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May 5, 2008

Wikipedia: Prodotto interno lordo

Filed under: — admin @ 1:36 pm

Il Prodotto Interno Lordo (PIL), in inglese GDP (Gross Domestic Product), è il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente l’anno) destinati al consumo finale; non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi inter-industriali, cioè quella parte della produzione riutilizzata e scambiata tra le imprese stesse. È considerato la misura della ricchezza prodotta in un Paese.

Da un altro punto di vista si può anche dire che il PIL è la somma dei valori aggiunti generati dalle imprese private e dalla Pubblica amministrazione all’interno di un dato paese in un determinato periodo di tempo.

  • il PIL è detto Lordo perché è al lordo degli Ammortamenti

(Per ammortamento si intende il procedimento con il quale si distribuiscono su più esercizi i costi di beni a utilità pluriennale, che possono essere di diversa natura).

  • il PIL è detto Interno in quanto comprende il valore dei beni prodotti all’interno in un paese (indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce)

È una misura basilare usata in macroeconomia.

A partire dal PIL è definibile il reddito pro-capite. Il reddito pro-capite è pari al rapporto tra il PIL e il numero dei cittadini: è evidente la correlazione diretta fra la ricchezza individuale e quella nazionale.

Come ogni misurazione economica, il PIL può essere misurato in termini reali o termini nominali. Misurare il Pil in termini nominali vuol dire misurarlo nel suo valore espresso in moneta attuale. Esprimerlo in termini reali vuol dire depurarlo da eventuali variazioni dei prezzi. Dividendo il PIL nominale per il PIL reale otteniamo un indice chiamato “deflatore del PIL”. Il PIL reale, al contrario di quello nominale, può essere confrontato fra anni diversi.

Indice

Considerazioni generali

  • Il PIL tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) ecc.
  • Il PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché non entrano a farne parte i danni provocati dai crimini, dall’inquinamento, dalle catastrofi naturali. Ad esempio se compri un’auto il PIL cresce, se stai in coda e consumi più benzina senza muoverti di un metro il PIL cresce, se hai un incidente, il PIL cresce, se sei ospedalizzato il PIL cresce e così via. In questo modo il PIL non fa distinzione tra le attività che contribuiscono al benessere e quelle che lo diminuiscono: persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL!

Per ovviare a questi aspetti paradossali, sono stati proposti indicatori alternativi quali il Genuine Progress Indicator (o GPI) e la Felicità Nazionale Lorda.

Considerazioni macroeconomiche e critiche

Il PIL tratta il deprezzamento del capitale naturale/ambientale e del capitale sociale come componente positiva e ciò rappresenta una violazione dei più elementari e sani principi contabili. (Esempio: se una proprietà agricola di pregio viene trasformata in un parcheggio, il PIL contabilizza l’ammontare del denaro coinvolto ma non considera il deprezzamento del capitale naturale per una siffatta trasformazione, da suolo fertile e produttivo a superficie asfaltata. I tumori causati dall’inquinamento fanno aumentare il PIL, perché generano posti di lavoro e spese per le cure che vengono conteggiate in positivo, mentre non viene contabilizzato il danno sociale e umano della malattia; viene invece contabilizzata l’eventuale perdita di remunerazione nel caso in cui la persona colpita non possa lavorare).

L’eguaglianza fra PIL e valore aggiunto è l’equazione fondamentale della contabilità nazionale.

Una riduzione dell’ammontare di tasse equivale a una riduzione della pressione fiscale definita come rapporto fra le entrate (che sono tasse e imposte) ed il PIL.

L’avanzo pubblico è definito come differenza fra entrate (le tasse) e uscite (la spesa pubblica); nell’ottica del bilancio statale una riduzione delle tasse è equivalente ad un aumento della spesa pubblica.

Il moltiplicatore del reddito è pari a 1/(1-c) dove c è la propensione ai consumi, pari alla derivata prima del reddito (PIL) rispetto ai consumi. Poiché il PIL è composto da consumi e risparmi (e spesa pubblica), C è compreso tra zero e uno, come il termine (1-c); perciò la frazione 1/(1-c) è maggiore di 1 ed è detta moltiplicatore. Il termine (1-c) è la propensione al risparmio, che è l’inverso della propensione ai consumi, una rinuncia al consumo.

Quanto minore è la propensione al risparmio, ossia tanto maggiore è la propensione ai consumi, tanto più cresce la ricchezza nazionale, qualunque azione venga intrapresa (riduzione delle tasse, spesa pubblica, spesa in disavanzo).

Fu Keynes ad affermare che la domanda è un dato ed è il motore della crescita, e che l’economia è consumistica. La domanda è infatti una domanda di consumo.

Essendo il PIL composto da consumi, risparmi e spesa pubblica, esso deve uguagliare il valore aggiunto, dato da consumi, investimenti e spesa pubblica. Eguagliando le due cose si ottiene che i risparmi sono uguali agli investimenti, ossia che i risparmi finanziano gli investimenti produttivi. L’equazione è tendenziale, non vera in ogni istante.

La pubblica amministrazione per il teorema del bilancio in pareggio (che è più avanti) non ha strutturalmente grandi risparmi e non è il motore degli investimenti produttivi. La spesa pubblica è un termine diverso dagli investimenti produttivi, la cui peculiarità è l’orientamento al profitto.

Chi investe è disposto a farlo se esiste un mercato potenziale con una domanda di clienti con un reddito (e risparmi) per comprare; da un lato dunque agli investimenti occorrono la domanda e i consumi, dall’altro essi sono possibili soltanto con i risparmi (che sono rinunce di consumo) dei cittadini. Ciò vale sia per consumi e risparmi dei cittadini che per consumi e risparmi delle imprese. Questa dualità trova però un punto di equilibrio che richiede l’espansione del credito.

La spesa pubblica per Keynes ha come unico obiettivo la piena occupazione e la pubblica utilità.

Dei tre soggetti economici, escluso lo Stato, resta che la fonte degli investimenti produttivi sono i risparmi delle stesse imprese e principalmente dei cittadini.

L’efficacia nello stimolare la domanda è sempre maggiore nel caso della spesa pubblica, la quale produce il maggior aumento della ricchezza nazionale (e tasso di crescita annuo).

La macroeconomia keynesiana disconosce l’opportunità delle teorie neoliberistiche reaganiane di riduzione delle tasse, preferendo invece l’intervento diretto dello Stato nell’economia (con la spesa pubblica).

Per il teorema del bilancio in pareggio l’aumento del PIL (ricchezza nazionale) prodotto dalla spesa pubblica è massimo quando il disavanzo pubblico è pari a zero. L’effetto è più contenuto quando il disavanzo è diverso da zero.

Un risultato sorprendente è invece che un avanzo del bilancio pubblico ha un effetto negativo sulla spesa pubblica. Perciò, strutturalmente le pubbliche amministrazioni tendono a non avere risparmi.

Il disavanzo pubblico, contrariamente all’avanzo, è definito come differenza fra uscite e entrate.

Tradizionalmente, l’austerità e il pareggio di bilancio sono obiettivi opposti alla piena occupazione ed alla spesa pubblica. Il teorema mostra che la spesa pubblica è conveniente quando si è raggiunto il pareggio.

Molti economisti odierni concordano sulla convenienza della spesa in disavanzo in situazioni di recessione o crescita lenta del PIL (inferiore al 4% annuo) per la quale lo Stato spende in misura maggiore delle sue entrate indebitandosi. Anche una spesa pubblica in disavanzo produce un aumento del PIL maggiore ed è più efficace di una riduzione della pressione fiscale. In altre parole, la spesa pubblica ha un moltiplicatore più alto della riduzione delle tasse, definite come percentuale del reddito nazionale.

Alternative al PIL

Il concetto di PIL, e anche il modo di calcolarlo, si sono perfezionati nel tempo a partire dalla sua nascita e, nel corso del tempo, il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare il benessere di una collettività nazionale. Ma non sono state risparmiate al PIL critiche molto dure, anche a partire da un’epoca in cui il concetto non era così noto e dominante.

« Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta »
(Robert Kennedy – Discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)

La sensazione che il PIL sia un numero poco significativo è sempre più condivisa. Il dibattito in materia è intenso anche a livello istituzionale. A titolo di esempio, il 19 e 20 novembre 2007 si è tenuta a Bruxelles la conferenza internazionale “Beyond GDP” (“Oltre il PIL”) organizzata dalla Commissione europea, dal Parlamento Europeo, dall’OCSE e dal WWF. La conferenza ha richiamato leader politici, rappresentanti di governo ed esponenti di istituzioni chiave come la Banca Mondiale e le Nazioni unite con l’obiettivo di chiarire quali possano essere gli indicatori più appropriati per misurare il progresso (vedi [1]). Sempre a testimoniare la crescente attenzione del mondo politico per il tema, il presidente francese Nicolas Sarkozy nel corso della conferenza stampa di inizio 2008, ha annunciato di aver incaricato due premi Nobel per l’economia, l’americano Joseph Stiglitz e l’indiano Amartya Sen, di riflettere su come cambiare gli indicatori della crescita in Francia. «Bisogna cambiare il nostro strumento di misura della crescita», ha detto Sarkozy, convinto che contabilità nazionale e PIL abbiano «evidenti limiti» che non rispecchiano «la qualità della vita dei francesi». (vedi [2])

Il tema interessa da anni gli studiosi di diversi ambiti della conoscenza. Recentemente si è sviluppato un intenso dibattito multi-disciplinare sorto in seguito all’evidenza empirica riguardante il diffuso disagio e le sperequazioni esistenti nelle società a reddito avanzato. Il dibattito ha portato alla creazione di numerosi indici di benessere o di crescita alternativi al PIL.

Il principale indicatore proposto come alternativa al PIL che tiene conto delle principali critiche poste ad esso, è il Genuine Progress Indicator (GPI), in italiano “indicatore del progresso reale”. Il GPI ha come obiettivo la misurazione dell’aumento della qualità della vita (che a volte è in contrasto con la crescita economica, che invece viene misurata dal PIL), e per raggiungere questo obiettivo distingue con pesi differenti tra spese positive (perché aumentano il benessere, come quelle per beni e servizi) e negative (come i costi di criminalità, inquinamento, incidenti stradali). Simile a questo indice esiste un Prodotto interno lordo verde introdotto da alcune province cinesi.

Un ulteriore indicatore, alternativo a GPI e PIL è la Felicità Nazionale Lorda (FIL) oppure, per valutare la qualità della vita dei cittadini dei paesi membri delle Nazioni Unite vi è l’Indice di sviluppo umano.

Recentemente è stata sostenuta la proposta, ideata nel 1989 da Herman Daly e John Cobb, di utilizzare un indicatore alternativo al Pil: l’ISEW. In tale indicatore rientra non solo il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti in un paese, ma anche i costi sociali e i danni ambientali a medio e lungo termine. In pratica, il calcolo dello sviluppo di un paese non si baserebbe più soltanto sulla mera crescita economica ma anche su fattori sociali ed ambientali che considerano la soglia dello Sviluppo Sostenibile. A questo riguardo, è recentemente stata pubblicata da Donzelli l’analisi condotta dall’Università di Siena sotto la direzione del professor Enzo Tiezzi: “La soglia della sostenibilità ovvero tutto quello che il Pil non dice”.

Un altro indicatore è il cosiddetto “subjective well-being” (SWB), vale a dire la percezione che gli individui hanno della propria vita e del grado di soddisfazione che provano per essa. Questo indicatore della felicità delle persone, per quanto sintetico, ha il vantaggio d’essere stato rilevato da diversi decenni e in molti paesi del mondo. Studi empirici evidenziano che il SWB stenta a crescere nel tempo in diversi paesi, come il Giappone, o diminuisce, come negli USA, nonostante che il reddito pro-capite abbia avuto una evidente tendenza a crescere (vedi L.Bruni e P.L.Porta, Economics and Happiness. Reality and Paradoxes, Oxford University Press, 2005). Ciò costituisce per gli economisti un paradosso, chiamato “paradosso della felicità” o “paradosso di Easterlin”, in quanto gli economisti sono abituati a pensare al reddito come ad un buon indicatore di benessere.

Tutti gli indicatori esaminati sopra hanno la comune caratteristica di riconoscere la limitata significatività del prodotto interno lordo e la sua inadeguatezza come dato espressivo del reale benessere di un Paese. In proposito, esistono tuttavia posizioni più “radicali”: quelle di chi reputa che gli indici, ovvero i numeri, siano ben poco espressivi del fatto economico e del valore. Di qui la scarsa attendibilità del PIL e il giudizio negativo sul sistema dei prezzi come sistema esclusivo di misurazione del valore e sull’economia vista come gara alla conquista di numeri sempre più grandi capaci di esprimere solo cifre sempre più grandi di denaro. Di qui, più in generale, i dubbi sulla possibilità di quantificare – qualunque sia il sistema adottato – la misura di variabili che presentano legami indissolubili con il tema della qualità della vita, ovvero di sottoporre il valore – che «ha un senso, non un prezzo» – a operazioni di misurazione in senso stretto (vedi P. Dacrema, La dittatura del PIL. Un numero che frena lo sviluppo umano, Marsilio, 2007 e dello stesso autore La morte del denaro, Christian Marinotti, 2003).

Crescita percentuale annua del PIL in Europa

Nazione 2004 2005 2006 2007 2008
Albania 6,0 6,0* 6,0
Austria 2,4 1,7* 1,8
Bielorussia 11,0 8,0* 6,0
Belgio 2,6 1,4* 2,1
Bosnia-Erzegovina 5,7 5,3* 5,8
Bulgaria 5,6 5,7* 4,2
Cipro 3,7 3,6* 3,0
Croazia 3,8 3,3* 3,7
Danimarca 2,1 2,9* 2,6 1,9*
Estonia 7,8 7.6* 6,7
Finlandia 3,6 1,6* 2,5
Francia 1,7 1,3 1,3 1,9*
Germania 1,1 0,8 2,5 2,4*
Grecia 4,2 3,4* 3,1
Irlanda 4,5 4,8* 4,7
Italia 1,2 0,1 1,8 1,5 0,5*
Lettonia 7,0 6,5* 5,6
Lituania 7,0 6,5* 5,6
Macedonia 2,9 3,9* 4,0
Moldova 7,3 7,5* 5,5
Norvegia 2,9 3,2* 2,6
Paesi Bassi 1,7 0,5* 2,0
Polonia 5,4 3,2* 4,0
Portogallo 1,2 0,5* 1,0 1,8*
Regno Unito 3,2 1,9* 1,5
Repubblica Ceca 4,4 4,4* 4,6
Romania 8,3 5,0* 6,4
Russia 7,2 6,4 5,6
Slovacchia 5,5 5,2* 5,6
Slovenia 4,2 3,9* 4,0
Spagna 3,1 2,6 3,5 3,9 2,0
Svezia 3,1 2,4* 3,0
Svizzera 2,1 1,0* 1,5 3
Turchia 8,9 4,9* 3,5
Ucraina 12,1 3,5* 5,0
Ungheria 4,2 3,7* 4,0

Note: * = previsioni

Crescita percentuale annua del PIL in Italia

Crescita percentuale annua del PIL in Italia dal 1996 al 2008 (stima)

Crescita percentuale annua del PIL in Italia dal 1996 al 2008 (stima)

  • 1996 +2,1%
  • 1997 +1,9%
  • 1998 +1,4%
  • 1999 +1,7%
  • 2000 +3,6%
  • 2001 +1,8%
  • 2002 +0,3%
  • 2003 +0,5%
  • 2004 +1,2%
  • 2005 +0,1%
  • 2006 +1,9%
  • 2007 +1,5%
  • 2008 +0,5% (stima)

Valori ISTAT

Voci correlate

  • Il Benessere interno lordo: i nuovi indicatori del benessere popolare [1]
  • il Genuine Progress Indicator (GPI): Indicatore del vero progresso che ha l’obiettivo di stimare l’effettiva crescita del benessere, distinguendo tra spese che incidono positivamente e negativamente
  • la Felicità Nazionale Lorda (FIL)
  • l'”impronta ecologica” è un indicatore dello sviluppo sostenibile che calcola quanti ettari di terra produttiva vengono utilizzati il sostentamento di ogni persona
  • Prodotto interno lordo verde
  • Lista di stati per PIL (nominale)
  • Lista di stati per PIL (nominale) procapite
  • Lista di stati per PIL (PPA) procapite
  • Lista di stati per PIL (PPA)
  • Parità dei poteri di acquisto
  • Procapite

Fonti

  • Sito del Ministero del Tesoro italiano sull’indicatore ISEW
  • Sito ISTAT
  • P. Dacrema, La dittatura del PIL. Un numero che frena lo sviluppo umano. editore Marsilio, 2007
  • P. Dacrema, La morte del denaro. editore Christian Marinotti, 2003
  • L.Bruni e P.L.Porta, Economics and Happiness. Reality and Paradoxes, Oxford University Press, 2005
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