Fame nel mondo: emergenza in aggravamento

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Martedì 29 aprile 2008

In Italia la cosa ha cominciato a far notizia l’anno scorso, con le polemiche per l’aumento del costo del pane, cresciuto di circa il 10% in un anno. Ma questo non è stato che la classica ‘punta dell’iceberg’, l’avvisaglia di quello che sta accadendo nel fondamentale mercato dell’alimentazione, su scala planetaria.

La crisi alimentare, oramai, è un fatto che sta assumendo sempre più peso anche nella politica dei Paesi ‘sviluppati’, anche se riguarda sopratutto quelli poveri. Le proporzioni sono così grandi che le conseguenze non sono ipotizzabili con precisione. Quello che si sa bene, invece, è che si tratta di una situazione capace di l’alimentazione umana di miliardi di persone, uno scenario dalle conseguenze difficilmente sopravvalutabili.

Mentre il mondo si è concentrato in questi anni nella questione del Riscaldamento Globale, discettando della sua esistenza, cause, grandezza, questo fenomeno è passato sotto traccia. Fino a che, da qualche anno, i prezzi dei prodotti alimentari sono letteralmente ‘esplosi’. Le conseguenze sono: meno alimenti, più costosi, e questo con una popolazione che si accresce, sopratutto nelle aree più povere, di decine di milioni di abitanti per anno.

La coltivazione di mais, negli USA, è destinata al 20% per l’etanolo

La fine del cibo. Così titolava il The Guardian in un articolo dello scorso anno. La ragione era, leggendo i fatti presentati, che il deficit alimentare si stia accrescendo per almeno due ragioni: i biocarburanti e la speculazione. La coltivazione di vegetali per ricavare i ‘biofuel’, l’etanolo per esempio, stanno facendo la concorrenza alle coltivazioni alimentari tradizionali. A questo si aggiunga che milioni di tonnellate di granaglie vengono destinate all’alimentazione animale, in quanto i prodotti di origine animale sono particolarmente ricercati ora che il tenore di vita di popolazioni come quella cinese, sono migliorati. Ma si tratta anche di un tipo di prodotti generalmente più costosi da produrre.

In ogni caso, la competizione riguarda anche il declino delle acque disponibili, naturalmente in riferimento a quelle ‘dolci’, che i cambiamenti climatici (con periodi di siccità che si sono verificati persino nella regione amazzonica, con il prosciugamento dei letti di affluenti e la fine per miriadi di pesci e delfini di fiume) stanno causando, come anche le esigenze industriali (tra acqua consumata per le produzioni e quella reflua, spesso altamente inquinata, che viene poi reimmessa senza controlli nei bacini).

Ecco come Lester Brown, del think-tank Worldwatch Institute, autore del libro best-seller “Chi sfamerà la Cina?”, descrive il problema: “Siamo di fronte a un’epica competizione per le granaglie tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra”. E attualmente sono questi ultimi che stanno perdendo.

Uno dei tanti fatti: il presidente Bush ha previsto di arrivare, entro 10 anni, ad un quarto dei carburanti con fonti non-fossile (quindi in sostanza, non petrolio e gas), e allora gli agricoltori americani stanno adeguandosi: oltre il 20% del granturco americano è usato per produrre etanolo, che vede raddoppiare i suoi stabilimenti di anno in anno. Questo in un Paese dall’alimentazione già ‘ricca’, ovvero con abbondante dieta carnea (e i problemi di sostentamento conseguenti). Ma è così anche in India, Europa, Brasile. E il risultato di queste estesissime culture destinate ad usi ‘non alimentari’ è che il prezzo del frumento, essendo rimasta per il resto l’esigenza del mercato. è aumentato del 100% nel 2006-2007. Conseguentemente, tutto quello che viene prodotto grazie a questo cereale viene a costare di più: pane, pasta, carne, etc.

E Brown aggiunge, dato che il boom demografico ha fatto sì (nonostante rigide regole per limitarlo, come il ‘figlio unico’ della Cina) che il 40% della popolazione mondiale viva in Cina e India, queste nazioni stanno accrescendo il problema, in quanto recentemente sono riuscite a migliorare l’alimentazione media, ovvero pretendendo cibi più ricchi (carne e latticini) che richiedono più risorse. Questo è un fatto determinante, ma lo è anche che dei 3 milioni di km2 di terra arabile, il Brasile ne coltiva un quinto, di cui il 4% produce etanolo. Sembrerebbe poco, ma in realtà questa cifra contribuisce a creare uno ‘spostamento’ verso un altro tipo di consumi: l’aumento dei biocarburanti, secondo l’ONU, sarà del 170% nei prossimi 3 anni.

Questo era già quanto si stava dibattendo l’anno scorso. Di recente, la Fao è stata più esplicita: il prezzo dei cereali è aumentato, per le nazioni povere, del 37% nel solo periodo 2006-2007, e per il biennio 2007-8 le cose saranno anche peggiori: si calcola un aumento del 56%. Fino a che punto sarà possibile sostenere l’ordine pubblico con tale progressione? La Fao ha chiesto così di aumentare l’assistenza di 1,2-1,7 miliardi di dollari per fronteggiare le emergenze.

L’11 aprile scorso la Fao ha presentato un rapporto preoccupato, e non poteva che essere così dato che i prezzi del riso sono aumentati del 100% in un anno, di circa un terzo in più per il granturco.

Così accade che in nazioni come, Egitto, Camerun, Costa d’Avorio, Indonesia, Madagascar, Senegal, Burkina Faso, Etiopia, Filippine e Haiti si verifichino scontri in piazza tra gente affamata e esasperata. Le forze di polizia alle volte non sono bastate: in Pakistan e Thailandia si è dovuto chiamare in causa l’esercito per impedire saccheggi.

Uno dei problemi è il differenziale tra reddito complessivo e quello destinato all’alimentazione. Chiaramente, per i poveri è una cosa più sensibile e grave l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Nei Paesi Industrializzati arriva in media attorno al 15%, mentre in quelli poveri si può toccare l’80%, lasciando pochissimo margine per fronteggiare qualunque altro aumento o imprevisto. La produzione di cereali è attesa in crescita del 2,6%, raggiungendo quest’anno il record di 2.164.000 tonnellate complessive. È un record e forse basterà ad abbassare l’emergenza, ma anche togliendo imprevisti, non si potrà che rimandare la questione. Nonostante questa impressionante produzione, le scorte sono previste in calo a 405.000 milioni di t, ovvero il minimo degli ultimi 25 anni e circa il 5% meno dell’anno 2007, già in calo. Questo significa che il surplus di risorse si è assottigliato, nonostante la produzione ecceda anche l’incremento demografico. Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf: “È necessario affrontare il problema a livello più alto. Mi sorprendo per non essere stato invitato al Consiglio di sicurezza. Ci sono molti rischi di una stretta a livello mondiale: bisognerà anzitutto correggere tutte le politiche errate degli ultimi decenni”.

Perché questo accada, è in parte spiegato nel cambio di regime alimentare: meno ricorso a cereali per consumo diretto e a verdure e più carne significa impegnare per nutrire lo stesso numero di individui un terreno almeno 5 volte più esteso. I prezzi poi aumentano in maniera correlata anche al petrolio, fondamentale per i trasporti, concimi, prodotti chimici in generale. E ispiratore del fenomeno dei ‘biofuel’.

Questo è spacciato per un carburante ‘verde’ (ovvero con un impatto energetico favorevole rispetto a quella dei carburanti fossili), ma il bilancio energetico complessivo è solo in maniera marginale positivo, se non addirittura negativo. E al tempo stesso, mette in competizione cibo e carburante: un SUV richiedere un pieno generoso di carburante, che con l’etanolo è possibile fare in ragione di 100 litri di etanolo per ogni 240 kg di mais. Nonostante questo consumo, il 20% della superficie coltivata a mais negli USA è diventato una destinazione per il biocarburante, una superficie paragonabile a quella del territorio Svizzero. Nel frattempo la Fao elenca 36 nazioni come urgentemente necessitanti di derrate alimentari primarie (grano e riso).

L’ex-premier Romano Prodi ha scritto in merito: I due prossimi grandi appuntamenti internazionali, cioè la riunione della Fao a Roma e dei G8 in Giappone, debbono diventare il momento di discussione e di decisione di una nuova politica che fermi i danni dell’attuale politica e che possa redistribuire al mondo le risorse alimentari di cui ha bisogno e anche Non possiamo più ammettere che la gente muoia di fame in Africa perché c’è qualcuno negli Stati Uniti che considera i voti degli agricoltori o dei proprietari terrieri più importanti della sopravvivenza di milioni di persone.

Ma i continui aumenti di prezzo delle derrate alimentari sono talmente gravi e talmente pesanti per i Paesi del Terzo (e Quarto) Mondo che Mario Draghi solleva l’argomento con parole molto preoccupate: “Elevati prezzi dell’energia fanno crescere i costi dei trasporti, mettendo così una pressione addizionale sui prezzi alimentari”.

La Banca Mondiale del resto ha valutato il numero di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno: oltre un miliardo di persone. E il suo presidente Robert Zoellick ricorda che entro il 2015 era previsto di dimezzare ‘il numero degli affamati’. Per chi spende il 75% del proprio misero reddito per il cibo, l’aumento del prezzo del riso del 75% in due mesi e del grano del 120% diventa una catastrofe annunciata. Nel contempo l’aiuto dei Paesi ricchi a quelli più poveri sono calati dell’8,4%, ed è una tendenza oramai: si tratta del secondo anno consecutivo in cui si verifica un calo.

Ecco come invece i prezzi del grano sono aumentati: Sudan, 90%, Armenia 30%, Senegal 100%. Uganda: prezzo del mais aumentato del 65%; Nigeria, miglio +50%, Filippine; riso, +80%. Ad Haiti la Banca Mondiale ha deciso di finanziare aiuti con 10 milioni di dollari, ma è chiaramente solo un programma d’emergenza come ricorda Zoellick: “c’è una emergenza che non può essere affrontata solo con analisi, parole, convegni”; s’appella alla comunità internazionale. Appello che per l’Italia, Draghi assicura sia ascoltato, per esempio l’approvazione dal Parlamento per la cancellazione del debito ai Paesi più bisognosi in 40 anni. Periodo che, rispetto all’emergenza attuale, nata praticamente 2-3 anni fa, appare decisamente lungo.

Secondo Emma Bonino: “La politica agricola europea non solo è scandalosa, ma è diventata ormai insostenibile. Ogni vitello che nasce da noi riceve circa un paio di dollari al giorno di sussidio! Così non si può andare avanti. Non si può pensare che in altri paesi del mondo la gente accetti di morire di fame calma e tranquilla, senza ribellarsi”.

Individua cioè un altro problema, stavolta relativo ai finanziamenti che supportano e rendono competitiva l’agricoltura europea. Il PAC assorbe la metà del bilancio UE

Per chiarire maggiormente il problema afferma anche: Ma quella che abbiamo davanti è una crisi così ampia che ha poco a che vedere con la stantia routine degli aiuto allo sviluppo. Qui stiamo assistendo a una crisi planetaria di fronte alla quale l’agenda politica dovrà essere stravolta mettendo la questione in cima alla lista delle priorità da affrontare come comunità internazionale”. le conseguenze questa volta rischiano di essere ancora più devastanti perché in vent’anni la popolazione nei paesi più colpiti dalla penuria si è moltiplicata”.

Si discute oramai di una moratoria di 5 anni per la produzione di biocarburanti, e nel frattempo l’India ha bloccato le esportazioni di riso basmati, che è sia l’alimento base indiano, che fuori dalla portata delle tasche dei suoi cittadini più poveri: oltre due euro al chilo.

Nel frattempo si mette nero su bianco, da parte ONU, un appello per due miliardi e mezzo di dollari onde arginare l’impennata dei prezzi del cibo. Non sono molti in termini relativi, circa 2 dollari per ciascuno dei più poveri, ma in ogni caso, secondo il presidente Ban Ki-moon è una “sfida globale senza precedenti che colpisce i più vulnerabili. Sono necessarie misure a breve, medio e lungo termine”, “La priorità sarà nutrire gli affamati”.

Zoellick, proprio in questi giorni ha fatto presente che i prezzi resteranno ancora alti: per la prima volta il riso ha oltrepassato i 1.000 dollari la tonnellata (nel mercato internazionale). L’incremento è senza precedenti, il 16% in una settimana. Tra le cause, la forzata cessazione dell’export indiano, ma anche l’inflazione: Secondo C.Talpe, responsabile prezzi cereali della Fao: “non è credibile che ci sia una situazione così critica da giustificare un tale aumento dall’inizio dell’anno”. Oltretutto il prezzo non è legato alla domanda, rimasta stabile rispetto allo scorso anno. Invece quello che preoccupa è l’incontrollata spinta speculativa nei mercati internazionali. Se si anticipano le commesse, i prezzi aumentano in maniera netta.

Ad Haiti la popolazione sta ricorrendo ad una ‘extrema ratio’, rivolgendosi direttamente alla ‘terra’ nel senso più vero del termine. La loro risorsa è una pasta d’argilla con burro, sale e acqua, il tutto cotto al forno. Gli abitanti di Cite Soleil, bel nome che corrisponde alla più grande delle bidonville (non meno di 300.000 abitanti) della capitale haitiana non hanno altro. Così France 2 v’ha fatto un reportage causando sgomento. Le autorità haitiane hanno minimizzato affermando che si tratta di una antica tradizione: questo ‘alimento’ apporta calcio e dà un senso di sazietà. Ma il problema è che cibo, anche soltanto di costo medio-basso come le verdure, è oramai diventato inaccessibile per gli haitiani più poveri.

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