Intervista a Giovanni Guaraldi

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2 luglio 2012

Intervista a Giovanni Guaraldi, Direttore di CUSCOS – Centro Universitario di Servizi per la Cooperazione allo Sviluppo (2009)[]

RUOLO dell’EDUCAZIONE NEL PROMUOVERE SUPPORTO alla COOPERAZIONE INTERNAZIONALE
Università per la Cooperazione Internazionale: ruolo di CUCS e ruolo di CUSCOS; come funziona l’attività di network tra Università; multidisciplinarità; come esprimere la propria professionalità attraverso la Cooperazione Internazionale.

Di che cosa si occupa CUSCOS e di cosa si occupa CUCS?
CUCS, nata nel 2004 ed avente come referente il Politecnico di Milano, è una rete di Atenei italiani che si è posta degli obiettivi, essenzialmente nell’ambito della formazione e della ricerca a favore della Coop. Internazionale. Questa rete fa sì che, di tanto in tanto, le Università italiane si incontrino per promuovere azioni a favore della Coop. Internaz.
Questa rete è nata per interesse da parte del MAE (Ministero degli Affari Esteri) nel coinvolgere le Università, al fine di utilizzarne know how e competenze per la promozione e per la valutazione dei progetti di cooperazione.
Sostanzialmente, però, per poter dare una risposta coerente, io che ero allora il rappresentante dell’ateneo di Modena e Reggio Emilia, ho ritenuto opportuno cercare di divulgare questi obiettivi all’interno dell’ateneo modenese.
Quindi, ispirandomi ad esperienze storicamente consolidate come quelle di Pavia, di Ferrara o di Parma, ho proposto di creare un Centro di Servizi per la Cooperazione allo Sviluppo. Il quale si è dato uno Statuto e nel dicembre 2008 ha dato vita ad un vero e proprio Organo istituzionale Universitario, denominato CUSCOS.

Quali sono i servizi offerti dal Cuscos?
I servizi sono tutto quello che l’Università può mettere a disposizione a favore della Ricerca, della Formazione e del Partenariato con organismi privati o pubblici che si occupano di Cooperazione. Un servizio è quindi, ad esempio, fornire attività didattica, fornire competenze di consulenza, preparare un progetto di ricerca. Questo sono i servizi che fornisce l’Università.

Chi fa parte di CUSCOS?
Cuscos fa riferimento unicamente all’Università di Modena e di Reggio Emilia, e a Cuscos possono aderire tutte le facoltà dell’Ateneo, inviando ciascuna di esse i loro rappresentanti. La caratteristica fondamentale del Cuscos è che si tratta di un centro multidisciplinare. Fa parte di Cuscos chi si riconosce negli obiettivi di questo centro. Esiste un Cuscos docenti ed esiste un Cuscos studenti. Esiste un Comitato Direttivo a cui partecipano rappresentanti dei docenti e rappresentanti degli studenti.

Come funziona la Rete del Cuscos piuttosto che del Cucs, in quanto Rete?
Innanzitutto è conoscersi. E’ innanzitutto una mailing list, che distribuisce informazioni, esempio bandi di finanziamento oppure iniziative che ciascuno di noi fa. Di tanto in tanto, a mesi alterni, i referenti di questa rete si incontrano, e discutono su temi di interesse comune quali progetti nell’ambito della formazione oppure nuovi temi nell’ambito della ricerca della CE (e allora … chi di noi si occupa di questo argomento? Che contatti abbiamo con i Cittadini del Mondo che si occupano di questo argomento?).
Fare rete è dunque conoscersi e far circolare informazioni.

Nel momento in cui tu hai proposto di fondare la rete del Cuscos, con l’obiettivo quindi di dedicarsi alla Cooperazione Internazionale, qual è stata la reazione dei tuoi colleghi? Quanto è difficile sensibilizzare i docenti universitari a tematiche di questo tipo, avendo già loro un percorso formativo ben definito da seguire?
Il problema è effettivamente quello di riuscire a raggiungere le persone motivate. Questo, nella mia esperienza, passa molto di più con il passaparola che non attraverso gli organi istituzionali. Abbiamo fatto una prima lettera circolare che veniva letta da tutti i Presidi di facoltà, alla quale praticamente non ha risposto nessuno. Attraverso il passaparola, e grazie agli studenti che ci hanno permesso di metterci in contatto tra noi docenti, abbiamo capito chi erano le persone più sensibili alla tematica. Io sono convinto che il vero motore del Cuscos è e debba essere rappresentato dal mondo giovanile. Sono loro le persone che hanno più voglia di conoscere e di interrogarsi su questa Cittadinanza del Mondo.

Quanti sono i docenti che fanno parte del Cuscos?
Ci sono persone che hanno dichiarato la loro disponibilità a partecipare in maniera attiva e ci sono persone che hanno chiesto di partecipare alla mailing list, in modo da aderire .
Le persone che si incontrano regolarmente all’interno del Cuscos sono sei e rappresentano il Comitato di Direzione.
Non penso comunque che il successo o l’insuccesso del Cuscos dipenda dalla partecipazione più o meno numerosa, ma più che altro dalla capacità innanzitutto di offrire agli studenti gli strumenti che permetteranno loro di diventare la nuova generazione di cooperanti. E soprattutto l’idea di diventare comunque una voce autorevole all’interno dell’Università nel proporre attività culturali significative. Non mi preoccupo del fatto che, pur essendoci centinaia di docenti, solo alcune decine di loro si sono formalmente inseriti nella mailing list. Mi preoccupo di essere comunque accogliente, sia all’interno che all’esterno dell’università, rispetto a queste tematiche.
Non è che uno debba spogliarsi della propria attività, di quello che sta facendo. Per esempio uno dei primi gruppi che ha risposto alle attività del Cuscos è stata Ingegneria senza frontiere, neonata a Modena. Prima cosa di cui mi sono preoccupato è che chi era attivo in Ingegneria senza frontiere e voleva conoscere il Cuscos non doveva spogliarsi o abbandonare la propria attività. Ognuno entra nel Cuscos proprio grazie alla propria esperienza e alla propria attività.

Nuovo paradigma della cooperazione internazionale[]

Cito una dichiarazione: “Il Millennio appena avviato ha segnato l’avvio di un nuovo tempo per la cooperazione allo sviluppo, che si fonda su un diverso paradigma da cui guardare il mondo”. Tu cosa pensi di questa affermazione? Qual è il nuovo paradigma di cui si parla?
Questa frase è di Felice Rizzi, che ha la cattedra Unesco all’Università di Bergamo. Il concetto di Cooperazione è cambiato in questi anni. Il primo trentennio di Cooperazione aveva visto una situazione di forte squilibrio tra chi proponeva/eseguiva la Cooperazione e chi la riceveva, quindi situazione di grande disparità, non solo economica ma anche di relazione. Oggi invece si parla di Progettazione per la Cooperazione, logica a cui si associa una scadenza temporale predefinita e una sostenibilità del progetto a lungo termine, in cui il beneficiario del progetto – già fin dalla fase della progettazione – diventa sostanzialmente l’attore principale del rapporto cooperativo.
Purtroppo spesso si ritiene ancora la Cooperazione come un processo unidirezionale, in cui sostanzialmente continuiamo a pensare di avere qualcosa da insegnare a qualcun altro. Il percorso in realtà non è così. Anzi, il più delle volte è proprio l’inverso. Le risposte ai grandi temi del mondo, quelli enunciati dai Paesi in via di sviluppo, verranno dai Paesi in Via di Sviluppo. Non verranno da noi. Noi quindi, quando ci interfacciamo su questi temi, dobbiamo avere la lucidità che le risposte verranno dai luoghi su cui questi temi sono maggiori. Quindi dobbiamo metterci in una situazione tale da facilitare lo sviluppo delle loro soluzioni, e non proporre noi dei nostri modelli culturali che saranno sicuramente fallimentari nel momento in cui verranno esportati.
La cooperazione è un dialogo politico.

Esempio di buona pratica – Progetto “Community based system in HIV treatment – CoBaSys[]

Cuscos è leader di una Rete che ha ottenuto un finanziamento da parte della CE per un Progetto che si occupa del ruolo di partecipazione delle comunità locali nei progetti di accesso alla terapia anti retro virale (cioè terapia per il trattamento dell’Aids) nei Paesi in Via di Sviluppo della fascia equatoriale sub-sahariana.
Il Cuscos di Modena ha creato una rete che coinvolge alcuni Partner europei, ma soprattutto un numero consistente di Paesi africani, coinvolgendo sia gruppi istituzionali, essenzialmente Università africane e ONG africane che si occupano di Coop. Internazionale nell’ambito dell’Aids, per andare a studiare questa situazione un po’ nuova nell’ambito dell’accesso ai farmaci anti – retro virali.
Il presupposto base dei progetti di cooperazione è quello di prevedere la sostenibilità del progetto, anche dal punto di vista economico, ma purtroppo nell’ambito dell’HIV questo presupposto viene a mancare perché l’accesso a questo tipo di farmaci è molto costoso e coinvolge delle fasce così ampie della popolazione, vista anche la progressione in forma epidemica della malattia da HIV in Africa, che solo attraverso i grandi Donours internazionali si può avere accesso ai farmaci anti – retro virali.
Allora ci siamo chiesti se aveva senso parlare di Cooperazione allo Sviluppo in progetti che per definizione non sono sostenibili. Nessun Paese, nessuna ONG riesce oggi a garantire la terapia anti-retro virale se non attraverso dei meccanismi di Donours internazionali.
Esiste dunque un altro livello di sostenibilità di progetto di cooperazione che consideri non tanto la sostenibilità economica quanto piuttosto quella culturale? Intendo parlare del ruolo delle comunità locali nel sostenere l’accesso ai farmaci anti retro virali. Questo è un modello in cui noi riteniamo che si giochi un partenariato politico partendo dai destinatari ultimi, che sono sostanzialmente i pazienti infetti da HIV, con particolare attenzione alle comunità rurali, dove oggi è più difficile avere accesso ai farmaci anti retro virali.
Questa è dunque un’azione concreta che sta facendo il Cuscos nell’ambito della Ricerca nei confronti della lotta all’Aids (uno degli Obiettivi del Millennio).

Percorsi formativi all’interno dell’Università[]

Prima missione dell’Università è la Formazione. Da questo punto di vista oggi penso che qualunque professionista di qualunque branca – sia essa scientifica oppure umanistica – non può fare a meno di avere un minimo di background culturale necessario per capire cos’è la Cooperazione nell’ambito di un processo di globalizzazione, indubbiamente di tipo irreversibile. A riguardo il Cuscos sta cercando di diffondere la possibilità, all’interno dell’Ateneo, di fare sì che ogni studente di ogni facoltà possa accedere a dei crediti formativi in questo ambito della Cooperazione. Ci sono alcune facoltà che per natura sono facilitate nei confronti di questa situazione. Mi riferisco in modo particolare alla mia facoltà, io sono un medico, sono un infettivologo, mi occupo di Aids e ho un’esperienza in passato ma anche nel presente di Cooperazione in ambito sanitario , per quanto riguarda l’Aids in vari Paesi in Via di Sviluppo. Ho ritenuto indispensabile che i miei studenti del corso di Malattie Infettive del 4^ anno di medicina piuttosto che di Odontoiatria piuttosto che di Scienze infermieristiche avessero la possibilità di fare un’esperienza sanitaria prima di laurearsi andando a visitare sul campo centri sanitari che lavorano in situazioni di maggior povertà. Per esempio oggi la Facoltà di Medicina offre a tutti gli studenti la possibilità di acquisire dei crediti formativi con esperienze sul campo, attraverso una rete di Ospedali e di Università in vari Paesi nel mondo, dall’America Latina all’India, in cui fare queste esperienze sanitarie, che vengono poi riconosciute nell’ambito dei curricula degli studenti.

Questo lo possiamo dunque intendere come un esempio di nuovo percorso formativo calato in un centro che studia le malattie infettive trovo che abbia anche facilmente una sua ragionevole collocazione. Ma se ci interfacciamo con le altre facoltà, quali nuovi percorsi formativi possiamo sviluppare a riguardo?
La Cooperazione lavora con uno strumento fondamentale che è la multidisciplinarità. Citavo prima il progetto, nell’ambito della sostenibilità dei progetti per la terapia anti retro virale. Lo strumento d’indagine di questo progetto è rappresentato dallo studio sulla Comunicazione. Rispetto a questo non è certo il medico che ha i migliori strumenti nell’ambito della Comunicazione. Alcune tecniche di utilizzo di questi progetti sono assolutamente mutuate da esperienze nell’ambito delle facoltà umanistiche su come meglio coinvolgere le comunità, partendo da distanze culturali e linguistiche rispetto a queste situazioni. La sostenibilità passa inoltre attraverso tutto quello che non è strettamente necessario ma si colloca nell’ambito della dimensione socio – economica, con attività quali quelle di microcredito o di promozione umana attraverso l’accessibilità all’acqua. Quindi nel nostro progetto, a pari dignità scientifica, lavorano laureati in lettere, laureati in lingue, ingegneri, economisti, …. E sono tutti ruoli centrali rispetto a quello del medico, che in ultima analisi fa la parte più facile, cioè quella di somministrare il farmaco, in questa circostanza. Abbiamo bisogno di tutte queste competenze per riuscire ad interfacciarci con queste comunità locali.

Fate dunque un’azione congiunta di Ricerca, Formazione e Trasferimento di conoscenze?
…. E cooperazione con le ONG e con i Partner istituzionali. Un errore su cui si può cadere è quello di pensare che questi centri, piuttosto che l’università stessa, possano diventare poi un diretto erogatore di prestazioni. Io penso che non sia questo il ruolo dell’università. Esistono centri istituzionali piuttosto che ONG che hanno molta più competenza nell’erogare sul campo le prestazioni. E su questo l’università deve imparare a cooperare.

Percorsi formativi all’esterno dell’Università[]

Se è obiettivo dell’università quello di creare i futuri Cittadini del Mondo, con quali altre figure o enti ci si può interfacciare per portare in campo un’azione sinergica che favorisca tale obiettivo?
L’università può promuovere un messaggio culturale alla cittadinanza, senza per questo essere certo l’unica depositaria di tale messaggio. L’università però non si rivolge solo agli universitari; si rivolge in generale alla comunità nella quale è inserita, sia nel Nord che nel Sud del Mondo. Va quindi al di là della rete locale stessa. Esempio pratico. Sono abbastanza comuni adesso per noi gli incontri anche con studenti delle scuole superiori, che sono già animati dal desiderio di iniziare delle esperienze di cooperazione. Sono energie straordinarie quelle dei giovani che si vogliono affacciare al mondo, e l’università può avere un ruolo nel meglio indirizzare queste future generazioni. Anche se questi ragazzi non sono ancora studenti universitari e non necessariamente diventeranno studenti universitari, possiamo dare loro alcuni strumenti interpretativi per aiutarli in alcune scelte di base piuttosto che non nella vita post universitaria, nell’ambito dell’ambiente imprenditoriale, o in generale nell’ambiente di lavoro. L’università ha delle competenze tecnologiche, scientifiche, culturali, che devono essere messe a disposizione per esempio di ONG o di istituzioni quali il Ministero degli Affari Esteri. È comune oggi che una ONG si rivolga a noi perché ha bisogno, ad esempio, della competenza di un architetto per realizzare il tetto di un ospedale, non disponendo di un architetto come risorsa interna. L’università può fornire consulenza piuttosto che promuovere iniziative culturali, che possano tenere alto il tema della Coop. Internaz. in un dibattito interculturale all’interno della società. L’università però non solo si rivolge al Paese in cui è inserita; può introdursi anche in alcuni Paesi in cui alcune tematiche, quale ad esempio della povertà, sono maggiormente presenti, pensando che gran parte delle risposte verranno proprio da questi Paesi. Quindi non è che noi “trasferiamo competenze”. Noi semplicemente diventiamo facilitatori di competenze che sono presenti nei luoghi in cui lavoriamo.

Leggendo il protocollo del Cuscos, trovo che tra gli impegni assunti c’è quello di “fare dell’Università un interlocutore rappresentativo, riconosciuto e autorevole per la società civile e il mondo istituzionale a livello nazionale e internazionale”. Come si intende realizzare, in concreto, questo dialogo interistituzionale tra Stato, Società civile, Organismi Internazionali, Mondo industriale e Università?
Vedi ad esempio il Convegno di Pavia, che prevedeva come relatori dei rappresentanti dei Ministeri , quindi è lì che l’Università si interfaccia con lo Stato per promuovere le attività di cooperazione. Ricordiamo che l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa nell’ambito del sostegno ai progetti di cooperazione, ivi inclusa di conseguenza la diffusione di una cultura a sostegno degli Obiettivi del Millennio. Nelle scuole, per esempio, dove io spesso faccio interventi, mi rendo conto che non sono stati assolutamente recepiti quali sono gli impegni assunti in seno agli Obiettivi del Millennio.
Spesso le ONG si trovano a lottare per sopravvivere rispetto a torte molto scarse nell’ambito delle disponibilità economiche, piuttosto che a cercare di coltivare i propri orticelli, quasi con una certa rivalità. Penso che da questo punto di vista l’Università, che funziona un po’ come Ente super – partes, possa aiutare ad un miglior coordinamento delle attività delle ONG presenti in un determinato territorio.
Quindi, in sintesi, vediamo che l’Università può interfacciarsi sia con grossi organismi istituzionali sia con realtà locali, talora anche molto molto piccole, per facilitare una migliore organizzazione e un miglior utilizzo delle risorse disponibili nell’ambito della cooperazione.

Voi avete anche un rapporto di collaborazione con il Corso per Volontari della Cooperazione Internazionale, un corso promosso dal Comune di Modena e in modo particolare dall’Ufficio di Coop. Internazionale. Qual è il ruolo dell’Università all’interno di corsi di questo tipo?
Posso citare il secondo obiettivo del Cuscos, quello cioè di farsi promotore di un percorso di Master universitari di primo livello, destinati a persone già laureate (sia con laurea breve che con laurea standard) . Il Cuscos è riuscito quest’anno ad omogeneizzare alcune esperienze che erano già presenti nell’ambito dell’Università di Modena come Master isolati (vedi un Master per le Emergenze, Master per gli operatori della disabilità e della programmazione sanitaria nei Paesi in via di Sviluppo), e associarli al Corso di Cooperazione, offerto ora anche a studenti universitari, in modo da beneficiarne pure in termini di crediti formativi. A questo si deve uno sforzo congiunto sia da parte dell’organo docenti che da parte dell’assessore di Modena Fabio Poggi, con cui è nata una nuova voglia di collaborazione.

Ostacoli incontrati dal CUSCOS[]

Punti negativi, limiti, ostacoli incontrati dal Cuscos?
Il Cuscos non vanta una disponibilità economica né organizzativa.

Come si finanzia il Cuscos?
Il Cuscos non è finanziato da nessuno, quindi si deve finanziare. È partito con un bilancio di zero euro. Il Cuscos promuove progetti, e con i progetti potrà investire la propria disponibilità economica, quindi avrà un suo bilancio. È chiaro se ci fossero più energie e più disponibilità la cosa sarebbe più facile. L’aspetto motivazionale è comunque un valore aggiunto che permette a tutti noi che lavoriamo in questo ambito di dedicarci comunque, come se fosse il nostro lavoro istituzionale. Io sono un medico e faccio attività di ricerca nell’ambito dell’HIV, faccio anche assistenza, penso di essere una persona molto fortunata perché nell’ambito della mia attività di lavoro posso comunque esprimere grande amore e passione nei confronti di questi temi. Sia il rettore Pellacani prima che il rettore Tommasi poi hanno intuito che l’Università poteva spendersi in questo ambito e ci hanno sempre supportato per far sì che questo centro possa cominciare a crescere.

Quali sono dunque, soldi a parte, gli ostacoli reali del Cuscos?
Il Cuscos non è ancora conosciuto. Spesso si trova a dover mediare rispetto a piccoli campanilismi, individualità e protagonismo che possono sussistere all’interno di progettazioni singole. Essenzialmente abbiamo bisogno di crescere e di dare visibilità a questa attività, e soprattutto di dare la possibilità, a tutti quelli che aderiscono al Cuscos, di poter esprimere le proprie energie. Cosa che in questo momento, per limitazioni di tempo, di spazio, di attività, non riusciamo a fare.


In che modo gli specialisti della Comunicazione che interagiscono con il Cuscos pensano di poter dare visibilità ad un’iniziativa come questa?

Su questo io ammetto purtroppo un grosso deficit culturale, io faccio il medico …. Intuisco comunque una cosa. Proprio per ovviare a questi meccanismi di paternalismo e di compassioniamo che spesso circondano l’informazione che riguarda la Coop. Internaz. penso che bisognerebbe che le persone toccassero con mano, vedessero quanto è bello fare cooperazione sul posto. Ero di ritorno, un mese fa, dalla Tanzania dove, in un piccolo villaggio, nell’ambito di soli due anni di attività, un piccolo gruppo di medical assistant è riuscito a mettere in terapia 850 persone con infezione da HIV e a gestire oltre 1500 malati di HIV. Si tratta quindi di una struttura paragonabile a quella della struttura universitaria del Policlinico di Modena , quanto a volume di attività, dove però sono presenti 12 medici, 25 infermieri, 10 specializzandi …. In Tanzania invece stiamo parlando di 2 medical assistant, cioè di 2 figure paragonabili a quelle delle infermiere professionali, che riescono a fare queste cose grandiose. Io mi chiedevo: come fare a comunicare questo? Come spiegare che, anche con pochissime risorse si riescono a fare queste cose straordinarie, se non facendosi raccontare queste esperienze bellissime di vita quotidiana? Parlavo con un malato che ha fondato una prima associazione di auto aiuto nell’ambito dell’Aids. L’Aids in Africa è massimamente oggetto di discriminazione. Qualche anno fa io giravo in Africa e mi era stato detto che in ospedale non potevo pronunciare la parola, perché questo avrebbe immediatamente discriminato il malato. Oggi, nel giro di pochi anni, grazie anche all’accesso ai farmaci, esistono associazioni dichiarate di soggetti sieropositivi. Queste persone mi dicono: “L’anno scorso ero così malato che non ero riuscito a coltivare il mio campo di fagioli e per fortuna quest’altro malato mi ha aiutato a coltivarlo per me, perché sennò i miei bambini sarebbero morti. Quest’anno io ho avuto accesso ai farmaci, ho recuperato le forze, riesco a coltivare il mio campo e sento il dovere di aiutare il mio vicino, anche lui malato e che non ha ancora accesso ai farmaci, per aiutarlo come io sono stato aiutato”. Queste sono cosa concrete. Accedere alla terapia anti retro virale vuol dire poter coltivare un campo di fagioli. Vuol dire la testimonianza di persone che ti dimostrano come il problema sanitario va ben oltre il problema sanitario , va sul tema dell’economia, della discriminazione, della riconoscibilità politica. Quindi io penso che forse gli strumenti della comunicazione dovrebbero molto di più raccontare queste esperienze di vita vissuta, per andare a spiegare che la cooperazione è fatta di questi piccoli gesti, che però ci danno anche grandi insegnamenti nella nostra vita di quotidianità qua, pensandoci davvero tutti Cittadini del mondo e responsabili di questa cittadinanza.

Cioè, in due parole, tu come definiresti il Cittadino del Mondo?
È una persona consapevole di fare parte di questa comunità, e che si ritiene responsabile di questa comunità. Quindi consapevolezza e responsabilità.


Fonti[]

Intervista a Giovanni Guaraldi realizzata da Wilma Massucco per Progetto Eugad – EUGAD è l’acronimo di “European Citizens working for the Global Agenda for Development”(Cittadini Europei impegnati nell’Agenda Globale per lo Sviluppo); riceve un supporto finanziario da parte del Programma di Cooperazione Esterna della Commissione Europea; è una delle azioni di implentazione del Programma  “Attori non statali e autorità locali” – Sezione: Consapevolezza ed educazione dei cittadini europei

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