Antonella De Robbio: bibliotecaria open

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Wikimedia Italia in cerca di segnali dal mondo
intervista a cura di Aubrey

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domenica 18 maggio 2008

Microbiografia[]

Antonella De Robbio

Siamo oggi in compagnia di Antonella De Robbio, attualmente coordinatrice del progetto Open Archive dell’Università degli Studi di Padova. È inoltre responsabile copyright al CAB Centro di Ateneo per le Biblioteche dove è responsabile del Settore Progetti e Biblioteca Digitale del Sistema Bibliotecario di Ateneo. È stata responsabile della Biblioteca del Seminario Matematico per oltre vent’anni dove ha coordinato varie attività e progetti di biblioteca digitale di ambito scientifico, in particolare si è occupata di interconnessione di schemi di classificazione internazionali per l’ambito matematico-fisico-informatico in ambiente digitale e del progetto DIGIMAT. Nel 2000 ha trascorso un periodo di lavoro presso il CERN di Ginevra, alla biblioteca del Scientific Information Service.

È attivamente impegnata a livello nazionale e internazionale in vari gruppi di lavoro sia per le questioni correlate al copyright sia in ambito Open Access: Task Force per il copyright della CRUI; gruppo nazionale Open Access della Commissione biblioteche della CRUI; commissione speciale del Comitato Consultivo Permanente per il Diritto d’autore; Progetto MINERVA eContentPlus WP3 – Intellectual property rights; Comitato Scientifico per le conferenze internazionali Berlin Declaration. È una dei redattori di AIB-WEB, il sito dell’Associazione Italiana Biblioteche, dove dal 1999 è coordinatore nazionale della sezione OPAC Italiani – MAI MetaOPAC Azalai Italiano. Dal 2003 è coordinatrice oltre che ideatrice di E-LIS Eprints in Library and Information Science, l’archivio internazionale ad accesso aperto per la biblioteconomia e le scienze dell’informazione.

Nell’ottobre 2005 ha fatto parte della delegazione italiana, come membro esperto per la Commissione Italiana UNESCO, alla conferenza generale UNESCO dove ha presentato una risoluzione per l’Open Access.

Rivoluzione in biblioteca[]

Abbiamo incontrato Antonella De Robbio al CAB (Centro di Ateneo per le Biblioteche), luogo dove lavora e da tempo porta avanti la sua battaglia per l’Open Access e i diritti delle biblioteche.

Intervista[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Buongiorno Antonella. Potresti illustrarci di cosa ti occupi, iniziando magari da uno dei temi fondamentali, la proprietà intellettuale?

De Robbio: Certo. Mi occupo di proprietà intellettuale da 15 anni, da quando sono emersi i primi problemi ed attriti tra la legge sul diritto d’autore e il mondo delle biblioteche. Dobbiamo prima però fare una premessa, e spiegare davvero cosa sia la proprietà intellettuale che si riferisce a un bene intangibile, come può essere un’opera dell’ingegno e della creatività umana.
Essa si divide in due ambiti principali, che sono la proprietà intellettuale industriale e quella artistica-letteraria. La ricerca (nel mio caso, ricerca universitaria) sta a cavallo fra queste due: si può concretare in un saggio, in una lezione o in una conferenza, ed in tal caso sarà artistica, oppure può anche confluire in un brevetto, e sarà dunque industriale.
La questione dei brevetti è delicata: piano piano mi sono convinta anche delle bontà di brevettare una ricerca, quando va a vantaggio della università e del ricercatore. Per esempio, se brevettiamo, come ateneo, un metodo innovativo per sintetizzare un farmaco, e stiamo attenti a chi poi sfrutta questo brevetto, la mission sociale dell’università è preservata. Spesso infatti, se non si presta la dovuta attenzione, possono entrare giochi di potere tali per cui un’azienda, chiude a chiave un’idea per preservare la propria, che magari non ha come priorità il bene delle collettività ma il profitto.
Questa la parte dei brevetti. Poi vi è il caso della proprietà intellettuale artistica letteraria, che io ho approfondito nel mio lavoro con le biblioteche. Le biblioteche esistono come eccezione rispetto a certi diritti, come il diritto di prestito, o il diritto di riproduzione dei libri.
Ma sono eccezioni che sempre più si stanno restringendo, a causa di direttive italiane ed europee. Le “libere utilizzazioni” che la norma sul diritto d’autore prevedeva per le biblioteche e per l’uso personale, in particolare per l’accesso all’informazione e riproduzione, come venivano chiamate, dalla legge, erano deroghe che permettevano alla didattica, alla ricerca, alle biblioteche, alle persone svantaggiate di fruire liberamente delle informazioni.
Adesso non è più possibile. Con la legge italiana 248 del 2000, sono state prese a calci le libere utilizzazioni, limitando fortemente i diritti e le libertà precedenti. È stata imposta infatti una quota annuale per le biblioteche, da pagare alla SIAE, per fotocopiare i libri entro il 15%, per uso personale.
I soldi vengono pagati dai comuni, dal ministero, da chi amministra la biblioteca, anche se il pagamento non viene avvertito dall’utente. La legge non opera eccezioni per l’uso didattico e di ricerca, come invece accade nel modello del copyright americano del fair use, che in quei casi permette un uso senza restrizioni di materiale anche se coperto da diritti.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Vi è poi la questione della direttiva europea per il prestito a pagamento, da cui è scaturito il movimento “Non pago di leggere“, a cui ha aderito anche Wikimedia Italia.

De Robbio: Il movimento No Pago si riferisce al “diritto di prestito”. Dobbiamo ricordare che esiste infatti il cosiddetto “diritto di prima vendita”: quando io compro un libro, pago il supporto, non il bene astratto, e ho il diritto di prestarlo ad un amico o di rivenderlo ad una bancarella.
Le biblioteche, che solitamente pagano i libri ad un prezzo superiore, hanno dunque il diritto di prestarlo agli utenti. Nella finanziaria del dicembre 2006 si è introdotto una cosa che ritengo vergognosa: le biblioteche possono prestare i libri solo se le regioni pagano una tassa alla SIAE.[1] Ciò viene dall’assunto, non dimostrato, che un libro in biblioteca faccia diminuire le vendite di un libro in libreria.
Ma tutto ciò è assurdo, dato che un libro nuovo viene venduto mediamente nei primi 1-2 anni; le biblioteche sono proprio quelle istituzioni che aiutano un libro a durare, ad allungarne il ciclo di vita, anche e soprattutto quando finisce fuori dagli scaffali della libreria per andare al macero. Va sottolineato che numerosissime edizioni, di nicchia, o i non bestseller, ogni anno vanno al macero e vengono distrutti, con spreco non solo di carta, ma delle provvigioni che vengono elargite dallo Stato al mondo dell’editoria. E poi si tassano le biblioteche pubbliche perché prestano i libri. Il prestito in biblioteca non danneggia l’autore, rubandogli le vendite del libro, ma al contrario gli offre un servizio. Da questa nuova disposizione, per fortuna, sono esenti le biblioteche scolastiche ed universitarie.

Biblioteche digitali e Open access[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Parliamo ora di biblioteche digitali.

De Robbio: Per le biblioteche digitali è importante il fenomeno della lunga coda, che viene da Pareto. Cioè il modello di grandi aggregatori come Amazon, che invece di vendere molti prodotti di un certo tipo, offrono una miriade di prodotti su una scala larghissima di nicchie diverse ad una miriade di utenti.
In Italia non abbiamo questo approccio, forse anche per un discorso di lingua.
La proprietà intellettuale è un discorso fondamentale per le biblioteche digitali. L’informazione smaterializzata preoccupa. Il mondo conservatore è preoccupato, ha paura di perdere diritti, di perdere priorità. Le biblioteche digitali in Europa sono vuote: si fanno belle dichiarazioni d’intenti, si firmano documenti collettivi, ma in concreto non si muove nulla. Da noi ci sono iniziative di volontari, come Wikisource e LiberLiber, che compiono questo lavoro, ma non ci sono enti ed istituzioni che si impegnano realmente.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Lei è una dei pionieri in Italia dell’Open Access, potrebbe spiegarci chi è e da dove viene questo movimento?

De Robbio: Le università producono sapere, attraverso i loro ricercatori, i loro dottorandi ed i loro strumenti. Le ricerche devono però essere pubblicate, per essere conosciute: si pubblicano dunque nelle riviste specializzate.
Ma queste riviste pretendono di possedere i diritti degli articoli: dunque gli autori delle università regalano cedendo i diritti economici alle grosse editrici che ormai sono delle multinazionali purché gli articoli siano pubblicati.
Le università sono poi costrette a ricomperare le riviste tramite costosi abbonamenti alle stesse. Abbonamenti che possono costare fino a 22 000 dollari l’anno[2].
Questo mercato è ovviamente in mano a poche major: in particolare il 75% della produzione intellettuale editoriale è in mano a undici case editrici. Mi riferisco al rapporto emerso da Study on the economic and technical evolution of the scientific publication markets in Europe.
Dunque lavoriamo, produciamo, e dobbiamo ricomprare le nostre produzioni a questi prezzi folli. Ed in più dobbiamo pagare la SIAE per fotocopiare entro il 15%. E non possiamo riutilizzare i nostri lavori, né per ricerca né per scopi didattici, perché non abbiamo più i diritti, che sono stati ceduti.
L’Open Access è nato per dire basta a questo modello che drena risorse pubbliche verso i privati (le major editoriali che detengono il mercato). L’Open Access si sviluppa lungo due direttrici, che sono le sue due grandi strategie: la via verde e la via d’oro.
La via verde consiste nel creare archivi aperti: contenitori aperti, che non si occupano di fare peer-review, perché non è il loro compito, ma aggregano, raccolgono nell’archivio dell’istituzione tutti gli articoli prodotti dall’istituzione. I diritti rimangono agli autori, che possono dunque riutilizzare gli articoli per comporre dispense o presentazioni o per rielaborazioni scientifiche. Ogni università dovrebbe averne uno, sui cui caricare ogni pubblicazione. Questi archivi sono interoperabili, seguono il protocollo OAI-PMH ([3]), sono perciò ricercabili attraverso motori di ricerca appositi, detti harvester (letteralmente “mietitori”, cioè raccoglitori, ndr), che leggono i metadati e stilano gli indici.
La via d’oro invece, la seconda strategia, vuole creare veri e propri periodici ad accesso aperto, gli Open access journals. Giornali “referati” (anglismo derivante da “referral” equivalente all’italiano “referenziato”, ndr), di qualità, con un comitato editoriale.
Ad alcune riviste, ma solo ad un determinato nucleo, viene assegnato un indicatore bibliometrico, noto come Impact Factor, IR, che è in grado di determinare le sorti della ricerca. Perché le riviste che hanno un alto IF, possono essere considerate di prestigio, da certe comunità che si occupano di valutazione. Quindi alcuni scienziati sono tentati di pubblicare in quelle riviste che, guarda caso, sono di proprietà delle major, le quali, va detto, sono loro che decidono quali riviste entrano in questo nucleo e che si occupano di gestire gli algoritmi dell’Impact Factor pilotando le direzioni dei finanziamenti per la ricerca.
La sola consultazione di tali liste con gli indici bibliometrici è a pagamento, mentre nel mondo Open Access stanno sorgendo indicatori bibliometrici di nuova generazione e strumenti capaci di misurare – con tutti i limiti di tale metodologia propria dell’analisi citazionale quantitativa – l’impatto di un autore, di una particolare ricerca, o di un gruppo, entro la comunità o le comunità affini. Si tratta di nuove forme di analisi delle produzioni intellettuali che ci vengono dalla bibliometria, una branca della scientometria, che ci aiutano notevolmente nel bilanciare modalità di analisi citazionali più tradizionali con fattori concettualmente nuovi, come il Fattore di Utilizzo (UF), o il fattore di impatto nel Web (WIF) che ci possono dire quanto una risorsa è non solo citata, ma usata, scaricata e fruita dalle numerose comunità della rete.
Si tratta di nuove frontiere tutte da esplorare. Per esempio le stesse voci di Wikipedia su questi argomenti dovrebbero essere riviste, in alcune parti, create di sana pianta, in altri casi tradotte in italiano per le nostre comunità di studiosi italiani che hanno grande bisogno di essere supportati nell’immediato futuro, proprio perché l’aspetto della valutazione della ricerca richiede strumenti innovativi che non possono basarsi solo su indicatori commerciali, fatti e costruiti per ottenere aumento dei profitti.
Numerose sono le critiche per esempio mosse all’Impact Factor, che per certe discipline forse ha anche funzionato o forse funziona tuttora (anche se entro certi limiti) ma per altre, come la matematica, o anche ambito delle scienze umane, è decisamente inadeguato se non viziato all’origine.
Mi sono comunque riproposta di lavorare su questo fronte in Wikipedia, per mettere a punto una serie di voci che possano offrire degli spunti alle comunità di ricerca.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Su questo IF vi è dunque un possibile conflitto di interessi.

De Robbio: È per questo che si sta cercando di creare indici bibliometrici di nuova generazione, che escano dalle logiche di potere. In Italia, 75 rettori su 76 hanno aderito all’Open Access, con la Dichiarazione di Messina, che riprende la dichiarazione di Berlino. Ogni anno a partire dal lancio della Berlin Declaration nel 2003, si tiene in Europa una conferenza seriale internazionale Berlin; l’ultima si è tenuta, nel settembre 2007, all’Università degli studi di Padova, fortemente voluta dal nostro Rettore Magnifico prof. Vincenzo Milanesi e promossa dalla CRUI la Conferenza Rettori Università Italiane. La CRUI (“Conferenza Rettori Università Italiane”, NdR) ha approvato delle linee guida per il deposito delle tesi di dottorato negli archivi aperti di ciascuna università.
I dottori di ricerca depositano le loro tesi nell’archivio, ed i diritti rimangono a loro, come stabilito dalla legge sul diritto d’autore. Sta emergendo però un dato preoccupante: pubblicando le tesi online, si nota il fatto che molti dottorandi e laureandi utilizzano moltissimo materiale preso dalla rete, senza aver chiesto autorizzazione e spesso senza nemmeno citare la fonte, per cui in palese violazione di copyright. Non sono consapevoli delle violazioni che commettono.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Il solito “copia-incolla”.

De Robbio: Esattamente. Quando la tesi a stampa veniva consegnata alle Biblioteche Nazionali, il problema finiva lì, mentre ora siamo costretti a far firmare una foglio all’autore che dichiara di non aver utilizzato materiale sotto diritti d’autore altrui. In ogni caso se una tesi presenta dei problemi di copyright non la si mette ad accesso aperto ma rimane chiusa e blindata per ovvie ragioni, come pure se sussistono motivi di segretezza industriale o dati che si riferiscono alla sfera personale o dati sensibili anche se le tesi non dovrebbero mai riguardare o contendere questo tipo di dati.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: “Essere aperti” risulta utile anche per altre ragioni, giusto?

L’Open Access inoltre risulta estremamente importante laddove ricerche poste in accesso aperto negli archivi istituzionali e magari mai pubblicate per varie ragioni vengono subito viste, lette e interpretate da altri scienziati che magari si stanno occupando delle stesse prove di laboratorio. Ricerche negative sugli stessi farmaci, che non vengono pubblicate, e spesso sono fatte e rifatte da laboratori diversi; oppure il discorso delle mode, perché molte correnti scientifiche sono di moda un giorno ed il giorno dopo no.
Va inoltre considerato il contesto… il passaggio al digitale non è di secondaria importanza come fattore. Stiamo assistendo al passaggio da periodico, come unità di riferimento, inteso come fascicolo su carta, all’unità dell’articolo che diviene digitale: è minuteria fine, possiamo usare gli indici bibliometrici sul singolo articolo, non sulla rivista. Per questo indici come l’IF citato sopra forse sono inadeguati oggi. Analisi bibliometriche su un autore, o meglio anche sul singolo “pezzo” prodotto da quell’autore permettono un’attendibilità maggiore. Un articolo di un autore sconosciuto può essere eccellente, mentre anche un grande scienziato può sbagliare, o fare un articolo poco utile o che può avere un basso consenso. In questa direzione l’Open Access degli archivi, in particolare quelli disciplinari, è determinante, perché sposta il momento della valutazione dalla piccola sfera del comitato dei pari (pochi eletti) ad una sfera ampia composta dalla comunità dei lettori tutti..

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Questo frazionamento, la possibilità di ridursi alle unità fondamentali è un modello che si sta riproducendo anche in altri ambiti. Mi viene in mente la musica (con iTunes che da tempo vende singole canzoni), oppure l’editoria (in cui si inizieranno a vendere i singoli capitoli).

De Robbio: Esatto. Già Amazon per esempio lo sta utilizzando: dietro le quinte sta digitalizzando tonnellate di libri, e aspetta soltanto che scadano i diritti d’autore, per venderne la copia digitale nella sua interezza o anche parti o i capitoli. Tutti i modelli di accesso aperto, di open content, di social network sono correlati, è una nuova ondata di pensiero che stiamo osservando.
Il diritto d’autore non può essere immodificabile, il popolo della rete preme. Io lo vedo, nel mio settore, con E-LIS, un archivio aperto di testi e articoli di information science. È un modello prettamente orizzontale, basato completamente sul volontariato. Ogni editor di ciascun Paese pubblicizza l’archivio e la modalità dell’accesso aperto.
Ogni nazione, tramite il suo editor, infine deposita qui gli articoli migliori, costruendo dunque un archivio di materiale di altissima qualità, per l’ambito LIS[4]. È nato nel 2003, ed ora è il terzo archivio del mondo per qualità e importanza, con più di 100 paesi coinvolti. È curioso, oltre che oltremodo interessante notare come Paesi che nella modalità tradizionale di editoria erano praticamente assenti dalla scena, nell’Open Access prendano vigore proponendo produzioni di grande qualità, è il caso del colleghi del Sud-Est asiatico o dei colleghi iraniani molto forti negli studi della bibliometria del Web o dei progetti in Sudafrica.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Il mondo Open Access e il mondo Open Content sono strettamente correlati: quali sono le differenze e le similitudini?

De Robbio: Il modello open access nasce proprio dal mondo del software libero, del copyleft. Abbiamo una ulteriore divisione se parliamo di Web 2.0, perché parliamo di user-generated content e di possibilità di modifica. L’open access si è fermato alla “libera distribuzione” per così dire, e per ora, almeno, non permette la modifica. È un modello statico, perché gli articoli sono frutto di un lavoro scientifico, e la modifica dovrebbe essere fatta da un comitato di esperti.
È comunque possibile pensare ad archivi in cui i testi saranno modificabili dalla comunità degli scienziati e addetti ai lavori: dipende dalla direzione in cui evolverà il modello open access.
Per esempio tutta la sfera che riguarda i dataset, dati grezzi della ricerca che possono/dovrebbero poter essere accessibili da altre comunità per una reinterpretazione od utilizzo trasversali. Il caso per esempio delle banche dati sulle sequenze genetiche per lo studio e la scoperta di nuove terapie per la cura di malattie rare od orfane, dove le case farmaceutiche non investono di certo perché tali ricerche non generano profitti.

Il rapporto con i progetti Wikimedia[]

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Conosce i progetti Wikimedia?

De Robbio: Certo che sì. (ride, ndr) Con alcuni colleghi volontari nel tempo libero ci occupiamo di tradurre le voci dalla Wikipedia inglese a quella italiana di alcune voci fondamentali per il mondo bibliotecario e dell’open access.
Lo facciamo anche per incentivare l’utilizzo di Wikipedia e dei wiki, perché crediamo in questo modello. Ed è tutto fatto a livello di volontariato, non istituzionalmente.
Io vedo il wiki non tanto come modello tecnologico, quanto come modello organizzativo, rigoroso, attendibile, che rispecchia un modo di fare cultura. Rispecchia l’andamento del popolo della Rete, quello che vuole. Stiamo creando informazione in modo collaborativo, utilizzando piattaforme che permettono lavoro partecipativo, e creando contenuti che soddisfino più punti di vista. Sono state mosse varie critiche a questo, poiché si teme un appiattimento culturale. Io non sono molto d’accordo con queste critiche, poiché comunque vi sono punte di eccellenza in questi progetti collaborativi, che non essendo poi così semplici da utilizzare selezionano automaticamente i partecipanti attivi (chi immette informazione). Lo vedo anche nei progetti che seguo io, questa selezione naturale elegge solo quegli utenti (utenti nel senso di utenti che generano contenuto, nel senso del web 2.0) che sanno reperire e rielaborare le informazioni corrette nel modo giusto. Rimangono gli utenti migliori, e nasce una competizione virtuosa che porta ad un giusto miglioramento del progetto. In Wikipedia ci sono voci eccellenti, e spesso è l’unico luogo dove reperire le informazioni che stiamo cercando.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Sono a conoscenza del fatto che una sua collaboratrice ha scritto di sua spontanea iniziativa la voce Library 2.0 su Wikipedia. Come è andata l’esperienza di Wikipedia dall’altra parte?

De Robbio: Questo lo facciamo dire direttamente a lei.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Ciao, Elena, sapresti dirci com’è stato passare al lato oscuro?

Elena: Ciao. Devo dire subito che per me era la prima esperienza dall’altra parte, perché, come tutti gli studenti, sono sempre stata un’assidua frequentatrice di Wikipedia.
Nel mio tempo libero, mi sono occupata della traduzione della voce inglese, alla quale ho aggiunto comunque varie informazioni.
Devo dire che da fuori pensavo fosse più semplice, e ritengo questo sia una cosa in realtà molto positiva. Ho passato due giorni a leggermi le guide, sulla formattazione dei testi, come si costruisce una voce, ecc. e il primo risultato mi sembrava abbastanza soddisfacente. Poi però sono arrivati i primi commenti dai veri wikipediani, ed ho scoperto che non avevo inserito all’interno di una categoria, avevo fatto una voce orfana, ed un sacco di altre cose a cui non avevo minimamente pensato. Quello che mi piace molto è che Wikipedia è sì un work in progress, ma è un work in progress anche capire come funziona, il tuo apprendimento del sistema.
Una cosa molto bella di Wikipedia è che, paradossalmente, si impara di più a farla che a leggerla.
De Robbio: Esatto. Un concetto fondamentale per la Library 2.0 è il radical trust: è il fidarsi dell’utente, credere che il suo operato e la sua parola siano utili, siano feedback utili al bibliotecario per migliorare il suo lavoro ed il sistema in generale.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Che in Wikipedia si evidenzia nel “Presumi la buona fede”.

De Robbio: Certamente. La Library of the Congress ha già fatto suo questo principio, aprendo un progetto con Flickr: ha rilasciato 1600 fotografie sul Web chiedendo agli utenti di taggarle, spiegando il contenuto di ogni foto, e inserendo ogni dato di cui fossero a conoscenza. Dando fiducia all’utente si riceve informazione, spesso un’informazione che sarebbe impossibile reperire in proprio. Le università italiane possiedono miniere di materiale interessante, nelle proprie collezioni, dalle fotografie di personaggi famosi per certe discipline, a supporti con informazioni storiche e scientifiche di grande rilevanza, spesso però non si conoscono le fonti, i nomi degli autori o dei fotografi in caso di fotografie, o comunque spesso non si conoscono lo stato dei diritti.
Nel caso di “opere di dominio pubblico” per quanto riguarda lo stato dei diritti, rilasciare tali materiali in un progetto del genere (come quello della Library of Congress in web 2.0 intendo) sarebbe forse l’unico modo per poter completare queste lacune e valorizzare materiale che altrimenti rimarrebbe non valorizzato.
Pensiamo agli Open Course del MIT, a tutta la didattica sul Web, addirittura con corsi su Youtube.
Questo è uno dei processi più interessanti del Web 2.0. L’apertura agli utenti, al sapere degli utenti. Ormai il Web va visto come lavagna condivisa, come piattaforma comune. Bisogna dimenticare il proprio desk piccolo, chiuso. Ed aprirsi alla Rete, che sta cambiando il modo e di fare informazione e di fare cultura. Il nuovo desk è un desk che sta sul web 2.0.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Conosce Wikisource, ha qualche opinione in merito?

De Robbio: Certo. Mi sembra un progetto molto positivo, che purtroppo subisce molto il problema dei diritti d’autore, della miopia della normativa attuale, essendo costretto ad inserire materiale di pubblico dominio.
Io ci vedrei forse una collaborazione più stretta con altri progetti, come LiberLiber.
Non tanto perché vedo la necessità di un unico progetto, quanto perché unire gli sforzi permetterebbe maggiore risonanza, e permetterebbe di ottimizzare il lavoro.
Sicuramente una lacuna di entrambi i progetti è il discorso dei metadati, anche perché sono questioni complesse che andrebbero affrontate da addetti ai lavori.

W@H waves left.svgW@HW@H waves right.svg: Grazie mille e complimenti per il suo lavoro.

Note[]

Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.

  1. Il Fondo per il diritto di prestito pubblico, il cui valore è stato fissato in 3 milioni di euro per il 2008, è alimentato per l’80% dallo stato e per il 20% dalle regioni, che hanno alcune competenze in materia di biblioteche.
  2. Sito internet Elsevier.
  3. The Open Archives Initiative Protocol for Metadata Harvesting.
  4. Library and Information Science.

Collegamenti esterni[]