Crisi in Myanmar: veto di Cina e Russia sulle sanzioni al governo

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giovedì 27 settembre 2007

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Un’immagine della protesta in corso a Myanmar

Non è passata la risoluzione, promossa dagli Stati Uniti d’America e sostenuta dall’Unione Europea, che avrebbe dovuto colpire Myanmar sul piano delle sanzioni economiche. Cina e Russia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno fatto uso del proprio diritto di veto per bloccare la proposta. Alla fine il Consiglio ha deciso che verrà inviato un rappresentante del segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon: si tratta di Ibrahim Gambari. Secondo la risoluzione l’inviato dell’ONU dovrà incontrare i dirigenti del regime militare al potere in Myanmar ma anche i leader dell’opposizione, come il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e delle minoranze etniche.

Cina e Russia intrattengono forti relazioni economiche con Myanmar, ed un eventuale embargo imposto a livello internazionale avrebbe interrotto tali relazioni. Il veto di Pechino è stato tuttavia motivato in senso politico dall’ambasciatore al Palazzo di Vetro Wang Guangya: la Cina “confina con il Myanmar e quindi più di ogni altro è interessata alla stabilità e alla riconciliazione del Paese”, giudicando che le sanzioni economiche sarebbero inutili. Inoltre Guangya ha precisato che “anche se la situazione è problematica, riteniamo che non costituisca una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”. Il fatto che la questione sia un fatto interno era già stata la ragione attraverso la quale Cina e Russia avevano bloccato una nuova proposta, che chiedeva sanzioni per il regime, presentata nello scorso gennaio.

In Myanmar la situazione è precipitata quando, nei mesi scorsi, il regime aveva quintuplicato il prezzo della benzina, decisione che aveva trascinato con sé, al rialzo, i prezzi di molti altri beni, primi fra tutti quelli di prima necessità, riducendo allo stremo una popolazione già provata dalle sanzioni imposte dalla UE e dagli Stati Uniti, che non approvano i metodi volti a reprimere le forze di dissenso. Il premio Nobel Suu Kyi, leader dell’opposizione, è da molti anni agli arresti e solo da alcuni anni le sono stati concessi i domiciliari. Negli ultimi giorni la protesta è esplosa quando i monaci buddisti hanno deciso di iniziare una marcia pacifica. I monaci, che vengono visti come la massima autorità morale del Paese, sono stati presto seguiti da altre persone, fino a diventare un fiume umano di trecentomila persone. Due giorni fa, però, il regime ha deciso di far convogliare nella capitale una grande quantità di truppe, e ieri sono cominciate le operazioni di repressione che hanno causato diversi morti.

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