrivare ancora più mail, con richieste di indagare su altre bufale non presenti nella paginetta antibufala.
Iniziai a indagare su queste altre bufale, nella vana speranza di completare il repertorio, e scoprii che le bufale sono infinite: ne nascono nuove in continuazione e quelle vecchie mutano e si trasformano senza mai morire.
Morale della favola: dopo più di 110 indagini antibufala, il flusso di mail di richieste d’indagine non è calato per niente e non ho risparmiato neppure un secondo di tempo. In compenso ho imparato moltissimo sulla psicologia e la dinamica delle bufale e mi sono fatto molti amici e molti nemici.
Di per sé il Servizio Antibufala non è la mia attività primaria (nasco come informatico, per cui la comunicazione digitale è solo una piccola parte dei miei interessi), ma visto che si tratta di un servizio che soddisfa un’esigenza molto sentita, mi ci dedico volentieri. Oltretutto sono curioso di natura, per cui sapere cosa c’è dietro una storia strana m’intriga sempre. L’unico rammarico che ho è che tutte queste indagini, con il loro esito quasi sempre bufalino, mi hanno reso molto cinico sull’affidabilità dell’informazione e di chi opera professionalmente nell’informazione. Ho colto troppe volte i colleghi giornalisti a pubblicare bufale che avrebbero potuto evitare con un briciolo di buon senso in più e un po’ di voglia di scoop in meno.
Non mi aspettavo affatto questo successo: ammesso che di successo si possa parlare, perché le bufale continuano a prosperare come prima. Credo ci vorranno anni, e un’intera generazione d’internauti, per abituare l’utente di Internet a non usare come riflesso condizionato il pulsante “Inoltra a tutti”.

W@H: Come sta Valentin? 🙂 Come reagisci quando leggi di persone che credono alle storie più strampalate, arrivando a farsi truffare, online come nella vita reale?

Attivissimo: Sta benone, grazie, a giudicare dalla sua ennesima campagna di spam-elemosina. Fra l’altro, pare abbia trovato compagnia femminile, visto che lo stesso genere di appello arriva, sempre dalla città di Kaluga, anche a nome di una certa Elena. Sarà Valentin sotto mentite spoglie? Il freddo intenso (in realtà inesistente) di Kaluga ha avuto effetti drammatici sull’anatomia di Valentin? Prima o poi lo sapremo: grazie ad alcuni agguerritissimi lettori, sto coordinando un’incursione per andare a trovare il mitico Valentin.
La mia reazione alle notizie di truffe è molto variabile. Se una persona è stata truffata con un meccanismo di cui non poteva essere a conoscenza, allora mi dispiace e cerco di dare una mano nei limiti del possibile. Ma se il truffato ha abboccato a una trappola che avrebbe dovuto riconoscere sulla base del buon senso, o peggio ancora è finito nei guai sapendo di commettere un atto illegale (penso ai tanti che s’improvvisano ricettatori abboccando alla truffa alla nigeriana, o scam 419), allora non ho molta pietà.
Quello che mi fa veramente arrabbiare, però, è l’atteggiamento irresponsabile di chi dovrebbe fare cultura informatica. Non c’è praticamente nulla, in televisione o a scuola, che spieghi l’ABC della sicurezza in Rete o come evitare i raggiri e le molestie online. L’utente viene buttato in Internet senza preparazione, senza protezione, con programmi colmi di vulnerabilità che non dovrebbero neppure esistere e che l’utente non può immaginarsi. L’informatica attuale è l’equivalente di un televisore che può esplodere se lo sintonizzi sul canale sbagliato. Questo è semplicemente inaccettabile, ed è una situazione dovuta alla voglia di vendere computer e software a tutti i costi. L’utente ci resta fregato? Pazienza, tanto è l’utente che si sente in colpa, inadeguato. Non sa che quasi sempre è stato il mezzo tecnologico a tradirlo.

Michael Moore

Michael Moore

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Dario Fo

Dario Fo

W@H: Pensi che Beppe Grillo, con il suo blog che riporta informazioni a volte da te contraddette o comunque ridimensionate[2], o Michael Moore con i suoi film[3], facciano “disinformazione”? Perché anche personaggi noti (ad es. Dario Fo, proprio in riferimento alla vicenda dell’11/9) sposano certe tesi alternative[4]? Ritieni che sia solo per la suggestione di teorie comunque affascinanti o che si possa trattare magari di un espediente per “buttarla in politica”?

Attivissimo: Chiariamo subito una cosa: Beppe Grillo, Moore e tanti altri nomi di spicco del panorama mediatico non possono essere liquidati come disinformatori soltanto perché a volte pubblicano bufale o presentano informazioni distorte. Chi mangia pane fa mollica, si suol dire: l’errore è sempre in agguato.
Io parlerei di disinformazione, e la estenderei a tutti i media, comprese le testate più blasonate, quando all’errore non fa seguito la correzione pubblica e ben visibile, e quando ci s’incaponisce a difendere l’errore anche di fronte all’evidenza. Parlerei di disinformazione quando non si fa una verifica adeguata delle notizie, o peggio ancora quando si sa che la notizia non può essere autentica ma la si pubblica lo stesso perché fa comodo alle proprie tesi o ideologie.
Ma non sono preoccupato, perché qualsiasi pulpito oggi è soggetto a un controllo prima inimmaginabile da parte dei suoi lettori. Sono finiti i tempi in cui si ascoltava la predica del pastore e basta. Ora il gregge può rispondere, e ad armi pari.
Questo è il potere rivoluzionario di Internet: ogni utente può verificare se gli stanno contando frottole. Prima un giornale pubblicava una bufala e tutti ci credevano, perché la smentita non compariva mai. Ora l’utente ora ha voce in capitolo e può mettere alla gogna mediatica chi abusa della fiducia affidatagli.
Perché Dario Fo è stregato dal cospirazionismo undicisettembrino? Francamente me lo chiedo anch’io. Sospetto che ci sia sotto il classico processo psicologico che sta alla base delle bufale: me l’ha detto un amico di cui mi fido, quindi è vero. Ho visto primari di oncologia abboccare ad appelli-bufala per guarire bambini inesistenti dalla leucemia: non vedo perché un attore premio Nobel non possa inciampare, suo malgrado, in una falsa notizia datagli da un amico, che magari a sua volta ha avuto la notizia da un amico di cui si fida, e così via.
C’è un modo molto semplice per capire se le cose stanno così: la persona di buon senso, quando le si mostra che l’informazione datale è una bufala, chiede scusa per averla diffusa e si corregge. Dario Fo, in Zero, fa delle affermazioni palesemente sbagliate e tecnicamente indifendibili, arrivando a dileggiare i passeggeri morti al Pentagono. Ora, grazie anche al lavoro d’indagine di Undicisettembre (e, devo dire, anche di alcuni cospirazionisti) è possibile mostrargli che gli sono state affidate informazioni macroscopicamente sballate. Staremo a vedere quale sarà la sua reazione.

W@H: Più in generale, esiste la “controinformazione”?

Dan Rather

Dan Rather

Attivissimo: Non lo so. E’ un termine troppo carico di retaggi veteropolitici per i miei gusti. Esiste una nuova informazione, quella prodotta dal basso da tanti anziché dispensata dall’alto da pochi. Il sapere specialistico annidato in ciascuno di noi (siamo tutti esperti in qualche cosa, fosse anche l’ordine giusto delle puntate di Lost) ora ha uno sbocco prima impensabile. Sono cambiati gli equilibri, perlomeno nei paesi democratici, e dobbiamo ancora imparare a gestire questa nuova libertà d’espressione: ma i primi passi sono così incoraggianti (penso al fenomeno Wikipedia o alle tante iniziative promosse tramite i blog o addirittura a casi clamorosi come lo sbugiardamento fatto dai blogger dell’anchorman Dan Rather della CBS sulla faccenda delle presunte prove degli imbrogli nel curriculum militare di Bush) che tornare indietro sarebbe pura follia.
Credo che insieme si possa fare informazione migliore, non contro.

W@H: Tu hai sbugiardato, pubblicamente e in più occasioni, alcuni tra i maggiori giornali italiani, quotidiani e non, dimostrando come abbocchino molto facilmente alle voci più disparate o come trattino spesso in modo superficiale argomenti dei quali non hanno alcuna competenza. Ritieni che un’analisi sistematica e più accurata di questi mezzi d’informazione ci porterebbe a scoprire che “tutto quello che scrivono è falso”? Come possiamo continuare a fidarci dei media tradizionali dopo aver constatato, tramite i tuoi articoli, che “sbagliano” con una certa facilità, e che non smentiscono i loro errori con la stessa velocità e lo stesso clamore con cui pubblicano le loro “perle”?

Attivissimo: Come dicevo prima, non bisogna fare di tutt’erba un fascio. I media tradizionali sono mediamente affidabili. Però hanno perso per strada molta della deontologia e del mestiere che li deve contraddistinguere.
Credo che ci debbano essere due reazioni alla scoperta delle frequenti bufale dei media: una da parte degli stessi produttori di questi media, che devono rendersi conto di non poterla più far franca e che devono recuperare l’obiettività e la competenza indispensabilei per riconquistare la fiducia del lettore o telespettatore; l’altra da parte dei fruitori di questi media, che da utenti passivi devono farsi voce rumorosa per tenere sotto pressione i giornalisti e far capire loro che sono sempre, costantemente, inesorabilmente sotto osservazione, e che non si pretende che non sbaglino mai, ma che ammettano i propri errori. E magari, strada facendo, smettano di occuparsi di pettegolezzi e si dedichino a temi meno beceri. Lo so, fare il giornalista costa fatica; fare il pennivendolo è più facile e rende di più. Ma il mercato è cambiato, e lo spazio per i pennivendoli promette di contrarsi, per cui conviene adeguarsi alle nuove esigenze.

W@H: Allo stesso modo ci hai svelato che più di un format televisivo, trasmesso dal servizio pubblico o da reti private, preferisce alimentare certi misteri offrendo ricostruzioni parziali o viziate delle varie vicende, piuttosto che presentare un quadro di prove affidabili. Come possiamo mettere in guardia i nostri conoscenti dall’equazione “l’hanno detto in televisione, quindi è vero”? E come mai, secondo te, c’è così tanto interesse da parte del pubblico e dei mezzi di comunicazione per il mistero o i complotti?

Attivissimo: Il modo migliore per mettere in guardia, a mio avviso, è mostrare questi errori (come fa spesso anche Striscia la Notizia) il più possibile per sfatare il mito dell’infallibilità del mezzobusto ed abituare il mezzobusto stesso a non dire stupidaggini, perché verrà sbeffeggiato sistematicamente.
L’interesse per il complotto, il mistero, la leggenda metropolitana è perfettamente comprensibile: tutti amiamo un intrigo e una storia ben raccontata, specialmente quando rispecchia concisamente uno dei nostri preconcetti. Ma chi dice che non si possa raccontare la realtà con la stessa intensità ed efficacia con la quale vengono oggi raccontate le fandonie? Certo, si parte sicuramente svantaggiati, perché il complotto non ha quelle remore di rigore tecnico e d’indagine che vincolano chi vuole raccontare i fatti in modo corretto e competente. Ma si può, come dimostrano i grandi reportage d’inchiesta della BBC, per esempio, o alcune puntate di Report. Si può soprattutto se si ritorna a un modo di comunicare meno sensazionalista. Questo è un passo indispensabile, a mio avviso, perché un Superquark sembrerà sempre soporifero se tutto intorno risuonano le zuffe televisive e i reality (mai nome fu più fasullo).

W@H: E’ davvero Internet il canale di informazione del futuro? Nel tuo vissuto quotidiano che posto hanno i media tradizionali? Come giudichi il loro rapporto di amore/odio con la Rete, ad esempio il continuo ricorso a contenuti ivi pubblicati, che si contrappone alle puntuali, feroci critiche ogniqualvolta questo mezzo viene coinvolto in qualche modo in un fatto di cronaca (ad es., attentati preannunciati su YouTube)?

Diverse tipologie di iPod.

Diverse tipologie di iPod.

Attivissimo: Credo che Internet sia un canale nuovo, non un sostituto di quelli preesistenti. Una tecnologia nuova raramente soppianta completamente quella precedente: le automobili dilagano, però si va ancora a cavallo (non per lavoro, ma per diletto). I computer sono dappertutto, ma leggiamo ancora libri e giornali. Ci saranno alcuni canali che perderanno in popolarità: il primo (e mi spiace dirlo, visto che ci lavoro) sarà la radio musicale. Perché dovrei ascoltare le chiacchiere di un DJ megalomane e fare slalom fra le pubblicità, sperando che passi una canzone che mi piace, quando posso mettermi nell’iPod ottomila canzoni preferite?
Anche la televisione dovrà ripensarsi. Entro breve, l’idea stessa di “canale televisivo” o di “palinsesto” che obbliga le persone a vedere tutte lo stesso programma alla stessa ora, prendere o lasciare, sarà desueta quanto l’idea di scrivere con penna e calamaio. Una generazione abituata ai video di Youtube, disponibili a qualsiasi ora, troverà arcaico chiedersi cosa c’è alla TV stasera. Alla TV (collegata a Internet) c’è tutto quello che si vuole, quando si vuole. Sopravviveranno soltanto i programmi che coprono eventi in diretta: sport e telegiornali. Il resto migrerà verso Internet, man mano che la banda larga si diffonde.
Io ho ormai smesso di vedere la televisione tradizionale: tutto quello che vedo è registrato prima su un registratore digitale. Compro i film e i telefilm in DVD o li scarico da Internet (in Svizzera, entro certi limiti, è legale). Non leggo i giornali, ma seguo le notizie dai siti informativi generalisti e specializzati.
La reazione dei media tradizionali verso il nuovo arrivato è naturale e mi fa sorridere: mi ricorda tanto quella dei maniscalchi inglesi quando arrivarono le prime automobili e fu passata una norma che imponeva a una persona di correre davanti all’autovettura sventolando una bandiera per avvisare tutti dell’imminente pericolo. La storia insegna che la regola è una sola: adattarsi o perire. I giornalisti che sapranno adattarsi e integrare Internet nella loro comunicazione, sfruttandone le enormi potenzialità invece di vederle come il nemico da contrastare, avranno il futuro assicurato, anche se la sfida di trovare nuovi modelli di sostenibilità economica non sarà banale. Gli altri finiranno come i maniscalchi inglesi: retaggio di un modo di fare ormai inutile e inefficiente.

W@H: Ritieni di poter costituire un modello per giornalisti e/o blogger? Hai mai pensato di lanciare un “corso di formazione” rivolto a chiunque si occupi di informazione al giorno d’oggi?

Attivissimo: Per l’amor del cielo, no! Le regole che applico nel mio cantuccio digitale sono già scritte nelle norme di deontologia professionale che ogni giornalista sottoscrive (almeno formalmente). Basta guardarsi in giro, facendo per esempio un po’ di confronti fra il giornalismo nostrano e quello di stampo anglosassone, per capire cosa si deve fare.
Se posso dirla tutta, credo che la maggior parte dei giornalisti sappia di comportarsi in modo professionalmente scorretto, ma soprassieda perché così fan tutti e se non si fa così non si campa. Non c’è bisogno di scuole o corsi di formazione: una persona onesta sa già cosa deve fare o non fare. La separazione netta fra resoconto dei fatti e opinioni personali, la prudenza nel raccogliere informazioni da più fonti, il ricorso agli esperti di settore sono concetti evidenti per chi usa il buon senso.

Il rapporto con il mondo Wiki

W@H: Ci sembra di riscontrare un’affinità tra il tuo stile e quello “wikipediano”. Quando intendi dirimere una questione spinosa, infatti, cerchi di essere neutrale e di riportare fonti attendibili e verificabili, e lo fai anche con un occhio al copyright. Sembreresti il wikipediano ideale! Ma hai mai contribuito a Wikipedia, e se sì, in quali pagine?

Attivissimo: Grazie, lo considero un complimento! Sì, ho contribuito, ma finora mi sono limitato a piccoli ritocchi di ortografia o grammatica qua e là, soprattutto negli articoli in lingua inglese, che consulto molto spesso sulle materie più disparate per curiosità mia e per ragioni professionali.
Una delle ragioni per le quali mi sono trattenuto fin qui è che gli argomenti sui quali potrei intervenire sono di solito molto controversi e quindi ci sarebbe il rischio di scatenare vere e proprie wikiguerre di controediting selvaggio, soprattutto se mi presento con nome e cognome.

W@H: Questa è la voce biografica che ti riguarda: cosa ne pensi? E’ esatta, errata, scarna, completa…? Cosa pensi del fatto che come tutte le altre voci venga distribuita nei termini della GFDL?

Logo GNU

Logo GNU

Attivissimo: Trovo ancora surreale vedermi classificato nei “personaggi celebri di Internet”! I dati pubblicati sono corretti, e mi piacerebbe aggiungere qualche informazione in più, ma le regole di Wikipedia mi vietano d’intervenire sulla voce biografica che mi riguarda, giusto? Per cui aspetto che qualcun altro ritenga meritevole aggiungere qualche informazione in più, come la mia vicenda del rimborso per Windows o i libri digitali che sto scrivendo e quelli che ho già pubblicato.
La pubblicazione in GFDL va benissimo, nessun problema. E nella foto sembro persino fotogenico, non mi posso proprio lamentare!

W@H: Come giudichi un progetto in cui una persona possa scrivere liberamente su un argomento enciclopedico? Democratico, anarchico, o cos’altro? Quali sono secondo te le vere potenzialità di un progetto del genere e quali i punti deboli?

Attivissimo: Adorabile. Come potrebbe essere altrimenti? Io sono il tipo di persona che da ragazzino correggeva a biro i refusi dei libri, con orrore dei miei genitori che trovavano sacrilego contaminare un testo stampato: poterlo fare in un’enciclopedia è inebriante.
Credo che Wikipedia sia un esperimento sociale ancor prima di essere un’enciclopedia. Ci permette di capire se sono di più i vandali e contafrottole o le persone serie e competenti: semplificando, è un test per vedere se in assenza (o quasi) di controlli e vincoli imposti, prevale lo spirito costruttivo o quello distruttivo.
I punti deboli di Wikipedia sono nel contempo i suoi punti forti: la libertà di modifica da parte di chiunque permette a chi è esperto in una materia di contribuire con fatica davvero minima e con la gratificazione della pubblicazione immediata, ma la stessa libertà permette al vandalo di far danni. Non si può avere l’una senza inevitabilmente esporsi all’altra.

W@H: Linki spesso l’enciclopedia in italiano o in inglese indicandola come approfondimento degli argomenti di cui ti occupi. Lo fai perché ritieni che il progetto sia davvero affidabile (e che dunque contenga informazioni precise ed esaurienti), o perché pensi che su Wikipedia gli argomenti siano spesso trattati in modo semplice, lineare, insomma comprensibile ai più? Ci preferisci insomma per il contenuto o per la forma?

Attivissimo: Per il contenuto. La forma è indubbiamente scorrevole, ma uso Wikipedia principalmente perché gli articoli offrono una sintesi dell’argomento che m’interessa e forniscono link ad altre fonti. In questo senso, Wikipedia per me diventa una sorta di aggregatore: un modo per sapere quali sono le fonti da consultare su una determinata materia.
Mediamente Wikipedia è a mio parere affidabile, ma spesso sono costretto ad aggiungere alle citazioni di Wikipedia anche altre fonti, perché la natura controversa delle cose di cui mi occupo mi espone alla critica di usare fonti ritenute “deboli” proprio perché chiunque le può modificare.

W@H: Non hai mai pensato di utilizzare un software Wiki per il tuo sito, in modo che i tuoi lettori potessero autonomamente integrare le tue inchieste e/o aggiornarle, o addirittura che ti “imitassero” iniziando loro stessi qualche indagine?

Attivissimo: Ci ho pensato più volte, ma mi manca tragicamente il tempo di mettere in piedi il tutto, almeno per un esperimento; so già, però, che non potrei lasciare libertà completa di modifica, perché le mie indagini toccano temi che molti utenti rumorosi della Rete hanno a cuore e quindi finirei per passare troppo tempo a disfare le loro modifiche agli articoli. Trovo per ora più affidabile il metodo forse classico di ricevere gli aggiornamenti via mail dai lettori e poi inserirli man mano.

W@H: Ne approfittiamo per una richiesta: che ne dici di rilasciare le foto che pubblichi sul blog e su Flickr sotto una delle licenze libere ammesse nei progetti della Wikimedia Foundation?

Attivissimo: Ben volentieri! Le foto di Flickr sono già sotto (CC), e il blog segue una licenza che credo sia compatibile. Se così non fosse, parliamone!

W@H: Concludiamo con una curiosità, il tuo blog è pizzaware: ma hai mai ricevuto realmente della pizza o focaccia? 🙂

Focaccia

Focaccia

Attivissimo: Sì, certamente! Per fortuna, però, i donatori hanno seguito il mio consiglio di non spedirla per posta ma di portarmela di persona alle conferenze alle quali partecipo in giro per l’Italia e la Svizzera italiana (così oltretutto li posso anche ringraziare faccia a faccia). Ci sono foto memorabili di alcuni incontri pubblici genovesi nei quali trangugio dosi massiccie di squisita focaccia locale…
Molti mi chiedono se si diventa ricchi con un sito sostenuto dalle donazioni dei lettori. Dico subito di no, ma soltanto in termini monetari. Il piacere di vedere che qualcuno apprezza così tanto quello che scrivo da mandarmi una donazione (o portarmi un pezzo di focaccia) anche quando non ha alcun obbligo a farlo è la migliore spinta a proseguire su questa strada; un toccasana contro gli insulti e le polemiche dei complottisti di ogni genere. Di questo passo, però, su questa metaforica strada potrò proseguire rotolando!

W@H: Grazie per il tempo che ci hai dedicato, ma soprattutto per il tuo lavoro.

This text comes from Wikinews. Permission is granted to copy, distribute and/or modify this document under the terms of the GNU Free Documentation License, Version 1.2 or any later version published by the Free Software Foundation; with no Invariant Sections, no Front-Cover Texts, and no Back-Cover Texts. For a complete list of contributors for this article, visit the corresponding history entry on Wikinews.

Paolo Attivissimo: i miei \”2 cents\” su giornalismo, Wikipedia e progetti fratelli

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Elitre

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lunedì 11 febbraio 2008

Indice

Intervista, parte seconda

Paolo Attivissimo mostra un wikicalendario

Paolo Attivissimo mostra un wikicalendario

Eccoci alla seconda ed ultima parte della nostra chiacchierata con Paolo Attivissimo, che ci illustra il suo pensiero sull’informazione ai tempi della Rete e sui progetti della Wikimedia Foundation.

L’informazione tra servizio antibufala e giornalismo

W@H: Come ti è venuta in mente l’idea di creare un servizio antibufala[1]? Lo ritieni la parte più importante della tua attività? Per i lettori di lingua italiana, il tuo è ormai il sito di riferimento sulle leggende metropolitane: quando lo hai lanciato, ti aspettavi che lo sarebbe diventato?

Attivissimo: Tutto nacque dalla mia pigrizia – pardon, ricerca della massima efficienza. Nei miei primi libri e nella newsletter che scrivevo vari anni fa (troppi anni fa) avevo citato alcune bufale molto popolari, sperando di chiarirle una volta per tutte. Ma continuavano ad arrivarmi e-mail di lettori che chiedevano chiarimenti sulle medesime bufale già indagate. Ogni volta cercavo di rispondere con uno spiegone dettagliato, ma questo alla lunga mi portava a dedicare troppo tempo alla posta ed era piuttosto ripetitivo.
Così ebbi l’idea fatale di risolvere il problema pubblicando una paginetta Web con le medesime cinque o sei bufale e le relative spiegazioni, in modo da poter rispondere ai lettori “Vai qui che trovi tutto spiegato per bene”. Mal me ne incolse: infatti cominciarono ad arrivare ancora più mail, con richieste di indagare su altre bufale non presenti nella paginetta antibufala.
Iniziai a indagare su queste altre bufale, nella vana speranza di completare il repertorio, e scoprii che le bufale sono infinite: ne nascono nuove in continuazione e quelle vecchie mutano e si trasformano senza mai morire.
Morale della favola: dopo più di 110 indagini antibufala, il flusso di mail di richieste d’indagine non è calato per niente e non ho risparmiato neppure un secondo di tempo. In compenso ho imparato moltissimo sulla psicologia e la dinamica delle bufale e mi sono fatto molti amici e molti nemici.
Di per sé il Servizio Antibufala non è la mia attività primaria (nasco come informatico, per cui la comunicazione digitale è solo una piccola parte dei miei interessi), ma visto che si tratta di un servizio che soddisfa un’esigenza molto sentita, mi ci dedico volentieri. Oltretutto sono curioso di natura, per cui sapere cosa c’è dietro una storia strana m’intriga sempre. L’unico rammarico che ho è che tutte queste indagini, con il loro esito quasi sempre bufalino, mi hanno reso molto cinico sull’affidabilità dell’informazione e di chi opera professionalmente nell’informazione. Ho colto troppe volte i colleghi giornalisti a pubblicare bufale che avrebbero potuto evitare con un briciolo di buon senso in più e un po’ di voglia di scoop in meno.
Non mi aspettavo affatto questo successo: ammesso che di successo si possa parlare, perché le bufale continuano a prosperare come prima. Credo ci vorranno anni, e un’intera generazione d’internauti, per abituare l’utente di Internet a non usare come riflesso condizionato il pulsante “Inoltra a tutti”.

W@H: Come sta Valentin? 🙂 Come reagisci quando leggi di persone che credono alle storie più strampalate, arrivando a farsi truffare, online come nella vita reale?

Attivissimo: Sta benone, grazie, a giudicare dalla sua ennesima campagna di spam-elemosina. Fra l’altro, pare abbia trovato compagnia femminile, visto che lo stesso genere di appello arriva, sempre dalla città di Kaluga, anche a nome di una certa Elena. Sarà Valentin sotto mentite spoglie? Il freddo intenso (in realtà inesistente) di Kaluga ha avuto effetti drammatici sull’anatomia di Valentin? Prima o poi lo sapremo: grazie ad alcuni agguerritissimi lettori, sto coordinando un’incursione per andare a trovare il mitico Valentin.
La mia reazione alle notizie di truffe è molto variabile. Se una persona è stata truffata con un meccanismo di cui non poteva essere a conoscenza, allora mi dispiace e cerco di dare una mano nei limiti del possibile. Ma se il truffato ha abboccato a una trappola che avrebbe dovuto riconoscere sulla base del buon senso, o peggio ancora è finito nei guai sapendo di commettere un atto illegale (penso ai tanti che s’improvvisano ricettatori abboccando alla truffa alla nigeriana, o scam 419), allora non ho molta pietà.
Quello che mi fa veramente arrabbiare, però, è l’atteggiamento irresponsabile di chi dovrebbe fare cultura informatica. Non c’è praticamente nulla, in televisione o a scuola, che spieghi l’ABC della sicurezza in Rete o come evitare i raggiri e le molestie online. L’utente viene buttato in Internet senza preparazione, senza protezione, con programmi colmi di vulnerabilità che non dovrebbero neppure esistere e che l’utente non può immaginarsi. L’informatica attuale è l’equivalente di un televisore che può esplodere se lo sintonizzi sul canale sbagliato. Questo è semplicemente inaccettabile, ed è una situazione dovuta alla voglia di vendere computer e software a tutti i costi. L’utente ci resta fregato? Pazienza, tanto è l’utente che si sente in colpa, inadeguato. Non sa che quasi sempre è stato il mezzo tecnologico a tradirlo.

Michael Moore

Michael Moore

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Dario Fo

Dario Fo

W@H: Pensi che Beppe Grillo, con il suo blog che riporta informazioni a volte da te contraddette o comunque ridimensionate[2], o Michael Moore con i suoi film[3], facciano “disinformazione”? Perché anche personaggi noti (ad es. Dario Fo, proprio in riferimento alla vicenda dell’11/9) sposano certe tesi alternative[4]? Ritieni che sia solo per la suggestione di teorie comunque affascinanti o che si possa trattare magari di un espediente per “buttarla in politica”?

Attivissimo: Chiariamo subito una cosa: Beppe Grillo, Moore e tanti altri nomi di spicco del panorama mediatico non possono essere liquidati come disinformatori soltanto perché a volte pubblicano bufale o presentano informazioni distorte. Chi mangia pane fa mollica, si suol dire: l’errore è sempre in agguato.
Io parlerei di disinformazione, e la estenderei a tutti i media, comprese le testate più blasonate, quando all’errore non fa seguito la correzione pubblica e ben visibile, e quando ci s’incaponisce a difendere l’errore anche di fronte all’evidenza. Parlerei di disinformazione quando non si fa una verifica adeguata delle notizie, o peggio ancora quando si sa che la notizia non può essere autentica ma la si pubblica lo stesso perché fa comodo alle proprie tesi o ideologie.
Ma non sono preoccupato, perché qualsiasi pulpito oggi è soggetto a un controllo prima inimmaginabile da parte dei suoi lettori. Sono finiti i tempi in cui si ascoltava la predica del pastore e basta. Ora il gregge può rispondere, e ad armi pari.
Questo è il potere rivoluzionario di Internet: ogni utente può verificare se gli stanno contando frottole. Prima un giornale pubblicava una bufala e tutti ci credevano, perché la smentita non compariva mai. Ora l’utente ora ha voce in capitolo e può mettere alla gogna mediatica chi abusa della fiducia affidatagli.
Perché Dario Fo è stregato dal cospirazionismo undicisettembrino? Francamente me lo chiedo anch’io. Sospetto che ci sia sotto il classico processo psicologico che sta alla base delle bufale: me l’ha detto un amico di cui mi fido, quindi è vero. Ho visto primari di oncologia abboccare ad appelli-bufala per guarire bambini inesistenti dalla leucemia: non vedo perché un attore premio Nobel non possa inciampare, suo malgrado, in una falsa notizia datagli da un amico, che magari a sua volta ha avuto la notizia da un amico di cui si fida, e così via.
C’è un modo molto semplice per capire se le cose stanno così: la persona di buon senso, quando le si mostra che l’informazione datale è una bufala, chiede scusa per averla diffusa e si corregge. Dario Fo, in Zero, fa delle affermazioni palesemente sbagliate e tecnicamente indifendibili, arrivando a dileggiare i passeggeri morti al Pentagono. Ora, grazie anche al lavoro d’indagine di Undicisettembre (e, devo dire, anche di alcuni cospirazionisti) è possibile mostrargli che gli sono state affidate informazioni macroscopicamente sballate. Staremo a vedere quale sarà la sua reazione.

W@H: Più in generale, esiste la “controinformazione”?

Dan Rather

Dan Rather

Attivissimo: Non lo so. E’ un termine troppo carico di retaggi veteropolitici per i miei gusti. Esiste una nuova informazione, quella prodotta dal basso da tanti anziché dispensata dall’alto da pochi. Il sapere specialistico annidato in ciascuno di noi (siamo tutti esperti in qualche cosa, fosse anche l’ordine giusto delle puntate di Lost) ora ha uno sbocco prima impensabile. Sono cambiati gli equilibri, perlomeno nei paesi democratici, e dobbiamo ancora imparare a gestire questa nuova libertà d’espressione: ma i primi passi sono così incoraggianti (penso al fenomeno Wikipedia o alle tante iniziative promosse tramite i blog o addirittura a casi clamorosi come lo sbugiardamento fatto dai blogger dell’anchorman Dan Rather della CBS sulla faccenda delle presunte prove degli imbrogli nel curriculum militare di Bush) che tornare indietro sarebbe pura follia.
Credo che insieme si possa fare informazione migliore, non contro.

W@H: Tu hai sbugiardato, pubblicamente e in più occasioni, alcuni tra i maggiori giornali italiani, quotidiani e non, dimostrando come abbocchino molto facilmente alle voci più disparate o come trattino spesso in modo superficiale argomenti dei quali non hanno alcuna competenza. Ritieni che un’analisi sistematica e più accurata di questi mezzi d’informazione ci porterebbe a scoprire che “tutto quello che scrivono è falso”? Come possiamo continuare a fidarci dei media tradizionali dopo aver constatato, tramite i tuoi articoli, che “sbagliano” con una certa facilità, e che non smentiscono i loro errori con la stessa velocità e lo stesso clamore con cui pubblicano le loro “perle”?

Attivissimo: Come dicevo prima, non bisogna fare di tutt’erba un fascio. I media tradizionali sono mediamente affidabili. Però hanno perso per strada molta della deontologia e del mestiere che li deve contraddistinguere.
Credo che ci debbano essere due reazioni alla scoperta delle frequenti bufale dei media: una da parte degli stessi produttori di questi media, che devono rendersi conto di non poterla più far franca e che devono recuperare l’obiettività e la competenza indispensabilei per riconquistare la fiducia del lettore o telespettatore; l’altra da parte dei fruitori di questi media, che da utenti passivi devono farsi voce rumorosa per tenere sotto pressione i giornalisti e far capire loro che sono sempre, costantemente, inesorabilmente sotto osservazione, e che non si pretende che non sbaglino mai, ma che ammettano i propri errori. E magari, strada facendo, smettano di occuparsi di pettegolezzi e si dedichino a temi meno beceri. Lo so, fare il giornalista costa fatica; fare il pennivendolo è più facile e rende di più. Ma il mercato è cambiato, e lo spazio per i pennivendoli promette di contrarsi, per cui conviene adeguarsi alle nuove esigenze.

W@H: Allo stesso modo ci hai svelato che più di un format televisivo, trasmesso dal servizio pubblico o da reti private, preferisce alimentare certi misteri offrendo ricostruzioni parziali o viziate delle varie vicende, piuttosto che presentare un quadro di prove affidabili. Come possiamo mettere in guardia i nostri conoscenti dall’equazione “l’hanno detto in televisione, quindi è vero”? E come mai, secondo te, c’è così tanto interesse da parte del pubblico e dei mezzi di comunicazione per il mistero o i complotti?

Attivissimo: Il modo migliore per mettere in guardia, a mio avviso, è mostrare questi errori (come fa spesso anche Striscia la Notizia) il più possibile per sfatare il mito dell’infallibilità del mezzobusto ed abituare il mezzobusto stesso a non dire stupidaggini, perché verrà sbeffeggiato sistematicamente.
L’interesse per il complotto, il mistero, la leggenda metropolitana è perfettamente comprensibile: tutti amiamo un intrigo e una storia ben raccontata, specialmente quando rispecchia concisamente uno dei nostri preconcetti. Ma chi dice che non si possa raccontare la realtà con la stessa intensità ed efficacia con la quale vengono oggi raccontate le fandonie? Certo, si parte sicuramente svantaggiati, perché il complotto non ha quelle remore di rigore tecnico e d’indagine che vincolano chi vuole raccontare i fatti in modo corretto e competente. Ma si può, come dimostrano i grandi reportage d’inchiesta della BBC, per esempio, o alcune puntate di Report. Si può soprattutto se si ritorna a un modo di comunicare meno sensazionalista. Questo è un passo indispensabile, a mio avviso, perché un Superquark sembrerà sempre soporifero se tutto intorno risuonano le zuffe televisive e i reality (mai nome fu più fasullo).

W@H: E’ davvero Internet il canale di informazione del futuro? Nel tuo vissuto quotidiano che posto hanno i media tradizionali? Come giudichi il loro rapporto di amore/odio con la Rete, ad esempio il continuo ricorso a contenuti ivi pubblicati, che si contrappone alle puntuali, feroci critiche ogniqualvolta questo mezzo viene coinvolto in qualche modo in un fatto di cronaca (ad es., attentati preannunciati su YouTube)?

Diverse tipologie di iPod.

Diverse tipologie di iPod.

Attivissimo: Credo che Internet sia un canale nuovo, non un sostituto di quelli preesistenti. Una tecnologia nuova raramente soppianta completamente quella precedente: le automobili dilagano, però si va ancora a cavallo (non per lavoro, ma per diletto). I computer sono dappertutto, ma leggiamo ancora libri e giornali. Ci saranno alcuni canali che perderanno in popolarità: il primo (e mi spiace dirlo, visto che ci lavoro) sarà la radio musicale. Perché dovrei ascoltare le chiacchiere di un DJ megalomane e fare slalom fra le pubblicità, sperando che passi una canzone che mi piace, quando posso mettermi nell’iPod ottomila canzoni preferite?
Anche la televisione dovrà ripensarsi. Entro breve, l’idea stessa di “canale televisivo” o di “palinsesto” che obbliga le persone a vedere tutte lo stesso programma alla stessa ora, prendere o lasciare, sarà desueta quanto l’idea di scrivere con penna e calamaio. Una generazione abituata ai video di Youtube, disponibili a qualsiasi ora, troverà arcaico chiedersi cosa c’è alla TV stasera. Alla TV (collegata a Internet) c’è tutto quello che si vuole, quando si vuole. Sopravviveranno soltanto i programmi che coprono eventi in diretta: sport e telegiornali. Il resto migrerà verso Internet, man mano che la banda larga si diffonde.
Io ho ormai smesso di vedere la televisione tradizionale: tutto quello che vedo è registrato prima su un registratore digitale. Compro i film e i telefilm in DVD o li scarico da Internet (in Svizzera, entro certi limiti, è legale). Non leggo i giornali, ma seguo le notizie dai siti informativi generalisti e specializzati.
La reazione dei media tradizionali verso il nuovo arrivato è naturale e mi fa sorridere: mi ricorda tanto quella dei maniscalchi inglesi quando arrivarono le prime automobili e fu passata una norma che imponeva a una persona di correre davanti all’autovettura sventolando una bandiera per avvisare tutti dell’imminente pericolo. La storia insegna che la regola è una sola: adattarsi o perire. I giornalisti che sapranno adattarsi e integrare Internet nella loro comunicazione, sfruttandone le enormi potenzialità invece di vederle come il nemico da contrastare, avranno il futuro assicurato, anche se la sfida di trovare nuovi modelli di sostenibilità economica non sarà banale. Gli altri finiranno come i maniscalchi inglesi: retaggio di un modo di fare ormai inutile e inefficiente.

W@H: Ritieni di poter costituire un modello per giornalisti e/o blogger? Hai mai pensato di lanciare un “corso di formazione” rivolto a chiunque si occupi di informazione al giorno d’oggi?

Attivissimo: Per l’amor del cielo, no! Le regole che applico nel mio cantuccio digitale sono già scritte nelle norme di deontologia professionale che ogni giornalista sottoscrive (almeno formalmente). Basta guardarsi in giro, facendo per esempio un po’ di confronti fra il giornalismo nostrano e quello di stampo anglosassone, per capire cosa si deve fare.
Se posso dirla tutta, credo che la maggior parte dei giornalisti sappia di comportarsi in modo professionalmente scorretto, ma soprassieda perché così fan tutti e se non si fa così non si campa. Non c’è bisogno di scuole o corsi di formazione: una persona onesta sa già cosa deve fare o non fare. La separazione netta fra resoconto dei fatti e opinioni personali, la prudenza nel raccogliere informazioni da più fonti, il ricorso agli esperti di settore sono concetti evidenti per chi usa il buon senso.

Il rapporto con il mondo Wiki

W@H: Ci sembra di riscontrare un’affinità tra il tuo stile e quello “wikipediano”. Quando intendi dirimere una questione spinosa, infatti, cerchi di essere neutrale e di riportare fonti attendibili e verificabili, e lo fai anche con un occhio al copyright. Sembreresti il wikipediano ideale! Ma hai mai contribuito a Wikipedia, e se sì, in quali pagine?

Attivissimo: Grazie, lo considero un complimento! Sì, ho contribuito, ma finora mi sono limitato a piccoli ritocchi di ortografia o grammatica qua e là, soprattutto negli articoli in lingua inglese, che consulto molto spesso sulle materie più disparate per curiosità mia e per ragioni professionali.
Una delle ragioni per le quali mi sono trattenuto fin qui è che gli argomenti sui quali potrei intervenire sono di solito molto controversi e quindi ci sarebbe il rischio di scatenare vere e proprie wikiguerre di controediting selvaggio, soprattutto se mi presento con nome e cognome.

W@H: Questa è la voce biografica che ti riguarda: cosa ne pensi? E’ esatta, errata, scarna, completa…? Cosa pensi del fatto che come tutte le altre voci venga distribuita nei termini della GFDL?

Logo GNU

Logo GNU

Attivissimo: Trovo ancora surreale vedermi classificato nei “personaggi celebri di Internet”! I dati pubblicati sono corretti, e mi piacerebbe aggiungere qualche informazione in più, ma le regole di Wikipedia mi vietano d’intervenire sulla voce biografica che mi riguarda, giusto? Per cui aspetto che qualcun altro ritenga meritevole aggiungere qualche informazione in più, come la mia vicenda del rimborso per Windows o i libri digitali che sto scrivendo e quelli che ho già pubblicato.
La pubblicazione in GFDL va benissimo, nessun problema. E nella foto sembro persino fotogenico, non mi posso proprio lamentare!

W@H: Come giudichi un progetto in cui una persona possa scrivere liberamente su un argomento enciclopedico? Democratico, anarchico, o cos’altro? Quali sono secondo te le vere potenzialità di un progetto del genere e quali i punti deboli?

Attivissimo: Adorabile. Come potrebbe essere altrimenti? Io sono il tipo di persona che da ragazzino correggeva a biro i refusi dei libri, con orrore dei miei genitori che trovavano sacrilego contaminare un testo stampato: poterlo fare in un’enciclopedia è inebriante.
Credo che Wikipedia sia un esperimento sociale ancor prima di essere un’enciclopedia. Ci permette di capire se sono di più i vandali e contafrottole o le persone serie e competenti: semplificando, è un test per vedere se in assenza (o quasi) di controlli e vincoli imposti, prevale lo spirito costruttivo o quello distruttivo.
I punti deboli di Wikipedia sono nel contempo i suoi punti forti: la libertà di modifica da parte di chiunque permette a chi è esperto in una materia di contribuire con fatica davvero minima e con la gratificazione della pubblicazione immediata, ma la stessa libertà permette al vandalo di far danni. Non si può avere l’una senza inevitabilmente esporsi all’altra.

W@H: Linki spesso l’enciclopedia in italiano o in inglese indicandola come approfondimento degli argomenti di cui ti occupi. Lo fai perché ritieni che il progetto sia davvero affidabile (e che dunque contenga informazioni precise ed esaurienti), o perché pensi che su Wikipedia gli argomenti siano spesso trattati in modo semplice, lineare, insomma comprensibile ai più? Ci preferisci insomma per il contenuto o per la forma?

Attivissimo: Per il contenuto. La forma è indubbiamente scorrevole, ma uso Wikipedia principalmente perché gli articoli offrono una sintesi dell’argomento che m’interessa e forniscono link ad altre fonti. In questo senso, Wikipedia per me diventa una sorta di aggregatore: un modo per sapere quali sono le fonti da consultare su una determinata materia.
Mediamente Wikipedia è a mio parere affidabile, ma spesso sono costretto ad aggiungere alle citazioni di Wikipedia anche altre fonti, perché la natura controversa delle cose di cui mi occupo mi espone alla critica di usare fonti ritenute “deboli” proprio perché chiunque le può modificare.

W@H: Non hai mai pensato di utilizzare un software Wiki per il tuo sito, in modo che i tuoi lettori potessero autonomamente integrare le tue inchieste e/o aggiornarle, o addirittura che ti “imitassero” iniziando loro stessi qualche indagine?

Attivissimo: Ci ho pensato più volte, ma mi manca tragicamente il tempo di mettere in piedi il tutto, almeno per un esperimento; so già, però, che non potrei lasciare libertà completa di modifica, perché le mie indagini toccano temi che molti utenti rumorosi della Rete hanno a cuore e quindi finirei per passare troppo tempo a disfare le loro modifiche agli articoli. Trovo per ora più affidabile il metodo forse classico di ricevere gli aggiornamenti via mail dai lettori e poi inserirli man mano.

W@H: Ne approfittiamo per una richiesta: che ne dici di rilasciare le foto che pubblichi sul blog e su Flickr sotto una delle licenze libere ammesse nei progetti della Wikimedia Foundation?

Attivissimo: Ben volentieri! Le foto di Flickr sono già sotto (CC), e il blog segue una licenza che credo sia compatibile. Se così non fosse, parliamone!

W@H: Concludiamo con una curiosità, il tuo blog è pizzaware: ma hai mai ricevuto realmente della pizza o focaccia? 🙂

Focaccia

Focaccia

Attivissimo: Sì, certamente! Per fortuna, però, i donatori hanno seguito il mio consiglio di non spedirla per posta ma di portarmela di persona alle conferenze alle quali partecipo in giro per l’Italia e la Svizzera italiana (così oltretutto li posso anche ringraziare faccia a faccia). Ci sono foto memorabili di alcuni incontri pubblici genovesi nei quali trangugio dosi massiccie di squisita focaccia locale…
Molti mi chiedono se si diventa ricchi con un sito sostenuto dalle donazioni dei lettori. Dico subito di no, ma soltanto in termini monetari. Il piacere di vedere che qualcuno apprezza così tanto quello che scrivo da mandarmi una donazione (o portarmi un pezzo di focaccia) anche quando non ha alcun obbligo a farlo è la migliore spinta a proseguire su questa strada; un toccasana contro gli insulti e le polemiche dei complottisti di ogni genere. Di questo passo, però, su questa metaforica strada potrò proseguire rotolando!

W@H: Grazie per il tempo che ci hai dedicato, ma soprattutto per il tuo lavoro.

This text comes from Wikinews. Permission is granted to copy, distribute and/or modify this document under the terms of the GNU Free Documentation License, Version 1.2 or any later version published by the Free Software Foundation; with no Invariant Sections, no Front-Cover Texts, and no Back-Cover Texts. For a complete list of contributors for this article, visit the corresponding history entry on Wikinews.

Paolo Attivissimo: i miei \”2 cents\” su giornalismo, Wikipedia e progetti fratelli

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lunedì 11 febbraio 2008

Intervista, parte seconda

Paolo Attivissimo mostra un wikicalendario

Eccoci alla seconda ed ultima parte della nostra chiacchierata con Paolo Attivissimo, che ci illustra il suo pensiero sull’informazione ai tempi della Rete e sui progetti della Wikimedia Foundation.

L’informazione tra servizio antibufala e giornalismo

W@H: Come ti è venuta in mente l’idea di creare un servizio antibufala[1]? Lo ritieni la parte più importante della tua attività? Per i lettori di lingua italiana, il tuo è ormai il sito di riferimento sulle leggende metropolitane: quando lo hai lanciato, ti aspettavi che lo sarebbe diventato?

Attivissimo: Tutto nacque dalla mia pigrizia – pardon, ricerca della massima efficienza. Nei miei primi libri e nella newsletter che scrivevo vari anni fa (troppi anni fa) avevo citato alcune bufale molto popolari, sperando di chiarirle una volta per tutte. Ma continuavano ad arrivarmi e-mail di lettori che chiedevano chiarimenti sulle medesime bufale già indagate. Ogni volta cercavo di rispondere con uno spiegone dettagliato, ma questo alla lunga mi portava a dedicare troppo tempo alla posta ed era piuttosto ripetitivo.
Così ebbi l’idea fatale di risolvere il problema pubblicando una paginetta Web con le medesime cinque o sei bufale e le relative spiegazioni, in modo da poter rispondere ai lettori “Vai qui che trovi tutto spiegato per bene”. Mal me ne incolse: infatti cominciarono ad arrivare ancora più mail, con richieste di indagare su altre bufale non presenti nella paginetta antibufala.
Iniziai a indagare su queste altre bufale, nella vana speranza di completare il repertorio, e scoprii che le bufale sono infinite: ne nascono nuove in continuazione e quelle vecchie mutano e si trasformano senza mai morire.
Morale della favola: dopo più di 110 indagini antibufala, il flusso di mail di richieste d’indagine non è calato per niente e non ho risparmiato neppure un secondo di tempo. In compenso ho imparato moltissimo sulla psicologia e la dinamica delle bufale e mi sono fatto molti amici e molti nemici.
Di per sé il Servizio Antibufala non è la mia attività primaria (nasco come informatico, per cui la comunicazione digitale è solo una piccola parte dei miei interessi), ma visto che si tratta di un servizio che soddisfa un’esigenza molto sentita, mi ci dedico volentieri. Oltretutto sono curioso di natura, per cui sapere cosa c’è dietro una storia strana m’intriga sempre. L’unico rammarico che ho è che tutte queste indagini, con il loro esito quasi sempre bufalino, mi hanno reso molto cinico sull’affidabilità dell’informazione e di chi opera professionalmente nell’informazione. Ho colto troppe volte i colleghi giornalisti a pubblicare bufale che avrebbero potuto evitare con un briciolo di buon senso in più e un po’ di voglia di scoop in meno.
Non mi aspettavo affatto questo successo: ammesso che di successo si possa parlare, perché le bufale continuano a prosperare come prima. Credo ci vorranno anni, e un’intera generazione d’internauti, per abituare l’utente di Internet a non usare come riflesso condizionato il pulsante “Inoltra a tutti”.

W@H: Come sta Valentin? 🙂 Come reagisci quando leggi di persone che credono alle storie più strampalate, arrivando a farsi truffare, online come nella vita reale?

Attivissimo: Sta benone, grazie, a giudicare dalla sua ennesima campagna di spam-elemosina. Fra l’altro, pare abbia trovato compagnia femminile, visto che lo stesso genere di appello arriva, sempre dalla città di Kaluga, anche a nome di una certa Elena. Sarà Valentin sotto mentite spoglie? Il freddo intenso (in realtà inesistente) di Kaluga ha avuto effetti drammatici sull’anatomia di Valentin? Prima o poi lo sapremo: grazie ad alcuni agguerritissimi lettori, sto coordinando un’incursione per andare a trovare il mitico Valentin.
La mia reazione alle notizie di truffe è molto variabile. Se una persona è stata truffata con un meccanismo di cui non poteva essere a conoscenza, allora mi dispiace e cerco di dare una mano nei limiti del possibile. Ma se il truffato ha abboccato a una trappola che avrebbe dovuto riconoscere sulla base del buon senso, o peggio ancora è finito nei guai sapendo di commettere un atto illegale (penso ai tanti che s’improvvisano ricettatori abboccando alla truffa alla nigeriana, o scam 419), allora non ho molta pietà.
Quello che mi fa veramente arrabbiare, però, è l’atteggiamento irresponsabile di chi dovrebbe fare cultura informatica. Non c’è praticamente nulla, in televisione o a scuola, che spieghi l’ABC della sicurezza in Rete o come evitare i raggiri e le molestie online. L’utente viene buttato in Internet senza preparazione, senza protezione, con programmi colmi di vulnerabilità che non dovrebbero neppure esistere e che l’utente non può immaginarsi. L’informatica attuale è l’equivalente di un televisore che può esplodere se lo sintonizzi sul canale sbagliato. Questo è semplicemente inaccettabile, ed è una situazione dovuta alla voglia di vendere computer e software a tutti i costi. L’utente ci resta fregato? Pazienza, tanto è l’utente che si sente in colpa, inadeguato. Non sa che quasi sempre è stato il mezzo tecnologico a tradirlo.

Michael Moore

Beppe Grillo

Dario Fo

W@H: Pensi che Beppe Grillo, con il suo blog che riporta informazioni a volte da te contraddette o comunque ridimensionate[2], o Michael Moore con i suoi film[3], facciano “disinformazione”? Perché anche personaggi noti (ad es. Dario Fo, proprio in riferimento alla vicenda dell’11/9) sposano certe tesi alternative[4]? Ritieni che sia solo per la suggestione di teorie comunque affascinanti o che si possa trattare magari di un espediente per “buttarla in politica”?

Attivissimo: Chiariamo subito una cosa: Beppe Grillo, Moore e tanti altri nomi di spicco del panorama mediatico non possono essere liquidati come disinformatori soltanto perché a volte pubblicano bufale o presentano informazioni distorte. Chi mangia pane fa mollica, si suol dire: l’errore è sempre in agguato.
Io parlerei di disinformazione, e la estenderei a tutti i media, comprese le testate più blasonate, quando all’errore non fa seguito la correzione pubblica e ben visibile, e quando ci s’incaponisce a difendere l’errore anche di fronte all’evidenza. Parlerei di disinformazione quando non si fa una verifica adeguata delle notizie, o peggio ancora quando si sa che la notizia non può essere autentica ma la si pubblica lo stesso perché fa comodo alle proprie tesi o ideologie.
Ma non sono preoccupato, perché qualsiasi pulpito oggi è soggetto a un controllo prima inimmaginabile da parte dei suoi lettori. Sono finiti i tempi in cui si ascoltava la predica del pastore e basta. Ora il gregge può rispondere, e ad armi pari.
Questo è il potere rivoluzionario di Internet: ogni utente può verificare se gli stanno contando frottole. Prima un giornale pubblicava una bufala e tutti ci credevano, perché la smentita non compariva mai. Ora l’utente ora ha voce in capitolo e può mettere alla gogna mediatica chi abusa della fiducia affidatagli.
Perché Dario Fo è stregato dal cospirazionismo undicisettembrino? Francamente me lo chiedo anch’io. Sospetto che ci sia sotto il classico processo psicologico che sta alla base delle bufale: me l’ha detto un amico di cui mi fido, quindi è vero. Ho visto primari di oncologia abboccare ad appelli-bufala per guarire bambini inesistenti dalla leucemia: non vedo perché un attore premio Nobel non possa inciampare, suo malgrado, in una falsa notizia datagli da un amico, che magari a sua volta ha avuto la notizia da un amico di cui si fida, e così via.
C’è un modo molto semplice per capire se le cose stanno così: la persona di buon senso, quando le si mostra che l’informazione datale è una bufala, chiede scusa per averla diffusa e si corregge. Dario Fo, in Zero, fa delle affermazioni palesemente sbagliate e tecnicamente indifendibili, arrivando a dileggiare i passeggeri morti al Pentagono. Ora, grazie anche al lavoro d’indagine di Undicisettembre (e, devo dire, anche di alcuni cospirazionisti) è possibile mostrargli che gli sono state affidate informazioni macroscopicamente sballate. Staremo a vedere quale sarà la sua reazione.

W@H: Più in generale, esiste la “controinformazione”?

Dan Rather

Attivissimo: Non lo so. E’ un termine troppo carico di retaggi veteropolitici per i miei gusti. Esiste una nuova informazione, quella prodotta dal basso da tanti anziché dispensata dall’alto da pochi. Il sapere specialistico annidato in ciascuno di noi (siamo tutti esperti in qualche cosa, fosse anche l’ordine giusto delle puntate di Lost) ora ha uno sbocco prima impensabile. Sono cambiati gli equilibri, perlomeno nei paesi democratici, e dobbiamo ancora imparare a gestire questa nuova libertà d’espressione: ma i primi passi sono così incoraggianti (penso al fenomeno Wikipedia o alle tante iniziative promosse tramite i blog o addirittura a casi clamorosi come lo sbugiardamento fatto dai blogger dell’anchorman Dan Rather della CBS sulla faccenda delle presunte prove degli imbrogli nel curriculum militare di Bush) che tornare indietro sarebbe pura follia.
Credo che insieme si possa fare informazione migliore, non contro.

W@H: Tu hai sbugiardato, pubblicamente e in più occasioni, alcuni tra i maggiori giornali italiani, quotidiani e non, dimostrando come abbocchino molto facilmente alle voci più disparate o come trattino spesso in modo superficiale argomenti dei quali non hanno alcuna competenza. Ritieni che un’analisi sistematica e più accurata di questi mezzi d’informazione ci porterebbe a scoprire che “tutto quello che scrivono è falso”? Come possiamo continuare a fidarci dei media tradizionali dopo aver constatato, tramite i tuoi articoli, che “sbagliano” con una certa facilità, e che non smentiscono i loro errori con la stessa velocità e lo stesso clamore con cui pubblicano le loro “perle”?

Attivissimo: Come dicevo prima, non bisogna fare di tutt’erba un fascio. I media tradizionali sono mediamente affidabili. Però hanno perso per strada molta della deontologia e del mestiere che li deve contraddistinguere.
Credo che ci debbano essere due reazioni alla scoperta delle frequenti bufale dei media: una da parte degli stessi produttori di questi media, che devono rendersi conto di non poterla più far franca e che devono recuperare l’obiettività e la competenza indispensabilei per riconquistare la fiducia del lettore o telespettatore; l’altra da parte dei fruitori di questi media, che da utenti passivi devono farsi voce rumorosa per tenere sotto pressione i giornalisti e far capire loro che sono sempre, costantemente, inesorabilmente sotto osservazione, e che non si pretende che non sbaglino mai, ma che ammettano i propri errori. E magari, strada facendo, smettano di occuparsi di pettegolezzi e si dedichino a temi meno beceri. Lo so, fare il giornalista costa fatica; fare il pennivendolo è più facile e rende di più. Ma il mercato è cambiato, e lo spazio per i pennivendoli promette di contrarsi, per cui conviene adeguarsi alle nuove esigenze.

W@H: Allo stesso modo ci hai svelato che più di un format televisivo, trasmesso dal servizio pubblico o da reti private, preferisce alimentare certi misteri offrendo ricostruzioni parziali o viziate delle varie vicende, piuttosto che presentare un quadro di prove affidabili. Come possiamo mettere in guardia i nostri conoscenti dall’equazione “l’hanno detto in televisione, quindi è vero”? E come mai, secondo te, c’è così tanto interesse da parte del pubblico e dei mezzi di comunicazione per il mistero o i complotti?

Attivissimo: Il modo migliore per mettere in guardia, a mio avviso, è mostrare questi errori (come fa spesso anche Striscia la Notizia) il più possibile per sfatare il mito dell’infallibilità del mezzobusto ed abituare il mezzobusto stesso a non dire stupidaggini, perché verrà sbeffeggiato sistematicamente.
L’interesse per il complotto, il mistero, la leggenda metropolitana è perfettamente comprensibile: tutti amiamo un intrigo e una storia ben raccontata, specialmente quando rispecchia concisamente uno dei nostri preconcetti. Ma chi dice che non si possa raccontare la realtà con la stessa intensità ed efficacia con la quale vengono oggi raccontate le fandonie? Certo, si parte sicuramente svantaggiati, perché il complotto non ha quelle remore di rigore tecnico e d’indagine che vincolano chi vuole raccontare i fatti in modo corretto e competente. Ma si può, come dimostrano i grandi reportage d’inchiesta della BBC, per esempio, o alcune puntate di Report. Si può soprattutto se si ritorna a un modo di comunicare meno sensazionalista. Questo è un passo indispensabile, a mio avviso, perché un Superquark sembrerà sempre soporifero se tutto intorno risuonano le zuffe televisive e i reality (mai nome fu più fasullo).

W@H: E’ davvero Internet il canale di informazione del futuro? Nel tuo vissuto quotidiano che posto hanno i media tradizionali? Come giudichi il loro rapporto di amore/odio con la Rete, ad esempio il continuo ricorso a contenuti ivi pubblicati, che si contrappone alle puntuali, feroci critiche ogniqualvolta questo mezzo viene coinvolto in qualche modo in un fatto di cronaca (ad es., attentati preannunciati su YouTube)?

Diverse tipologie di iPod.

Attivissimo: Credo che Internet sia un canale nuovo, non un sostituto di quelli preesistenti. Una tecnologia nuova raramente soppianta completamente quella precedente: le automobili dilagano, però si va ancora a cavallo (non per lavoro, ma per diletto). I computer sono dappertutto, ma leggiamo ancora libri e giornali. Ci saranno alcuni canali che perderanno in popolarità: il primo (e mi spiace dirlo, visto che ci lavoro) sarà la radio musicale. Perché dovrei ascoltare le chiacchiere di un DJ megalomane e fare slalom fra le pubblicità, sperando che passi una canzone che mi piace, quando posso mettermi nell’iPod ottomila canzoni preferite?
Anche la televisione dovrà ripensarsi. Entro breve, l’idea stessa di “canale televisivo” o di “palinsesto” che obbliga le persone a vedere tutte lo stesso programma alla stessa ora, prendere o lasciare, sarà desueta quanto l’idea di scrivere con penna e calamaio. Una generazione abituata ai video di Youtube, disponibili a qualsiasi ora, troverà arcaico chiedersi cosa c’è alla TV stasera. Alla TV (collegata a Internet) c’è tutto quello che si vuole, quando si vuole. Sopravviveranno soltanto i programmi che coprono eventi in diretta: sport e telegiornali. Il resto migrerà verso Internet, man mano che la banda larga si diffonde.
Io ho ormai smesso di vedere la televisione tradizionale: tutto quello che vedo è registrato prima su un registratore digitale. Compro i film e i telefilm in DVD o li scarico da Internet (in Svizzera, entro certi limiti, è legale). Non leggo i giornali, ma seguo le notizie dai siti informativi generalisti e specializzati.
La reazione dei media tradizionali verso il nuovo arrivato è naturale e mi fa sorridere: mi ricorda tanto quella dei maniscalchi inglesi quando arrivarono le prime automobili e fu passata una norma che imponeva a una persona di correre davanti all’autovettura sventolando una bandiera per avvisare tutti dell’imminente pericolo. La storia insegna che la regola è una sola: adattarsi o perire. I giornalisti che sapranno adattarsi e integrare Internet nella loro comunicazione, sfruttandone le enormi potenzialità invece di vederle come il nemico da contrastare, avranno il futuro assicurato, anche se la sfida di trovare nuovi modelli di sostenibilità economica non sarà banale. Gli altri finiranno come i maniscalchi inglesi: retaggio di un modo di fare ormai inutile e inefficiente.

W@H: Ritieni di poter costituire un modello per giornalisti e/o blogger? Hai mai pensato di lanciare un “corso di formazione” rivolto a chiunque si occupi di informazione al giorno d’oggi?

Attivissimo: Per l’amor del cielo, no! Le regole che applico nel mio cantuccio digitale sono già scritte nelle norme di deontologia professionale che ogni giornalista sottoscrive (almeno formalmente). Basta guardarsi in giro, facendo per esempio un po’ di confronti fra il giornalismo nostrano e quello di stampo anglosassone, per capire cosa si deve fare.
Se posso dirla tutta, credo che la maggior parte dei giornalisti sappia di comportarsi in modo professionalmente scorretto, ma soprassieda perché così fan tutti e se non si fa così non si campa. Non c’è bisogno di scuole o corsi di formazione: una persona onesta sa già cosa deve fare o non fare. La separazione netta fra resoconto dei fatti e opinioni personali, la prudenza nel raccogliere informazioni da più fonti, il ricorso agli esperti di settore sono concetti evidenti per chi usa il buon senso.

Il rapporto con il mondo Wiki

W@H: Ci sembra di riscontrare un’affinità tra il tuo stile e quello “wikipediano”. Quando intendi dirimere una questione spinosa, infatti, cerchi di essere neutrale e di riportare fonti attendibili e verificabili, e lo fai anche con un occhio al copyright. Sembreresti il wikipediano ideale! Ma hai mai contribuito a Wikipedia, e se sì, in quali pagine?

Attivissimo: Grazie, lo considero un complimento! Sì, ho contribuito, ma finora mi sono limitato a piccoli ritocchi di ortografia o grammatica qua e là, soprattutto negli articoli in lingua inglese, che consulto molto spesso sulle materie più disparate per curiosità mia e per ragioni professionali.
Una delle ragioni per le quali mi sono trattenuto fin qui è che gli argomenti sui quali potrei intervenire sono di solito molto controversi e quindi ci sarebbe il rischio di scatenare vere e proprie wikiguerre di controediting selvaggio, soprattutto se mi presento con nome e cognome.

W@H: Questa è la voce biografica che ti riguarda: cosa ne pensi? E’ esatta, errata, scarna, completa…? Cosa pensi del fatto che come tutte le altre voci venga distribuita nei termini della GFDL?

Logo GNU

Attivissimo: Trovo ancora surreale vedermi classificato nei “personaggi celebri di Internet”! I dati pubblicati sono corretti, e mi piacerebbe aggiungere qualche informazione in più, ma le regole di Wikipedia mi vietano d’intervenire sulla voce biografica che mi riguarda, giusto? Per cui aspetto che qualcun altro ritenga meritevole aggiungere qualche informazione in più, come la mia vicenda del rimborso per Windows o i libri digitali che sto scrivendo e quelli che ho già pubblicato.
La pubblicazione in GFDL va benissimo, nessun problema. E nella foto sembro persino fotogenico, non mi posso proprio lamentare!

W@H: Come giudichi un progetto in cui una persona possa scrivere liberamente su un argomento enciclopedico? Democratico, anarchico, o cos’altro? Quali sono secondo te le vere potenzialità di un progetto del genere e quali i punti deboli?

Attivissimo: Adorabile. Come potrebbe essere altrimenti? Io sono il tipo di persona che da ragazzino correggeva a biro i refusi dei libri, con orrore dei miei genitori che trovavano sacrilego contaminare un testo stampato: poterlo fare in un’enciclopedia è inebriante.
Credo che Wikipedia sia un esperimento sociale ancor prima di essere un’enciclopedia. Ci permette di capire se sono di più i vandali e contafrottole o le persone serie e competenti: semplificando, è un test per vedere se in assenza (o quasi) di controlli e vincoli imposti, prevale lo spirito costruttivo o quello distruttivo.
I punti deboli di Wikipedia sono nel contempo i suoi punti forti: la libertà di modifica da parte di chiunque permette a chi è esperto in una materia di contribuire con fatica davvero minima e con la gratificazione della pubblicazione immediata, ma la stessa libertà permette al vandalo di far danni. Non si può avere l’una senza inevitabilmente esporsi all’altra.

W@H: Linki spesso l’enciclopedia in italiano o in inglese indicandola come approfondimento degli argomenti di cui ti occupi. Lo fai perché ritieni che il progetto sia davvero affidabile (e che dunque contenga informazioni precise ed esaurienti), o perché pensi che su Wikipedia gli argomenti siano spesso trattati in modo semplice, lineare, insomma comprensibile ai più? Ci preferisci insomma per il contenuto o per la forma?

Attivissimo: Per il contenuto. La forma è indubbiamente scorrevole, ma uso Wikipedia principalmente perché gli articoli offrono una sintesi dell’argomento che m’interessa e forniscono link ad altre fonti. In questo senso, Wikipedia per me diventa una sorta di aggregatore: un modo per sapere quali sono le fonti da consultare su una determinata materia.
Mediamente Wikipedia è a mio parere affidabile, ma spesso sono costretto ad aggiungere alle citazioni di Wikipedia anche altre fonti, perché la natura controversa delle cose di cui mi occupo mi espone alla critica di usare fonti ritenute “deboli” proprio perché chiunque le può modificare.

W@H: Non hai mai pensato di utilizzare un software Wiki per il tuo sito, in modo che i tuoi lettori potessero autonomamente integrare le tue inchieste e/o aggiornarle, o addirittura che ti “imitassero” iniziando loro stessi qualche indagine?

Attivissimo: Ci ho pensato più volte, ma mi manca tragicamente il tempo di mettere in piedi il tutto, almeno per un esperimento; so già, però, che non potrei lasciare libertà completa di modifica, perché le mie indagini toccano temi che molti utenti rumorosi della Rete hanno a cuore e quindi finirei per passare troppo tempo a disfare le loro modifiche agli articoli. Trovo per ora più affidabile il metodo forse classico di ricevere gli aggiornamenti via mail dai lettori e poi inserirli man mano.

W@H: Ne approfittiamo per una richiesta: che ne dici di rilasciare le foto che pubblichi sul blog e su Flickr sotto una delle licenze libere ammesse nei progetti della Wikimedia Foundation?

Attivissimo: Ben volentieri! Le foto di Flickr sono già sotto (CC), e il blog segue una licenza che credo sia compatibile. Se così non fosse, parliamone!

W@H: Concludiamo con una curiosità, il tuo blog è pizzaware: ma hai mai ricevuto realmente della pizza o focaccia? 🙂

Focaccia

Attivissimo: Sì, certamente! Per fortuna, però, i donatori hanno seguito il mio consiglio di non spedirla per posta ma di portarmela di persona alle conferenze alle quali partecipo in giro per l’Italia e la Svizzera italiana (così oltretutto li posso anche ringraziare faccia a faccia). Ci sono foto memorabili di alcuni incontri pubblici genovesi nei quali trangugio dosi massiccie di squisita focaccia locale…
Molti mi chiedono se si diventa ricchi con un sito sostenuto dalle donazioni dei lettori. Dico subito di no, ma soltanto in termini monetari. Il piacere di vedere che qualcuno apprezza così tanto quello che scrivo da mandarmi una donazione (o portarmi un pezzo di focaccia) anche quando non ha alcun obbligo a farlo è la migliore spinta a proseguire su questa strada; un toccasana contro gli insulti e le polemiche dei complottisti di ogni genere. Di questo passo, però, su questa metaforica strada potrò proseguire rotolando!

W@H: Grazie per il tempo che ci hai dedicato, ma soprattutto per il tuo lavoro.

Note

Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

  1. http://antibufala.info/
  2. La vicenda del cellulare cuociuova: il post di Grillo (http://www.beppegrillo.it/2006/07/cervello_a_la_c.html) e quello di Attivissimo (http://attivissimo.blogspot.com/2006/07/antibufala-cellulari-cuociuova.html); l’allarme per i cibi avvelenati: il post di Grillo (http://www.beppegrillo.it/2005/12/ferramenta_ambu.html) e quello di Attivissimo (http://attivissimo.blogspot.com/2007/07/allarme-per-i-cibi-avvelenati-dai.html)
  3. http://en.wikipedia.org/wiki/Michael_Moore_controversies
  4. http://undicisettembre.blogspot.com/2007/05/che-fine-hanno-fatto-i-film.html, sulla partecipazione di Fo al film Zero

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